Dopo la jungla

Poco più di un anno fa, la jungla veniva rasa al suolo. Era il secondo e conclusivo abbattimento della squallida baraccopoli che per vent’anni aveva ospitato una popolazione di rifugiati e migranti, ad ondate variabili.
Tutto era nato come un piccolo accampamento nei pressi dell’autostrada e del porto, il punto ideale per tentare ogni notte di passare clandestinamente il confine e arrivare nel Regno Unito. Al momento del primo parziale abbattimento, la jungla ospitava duemila persone, ridotto a metà della sua estensione il campo aveva raggiunto una popolazione record di diecimila anime con latrine, luoghi di culto, cucine, negozi, ristoranti, scuole, asili, biblioteche.
Un anno dopo, la jungla se n’è andata ma i migranti continuano ad arrivare a Calais, dopo una fase di stanca adesso siamo a circa un migliaio di presenze. Come ha ribadito Macron nelle scorse settimane, durante una visita nella cittadina (o meglio alla polizia locale), la Francia non consentirà più la formazione di un’altra jungla. Purtroppo, quelli del presidente sono chiaramente proclami mediatici senza alcuna sostanza in termini di soluzione al problema, utili per lo più a lanciare un messaggio all’elettorato su un tema “sensibile” e a cercare sostegno per un controverso progetto di riforma del diritto d’asilo. Continua a leggere “Dopo la jungla”

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Per un anno migliore

con un po’ di ritardo pubblico gli auguri inviati in mailing list (a proposito per iscrivervi cliccate qui)

Non vi posso assicurare che le cose andranno così ma auguro di cuore al nostro mondo che il prossimo sia un anno migliore del 2017.

Dentro di me spero che l’anno che si è concluso vi abbia portato cose belle (a me tante, assieme a qualche problema che ho taciuto, concentrandomi sulla sua soluzione) e che altre ve ne arrivino a breve.
Ma se guardiamo al nostro pianeta c’è da preoccuparsi:
si è tornati a parlare di guerra nucleare non come di un’ipotesi di scuola ma come una possibilità concreta, magari frutto di un banale scatto d’ira; il clima impazzito continua a fare danni che da soli ripagherebbero i costi di qualche politica ambientale; il tema dei rifugiati/immigrati continua ad essere usato dalla politica come una palla da tennis, per mandare il collo degli spettatori da destra a sinistra e viceversa, mentre sotto agli spalti covano problemi enormi; l’Afghanistan è ormai prigioniero di una serie di attentati che impediscono a quel popolo persino di riprendere fiato, la riprova di quanto incompiuta sia stata la missione; in Bangladesh sono arrivate nel giro di poche settimane oltre 650mila persone, in fuga dalla pulizia etnica dell’esercito e dei buddisti dell’ex-Birmania, una crisi tanto grave quanto completamente dimenticata; in Italia il giornalismo è sempre più in crisi economica e occupazionale, proprio ora che ce ne sarebbe bisogno per arginare le “fake news”, le “bufale” travestite da notizie, capaci di indignare “a prescindere” il popolo dei social.
La lista potrebbe continuare ma preferisco fermarmi per lasciare un po’ di spazio alla speranza: la convinzione è che le cose possono cambiare se riusciamo ad agire partendo dal nostro piccolo.

Ecco volevano essere degli auguri e forse vi ho scoraggiato ma
– è inutile illudersi – solo allargando lo sguardo possiamo davvero vedere quanto complessa sia la piccola arancia blu sulla quale galleggiamo nello spazio.

Al mondo e a tutti noi, BUON 2018

Pordenone, dallo stomaco alla testa

 

 

 

Il 30 novembre si è chiuso alla Casa dello Studente di Pordenone, il ciclo di incontri organizzato dall’IRSE (Istituto Regionale di Studi Europei del Friuli Venezia Giulia) su “Europa Inquieta”. Io sono stato invitato a parlare sul tema “Aiutiamoli a casa loro”. Ma cosa sta succedendo “a casa loro”?
Con me c’era Roberto Reale che ha tenuto il “filo” di tutto il ciclo degli incontri e che, oltre ad essere stato mio vicedirettore al Tg3, è anche il media watcher più accorto d’Italia (e forse per questo meno presente nel teatrino quotidiano degli opinionisti “tuttologi”, pronti a passare da qualsiasi argomento all’altro pur di stare in tv).
Sarebbe difficile riassumere qui oltre tre ore di conferenza, con un vivace dibattito finale con il pubblico. Forse, una sintesi può essere trovata in questa frase: siamo passati dallo stomaco alla testa. Con Roberto – collega dal quale ho imparato di più e continuo ad imparare – abbiamo provato a raccontare non solo “quello che succede a casa loro” ma anche la situazione italiana (a partire dai numeri degli arrivi passando all’andamento della criminalità) per numeri, dati, storie.
E’ esattamente quello che ci vorrebbe per riportare il dibattito politico in Italia ad un livello di minima palatabilità (con l’informazione a traino, nella speranza di certi editori/giornalisti che il sensazionalismo risollevi le vendite). E’ una necessità talmente ovvia che nessuno se ne farà carico, proseguendo nella sana ed italica (ma ormai contagiosa a livello globale) tradizione della divisione tra tifoserie che fanno delle proprie “ragioni” un dogma al di là di ogni ragionevolezza.

Rohingya, reportage


Ecco i miei servizi per il Tg3 sulla crisi dei profughi rohingya (i link portano alla pagina FaceBook della testata):

Una storia di disperazione e di accoglienza – Dal Tg3 del 27 novembre 2017

Abdus, il profugo più anziano – Dal Tg3 del 26 novembre 2017

Registrare i profughi per rimpatriarli – Dal Tg3 del 25 novembre 2017

I bambini da vittime a possibili “prede” – Dal Tg3 del 23 novembre 2017

Emergenza Sanitaria nei campi – Dal Tg3 del 22 novembre 2017

Continuano gli arrivi – Dal Tg3 del 21 novembre

File e attesa – Dal Tg3 del 19 novembre

“Orrori che non avrei mai dovuto vedere” i bimbi rohingya. Dal Tg3 del 18 novembre

L’uomo che aiuta a riunire le famiglie – Dal Tg3 del 17 novembre

Lo stupro come arma nella pulizia etnica – Dal Tg3 del 16 novembre

In fila per un pugno di riso – Dal Tg3 del 15 novembre

Extra: lo slide show delle mie foto dai campi profughi

Rohingya, un crisi per immagini

 

In queste immagini, la crisi dei rohingya per come l’ho vista io sul campo nelle ultime due settimane o almeno per come l’ho “fissata” in quei momenti in cui ho avuto la prontezza e il tempo per scattare una foto.
Il dramma dei rohingya è talmente vasto che diventa persino difficile “esaurirlo” in un racconto unico, per quanto si possa ricercare una sintesi. E’ l’estensione della crisi e la velocità con cui si è sviluppata a rendere l’esodo dei rohingya un evento, catastroficamente, unico.

A passare il confine con il Bangladesh, in poche settimane, sono stati seicentomila profughi in fuga dalla pulizia etnica (c’è chi la chiama genocidio) condotta dagli estremisti buddisti e dall’esercito del Myanmar; pulizia etnica cominciata dopo gli attacchi del 25 agosto dell’ARSA – una piccola formazione di guerriglia rohingya – contro l’esercito.
L’ARSA ha fornito una scusa buona e molto “contemporanea” (la “lotta al terrorismo”) all’esercito per avviare l’ennesima ondata di violenze – stupri di gruppo, esecuzioni, tecniche di “terra bruciata” nei villaggi – contro quella viene ritenuta la minoranza più perseguitata della Terra. Sono mussulmani a cui dal 1982 è stata tolta la cittadinanza, vengono trattati come immigrati clandestini nella terra in cui sono nati. La parola “rohingya” non viene nemmeno riconosciuta nel lessico del Myanmar, infatti nei vari documenti ufficiali di questi giorni – per esempio quello sul presunto “rimpatrio”, siglato da Bangladesh e Myanmar – il termine non compare.
In Myanmar, vengono genericamente definiti come persone di “razza bengalese”.

Attacco a Shamshad

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Passando davanti allo stadio “olimpico” di Kabul, mi è sempre piaciuta Shamshad, l’unica tv al mondo al cui esterno sono esposti elicotteri e aerei, residuati bellici della guerra ai sovietici.
Shamashad è una tv molto popolare nelle aree pasthun, in particolare nelle aree dell’est al confine del Pakistan. Una tv che da fastidio e che oggi è stata colpita con la tecnica dell’attacco multiplo: un commando che si fa largo con un’esplosione e poi si barrica all’interno per fare vittime fino all’ultima cartuccia. La firma è quella dell’ISIS ma francamente poco importa perchè le vittime sono sempre le stesse, vittime innocenti. Che sia l’ISIS, i Talebani, il clan Haqqani a colpire ormai resta incontrovertibile il dato che Kabul è il luogo più vulnerabile (e di conseguenza pericoloso) dell’Afghanistan.
“Questo è un attacco alla libertà di stampa ma non possono fermarci” ha detto Abid Ehsas, direttore di Shamshad Tv che è tornata in onda dopo poche ore dall’attacco, la foto diffusa su twitter (da ) di uno dei conduttori con la mano fasciata in onda a parlare dell’attentato dice molto sulla forza del popolo afghano, prigioniero di una guerra quarantennale.
Il fallimento della “ricostruzione” pagata dai noi contribuenti occidentali e la “missione incompiuta”, una guerra più lunga del secondo conflitto mondiale, si solo lasciati dietro poche cose buone: una di queste è un sistema dell’informazione, forte, libero, vibrante dove centinaia di colleghi ogni giorno ridono in faccia alla morte per fare il loro lavoro.
Le vittime di oggi a Shamshad (che già in passato aveva perso un suo giornalista, ucciso nella zona del passo Kyber) non sono le prime nè saranno le ultime per l’informazione afgana.
Sono vittime dimenticate esattamente come dimenticato è il conflitto in corso, l’oblio sulla “lunga guerra” ha tante cause, di certo impedisce di riflettere sugli errori dell’intervento militare costato all’occidente cifre astronomiche e sui rischi, in genere, di interventi in situazioni complesse e spesso, ai nostri occhi, oscure e indecifrabili. Eppure nel campionato delle notizie, con i tornei di serie A e di serie B, il fatto che la crisi afghana resti tra quelle “dimenticate” fa particolarmente rabbia, fosse solo perché dimostra la nostra disattenzione non solo verso i morti degli “altri”, verso il dolore purché lontano, verso i drammi del mondo ma anche verso quegli italiani mandati a combattere e caduti in Afghanistan.