Storie che attendono di esser raccontate

Nei giorni scorsi, con Enrico Farro dell’Associazione Italiana Filmaker, ho tenuto un breve seminario sul mobile journalism al 40mo convegno nazionale della Caritas, ad Abano Terme.
Le prospettive per il mojo sono entusiasmanti quando si tratta di sociale, insomma di dare voce a chi non ha voce perché è uno strumento leggero, semplice da usare e dotato di immediatezza nella distribuzione dei contenuti.
Se questa è una bella sensazione per chi divulga il mojo, resta però un rammarico: Continua a leggere “Storie che attendono di esser raccontate”

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Quel bar di Damasco

Con un pugno di missili contro le odiose – in questo caso ancora presunte – armi chimiche, l’Occidente prova a riguadagnare quello spessore morale perso in anni di “attiva indifferenza” verso il conflitto siriano. Lo fa, tutto sommato, senza rischiare troppo e con un ottimo rapporto tra investimento e ricaduta mediatica. I tre capi di governo coinvolti, gonfiando i muscoli dei propri militari, appaiono (temporaneamente) più forti di quello che sono a casa loro.

Hanno messo un cerotto sui tanti problemi che li assediano nel rapporto con i rispettivi elettorati.

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Falsificare la guerra

Non è vero che si prepara una guerra in Siria, lì la guerra va avanti da otto anni (noi ce ne siamo accorti quando sono arrivati in Europa centinaia di migliaia di profughi – molti meno comunque che in Libano, Turchia e Giordania). Semplicemente (nel senso di “senza pensarci poi troppo”) gli Stati Uniti si preparano a farsi sentire militarmente perchè è ora di limitare il ruolo russo nella crisi (al riguardo, i loro missili serviranno comunque a poco).

Premesso che io, da sempre, sono convinto che una guerra è l’unico modo che ha Trump di alleggerire la pressione interna che lo spinge verso l’impeachment, aggiunto che il conflitto siriano è di una complessità unica con ripercussioni nell’area forse più strategica del mondo e che il trattamento occidentale subito dai curdi è una vergogna, non vi voglio tediare con analisi geopolitiche.

Sommessamente faccio un invito: quando sentite parlare di guerre, missili, bombe, intervento, cancellate dalla vostra mente le facce di Trump, Assad, Putin e compagnia bella (i giornali italiani aggiungono, oggi, a questa galleria di volti “siriani” anche Di Maio e Salvini) al loro posto metteteci città ridotte in macerie, corpi fatti a pezzi, arti che spuntano dalle rovine, fumi tossici, chiazze di sangue, fango misto a merda, l’acqua che non esce dai rubinetti e la fila per il pane, gente in fuga con la propria vita in un paio di buste o uno zaino. La guerra è questo, non un comodo e protetto ufficio, con il frigo bar, dove il potente di turno preme un bottone. A proposito, quasi mai lo preme, quel bottone, per colpire un cattivo anche se vi dirà che l’ha fatto proprio per questo.

Con Malalai

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Malalai Joya  è la voce dell’altro Afghanistan, porta in giro per il mondo la sua prospettiva, la sua lettura del conflitto afghano. Ovviamente è una visione ben diversa da quella che i governi occidentali sostengono – tra propaganda, prima, e indifferenza, ora.
A Bolzano, il 28 marzo, nella sala di rappresentanza del Comune, ho conversato con Malalai partendo dal suo libro “Finchè avrò voce”, fino all’attualità afghana (passando anche per il mio “Afghanistan Missione Incompiuta”.

Con Malalai from Nico Piro on Vimeo.

Padova chiama Kabul

 

Nel giorno del capodanno persiano a Padova, all’interno del palazzo municipale, abbiamo parlato di Afghanistan con Luca Radaelli di Emergency e con il gruppo degli universitari dell’ong di Gino Strada.
La sala era piena, a riprova di quanto autoreferenziale sia il circuito dei media e della politica italiana che si barrica dietro lo slogan “alla gente non interessa…” (si sostituisca ai tre puntini un argomento a piacere che non porta voti e del quale è sempre meglio non parlare).
Mentre in Afghanistan si celebrava il passaggio dal 1396 al 1397 un kamikaze colpiva i festeggiamenti a Kabul, un’altra trentina di vittime. Come ricorda la commissione indipendente sui diritti umani, a ribadire già le notizie di fonti uno, il 1396 è stato drammatico per i civili, oltre 2000 i bimbi vittime della guerra.

Torniamo a parlare di Afghanistan, mercoledì 28 marzo a Bolzano al palazzo municipale dove alle 20 intervisto la voce dell’altro Afghanistan, Malalai Joya.

 

 

La pace è (im)possibile?

L’avvio di trattative senza pre-condizioni, l’apertura di un ufficio politico a Kabul (quello in Qatar ma è ormai un “relitto” di precedenti tentativi d’accordo), l’emissione di passaporti, il rilascio di prigionieri.
L’offerta del presidente Ghanì, arrivata nei giorni scorsi durante la conferenza di Kabul, è stata tanto inattesa quanto non rifiutabile, se (“piccolo” dettaglio) non fosse rivolta ai talebani.
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