Troppo pochi

La guerra in Afghanistan ricomincia, verrebbe da dire, se non fosse che non è mai finita. Diciamo che ricomincia per l’America, che già spende 23 miliardi di dollari l’anno per la missione afghana con un dispiegamento di circa 8000 unità. L’amministrazione Trump si prepara a mandare altri 3000 uomini. a tagliare i caveat al loro utilizzo al fianco delle truppe afghane (“taglio” delle restrizioni già cominciato con Obama) e a cancellare i limiti all’uso dei bombardamenti (l’indiscrezione poi confermata, è del WP). La decisione finale è attesa dopo il summit della Nato del 25 maggio, ma è evidente che Washington si aspetta un aiuto dagli alleati. Solo per la cronaca ricordiamo che l’Italia è il secondo Paese contributore alla missione “Resolute Support”, missione che formalmente ha compiti di addestramento delle forze di sicurezza afghane.

La svolta matura in un quadro complesso, del quale sono pubblici sostanzialmente solo due elementi: le altrettante richieste dei vertici militari (il capo della missione afghana e il generale che guida il comando delle forze speciali) di avere più truppe sul campo.
Gli elementi da valutare sono però molteplici: Donald Trump vince le elezioni anche con lo slogan “America First”, in pratica basta costose avventure militari all’estero, pensiamo alla nostra economia; “Non sono il presidente del mondo, sono il presidente d’America” dice ad una convention della corporazione dei piccoli imprenditori edili a Washington; passano pochi giorni e piovono 59 missili balistici su un aeroporto militare siriano. E’ il più rapido cambio di linea politica che la storia americana ricordi. Una mutazione figlia delle divisioni di un’amministrazione specchio di quella squadra che ha portato alla clamorosa vittoria di Trump. Una squadra formidabile per il successo elettorale ma le cui contraddizioni interne non possono non esplodere una volta occupate le stanze della Casa Bianca. L’allontanamento di Steve Bannon, lo stratega e l’ideologo “tradizionalista”, per pochi mesi uomo più potente di Washington, dal consiglio di sicurezza nazionale rappresenta la vittoria del generale McMaster, consigliere di Trump per la sicurezza nazionale. E’ la vittoria del Pentagono a cui di fatto la Casa Bianca sta delegando sempre più potere in termini di decisioni esecutive, una delega piena alle stellette.
E’ una svolta netta rispetto all’epoca di Obama, dove ogni decisione militare veniva sottoposta allo sfiancante dibattito interno al gabinetto del presidente. E’ la vittoria di quella linea di pensiero che nasce dopo la sconfitta in Vietnam sintetizzabile nella frase “se ci avessero fatto fare” in pratica, se la politica non si fosse messa di mezzo, i generali avrebbero vinto la guerra. Una recriminazione, paradossalmente, circolata anche negli ambiente militari russi dopo il ritiro dall’Afghanistan.

L’Afghanistan è sull’orlo del collasso, la “missione incompiuta” durata più della seconda guerra mondiale (alla quale è dedicato il mio libro – questa è un’interruzione pubblicitaria, lo ammetto) si è lasciata dietro un governo fragile, un apparato amministrativo corrotto, la produzione di oppio da record storici esattamente come il numero delle vittime civili, i cosiddetti talebani che riconquistano larghe fette di territorio, la guerriglia che trova una sua nuova articolazione nell’ISIS.
Ora, la richiesta di più truppe non è nuova, ce la sentiamo ripetere da anni ed è stata sempre accolta, è passata solo attraverso una revisione strategica – quella dal “body count”, l’eliminazione dei nemici, alla counterinsurgency, sicurezza per la popolazione e da essa sostegno – ma non è servita a nulla.
Anche questa volta non servirà a nulla, è troppo facile predirlo perché la popolazione continua a resterà intrappolata nell’alternativa tra gli aguzzini talebani e i corrotti che rappresentano il governo cosiddetto democratico, quindi non si schiera eppure sarebbe decisiva per la sua stessa sicurezza.
L’impressione è che l’occidente continui a ripetere gli errori fatti in questi anni, pronto a sacrificare le vite dei propri militari e i soldi dei propri contribuenti a fronte di un obiettivo labile se non immaginario.
Quale sia lo spazio lasciato alla “politica” in questa nuova svolta tattica (perché di strategico non ha nulla) resta ancora tutto da chiarire. Ma se non si vuole perdere tempo con libri polverosi dell’800 basta rileggere la revisione strategica di McChrystal per ricordarsi che il conflitto afghano non può essere vinto militarmente.

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