A Calais

I “calesiani arrabbiati” scendono in autostrada e bloccano migliaia di turisti britannici di rientro dalle vacanze alla fine dell’estate. Chiedono la demolizione della jungla: la baraccopoli, nella zona industriale della città, dove 10mila rifugiati vivono in condizioni drammatiche inseguendo il sogno di raggiungere clandestinamente la Gran Bretagna; sogno ormai impossibile tra recinzioni altissime e sorveglianza armata.
Ma tutti i calesiani sono arrabbiati? E soprattutto come si vive a Calais? Qual è il rapporto tra la realtà e l’immagine mediatica della città? Con in tasca il libro “A Calais” di Emmanuel Carrère («Quello che mi interessa è poter scrivere un reportage esattamente nello stesso modo in cui scriverei un libro»), ho provato a esplorare questi temi tornando sulla “costa d’opale”, un’altra di quelle piccole comunità in Europa come Idomeni, Lampedusa o Lesbos su cui grava tutto il peso della più grande crisi di rifugiati dalla seconda guerra mondiale.
Ne è nato un reportage (il mio terzo da/su Calais) per il montaggio di Guido Tombari e le immagini di Giuseppe De Angelis, che va in onda nello spazio di “Agenda del Mondo – Tg3”, sabato sera su RaiTre, alle 0.55, orario ideale per insonni e appassionati della materia (ma anche per chi vuole videoregistrare). Buona Visione!

Spiaggia Libera


All’inizio mi sembrava straniante parlare di Afghanistan e di un conflitto  durato più della Seconda Guerra Mondiale, in un luogo tanto bello. Poi mi sono ricordato che l’orizzonte di quella spiaggia meravigliosa era diventato colore della pece un giorno del settembre 1943, per quanti mezzi da sbarco lo affollavano, mi sono ricordato delle migliaia di giovani uomini fatti a pezzi su quella spiaggia dagli obici tedeschi che sparavano dalle colline. Perchè la guerra è capace di trasformare luoghi bellissimi in mattatoio grondanti sangue, interiora e feci.
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Ci vediamo a Paestum

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Siete tutti invitati, venerdì 16 settembre alle 17.30. Grazie all’ospitalità degli storici amici di Legambiente Paestum presentiamo “Afghanistan Missione Incompiuta” all’oasi dunale, uno degli ultimi tratti di duna e di spiaggia libera rimasti su quel tratto di bellissimo litorale.
Per arrivarci: a Capaccio, raggiunta l’area archeologica di Paestum dirigetevi verso il mare (e la torre) poi seguite le indicazioni e se non ci trovare, date un occhio all’insegna del lido Raggio Verde, di fronte c’è uno degli ingressi all’oasi.
A proposito, non dimentichiamo che gli amici di Legambiente sono stati tra i primi sostenitori del crowdfunding!

Mo-Jo e l’integrazione

Autostrada A16, bivio in direzione dell’Eurotunnel e del terminal traghetti di Calais. Siamo presi nel “blocco” da quasi 13 ore quando la nostra telecamera “principale” decide di abbandonarci. Non sono bastate le batterie di riserva per resistere ad ore di riprese della manifestazione, interviste, acquisizioni per il montaggio. Impossibile spostarsi anche solo di qualche chilometro (verso i bar e i negozi che vediamo al di là del guard-rail) tra cordone della polizia, decine di Tir e di trattori che hanno preso una delle principali autostrade del nord della Francia, la rete che circonda le carreggiate e impedisce persino di andar per campi.
Ma è quello il momento in cui, i leader della protesta salgono su un Tir e raccontano dell’esito delle trattative con il governo, insomma cominciano le scene finali della storia. E qui entra in campo la phone-o-grapy. L’iPhone era sopravvissuto alla lunga giornata grazie alla ricarica in usb nella macchina, montato con il rig/lente della BeastGrip e un mic panoramico – quindi nella sua versione mojo – ci ha salvato consentendo di portare a casa la “fine” della giornata.
In quanto giornalista di un grande network (che quindi ha un flusso di lavoro nel quale compare la figura specializzata dell’operatore professionale) sul campo ho potuto apprezzare il valore del Mo-Jo soprattutto dal punto di vista dell’integrazione: poter coprire due eventi, due luoghi, due angolazioni della stessa scena in contemporanea; sostituire la prima camera nel caso di un malfunzionamento o di una indisponibilità; fare quello che la prima camera non riesce a fare, per esempio per via di luoghi angusti come possono essere la cabina di un fuoristrada, un’ascensore oppure un elicottero.
L’ho potuto sperimentare anche durante il terremoto del 24 agosto 2016, sul fronte della Marche, dove tra l’altro il mo-jo aveva potenzialmente anche una marcia in più potendo coprire a livello video (sia in diretta che con contributi filmati) le ore immediatamente successive agli eventi prima che la macchina dei grandi network arrivasse con parabole, radio-camere e tutti gli apparati su cui possono contare in eventi del genere.

In sintesi, il mo-jo può servire (e tanto) anche a giornalisti che non sono freelance e che lavorano per grandi network.

PS: per approfondire la phone-o-graphy e il mobile journalism, ASR organizza un nuovo corso ad ottobre.