Il racconto immersivo

NEI CAMPI DEI ROHINGYA – UN’ESPERIENZA A 360 GRADI (h264) from Nico Piro on Vimeo. ATTENZIONE, RICHIEDE UN BROWER COME FIREFOX COMPATIBILE CON LA VISUALIZZAZIONE 360° INTERATTIVA (NO SAFARI).

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Pordenone, dallo stomaco alla testa

 

 

 

Il 30 novembre si è chiuso alla Casa dello Studente di Pordenone, il ciclo di incontri organizzato dall’IRSE (Istituto Regionale di Studi Europei del Friuli Venezia Giulia) su “Europa Inquieta”. Io sono stato invitato a parlare sul tema “Aiutiamoli a casa loro”. Ma cosa sta succedendo “a casa loro”?
Con me c’era Roberto Reale che ha tenuto il “filo” di tutto il ciclo degli incontri e che, oltre ad essere stato mio vicedirettore al Tg3, è anche il media watcher più accorto d’Italia (e forse per questo meno presente nel teatrino quotidiano degli opinionisti “tuttologi”, pronti a passare da qualsiasi argomento all’altro pur di stare in tv).
Sarebbe difficile riassumere qui oltre tre ore di conferenza, con un vivace dibattito finale con il pubblico. Forse, una sintesi può essere trovata in questa frase: siamo passati dallo stomaco alla testa. Con Roberto – collega dal quale ho imparato di più e continuo ad imparare – abbiamo provato a raccontare non solo “quello che succede a casa loro” ma anche la situazione italiana (a partire dai numeri degli arrivi passando all’andamento della criminalità) per numeri, dati, storie.
E’ esattamente quello che ci vorrebbe per riportare il dibattito politico in Italia ad un livello di minima palatabilità (con l’informazione a traino, nella speranza di certi editori/giornalisti che il sensazionalismo risollevi le vendite). E’ una necessità talmente ovvia che nessuno se ne farà carico, proseguendo nella sana ed italica (ma ormai contagiosa a livello globale) tradizione della divisione tra tifoserie che fanno delle proprie “ragioni” un dogma al di là di ogni ragionevolezza.

Rohingya, reportage


Ecco i miei servizi per il Tg3 sulla crisi dei profughi rohingya (i link portano alla pagina FaceBook della testata):

Una storia di disperazione e di accoglienza – Dal Tg3 del 27 novembre 2017

Abdus, il profugo più anziano – Dal Tg3 del 26 novembre 2017

Registrare i profughi per rimpatriarli – Dal Tg3 del 25 novembre 2017

I bambini da vittime a possibili “prede” – Dal Tg3 del 23 novembre 2017

Emergenza Sanitaria nei campi – Dal Tg3 del 22 novembre 2017

Continuano gli arrivi – Dal Tg3 del 21 novembre

File e attesa – Dal Tg3 del 19 novembre

“Orrori che non avrei mai dovuto vedere” i bimbi rohingya. Dal Tg3 del 18 novembre

L’uomo che aiuta a riunire le famiglie – Dal Tg3 del 17 novembre

Lo stupro come arma nella pulizia etnica – Dal Tg3 del 16 novembre

In fila per un pugno di riso – Dal Tg3 del 15 novembre

Extra: lo slide show delle mie foto dai campi profughi

Rohingya, un crisi per immagini

 

In queste immagini, la crisi dei rohingya per come l’ho vista io sul campo nelle ultime due settimane o almeno per come l’ho “fissata” in quei momenti in cui ho avuto la prontezza e il tempo per scattare una foto.
Il dramma dei rohingya è talmente vasto che diventa persino difficile “esaurirlo” in un racconto unico, per quanto si possa ricercare una sintesi. E’ l’estensione della crisi e la velocità con cui si è sviluppata a rendere l’esodo dei rohingya un evento, catastroficamente, unico.

A passare il confine con il Bangladesh, in poche settimane, sono stati seicentomila profughi in fuga dalla pulizia etnica (c’è chi la chiama genocidio) condotta dagli estremisti buddisti e dall’esercito del Myanmar; pulizia etnica cominciata dopo gli attacchi del 25 agosto dell’ARSA – una piccola formazione di guerriglia rohingya – contro l’esercito.
L’ARSA ha fornito una scusa buona e molto “contemporanea” (la “lotta al terrorismo”) all’esercito per avviare l’ennesima ondata di violenze – stupri di gruppo, esecuzioni, tecniche di “terra bruciata” nei villaggi – contro quella viene ritenuta la minoranza più perseguitata della Terra. Sono mussulmani a cui dal 1982 è stata tolta la cittadinanza, vengono trattati come immigrati clandestini nella terra in cui sono nati. La parola “rohingya” non viene nemmeno riconosciuta nel lessico del Myanmar, infatti nei vari documenti ufficiali di questi giorni – per esempio quello sul presunto “rimpatrio”, siglato da Bangladesh e Myanmar – il termine non compare.
In Myanmar, vengono genericamente definiti come persone di “razza bengalese”.

Attacco a Shamshad

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Passando davanti allo stadio “olimpico” di Kabul, mi è sempre piaciuta Shamshad, l’unica tv al mondo al cui esterno sono esposti elicotteri e aerei, residuati bellici della guerra ai sovietici.
Shamashad è una tv molto popolare nelle aree pasthun, in particolare nelle aree dell’est al confine del Pakistan. Una tv che da fastidio e che oggi è stata colpita con la tecnica dell’attacco multiplo: un commando che si fa largo con un’esplosione e poi si barrica all’interno per fare vittime fino all’ultima cartuccia. La firma è quella dell’ISIS ma francamente poco importa perchè le vittime sono sempre le stesse, vittime innocenti. Che sia l’ISIS, i Talebani, il clan Haqqani a colpire ormai resta incontrovertibile il dato che Kabul è il luogo più vulnerabile (e di conseguenza pericoloso) dell’Afghanistan.
“Questo è un attacco alla libertà di stampa ma non possono fermarci” ha detto Abid Ehsas, direttore di Shamshad Tv che è tornata in onda dopo poche ore dall’attacco, la foto diffusa su twitter (da ) di uno dei conduttori con la mano fasciata in onda a parlare dell’attentato dice molto sulla forza del popolo afghano, prigioniero di una guerra quarantennale.
Il fallimento della “ricostruzione” pagata dai noi contribuenti occidentali e la “missione incompiuta”, una guerra più lunga del secondo conflitto mondiale, si solo lasciati dietro poche cose buone: una di queste è un sistema dell’informazione, forte, libero, vibrante dove centinaia di colleghi ogni giorno ridono in faccia alla morte per fare il loro lavoro.
Le vittime di oggi a Shamshad (che già in passato aveva perso un suo giornalista, ucciso nella zona del passo Kyber) non sono le prime nè saranno le ultime per l’informazione afgana.
Sono vittime dimenticate esattamente come dimenticato è il conflitto in corso, l’oblio sulla “lunga guerra” ha tante cause, di certo impedisce di riflettere sugli errori dell’intervento militare costato all’occidente cifre astronomiche e sui rischi, in genere, di interventi in situazioni complesse e spesso, ai nostri occhi, oscure e indecifrabili. Eppure nel campionato delle notizie, con i tornei di serie A e di serie B, il fatto che la crisi afghana resti tra quelle “dimenticate” fa particolarmente rabbia, fosse solo perché dimostra la nostra disattenzione non solo verso i morti degli “altri”, verso il dolore purché lontano, verso i drammi del mondo ma anche verso quegli italiani mandati a combattere e caduti in Afghanistan.

Effetto Mojo

DSC_1377.JPGNegli ultimi cinque giorni, da lunedì 23 a venerdì 27 ottobre, abbiamo affrontato due corsi, quello di Bologna (base) e quello di Roma (avanzato), sempre con lo stesso obiettivo tentare di diffondere tra i colleghi (di ogni ordine, grado e soprattutto “media”) gli strumenti di produzione che la rivoluzione degli smartphone ci mette a disposizione, possibile risposta alla crisi (economica) del giornalismo assediato dalla transizione digitale.
Questi corsi sono pensati come momenti di condivisione, il grosso flusso evidentemente va da noi che “insegniamo” (brutto termine ma non volevo ripetere la parola condividere) e chi partecipa. In realtà si tratta di momenti in cui, tutti imparano: noi per primi. Impariamo qualcosa in più sulle esigenze dei colleghi, distribuiti in campi e generi spesso lontani (dall’ufficio stampa di un comune di medie dimensioni ad un documentarista per testate di livello mondiale, passando per il cronista di un tg tra i più visti del Paese); impariamo qualcosa in più dagli strumenti che le richieste della platea spesso portano al limite.
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Mojo in trasferta, Bologna e Milano


Per la prima volta i corsi di Mobile Journalism – che abbiamo lanciato a Stampa Romana portando il mojo in Italia – si stanno spostando dalla capitale. Il 23 e 24 ottobre con Enrico Farro dell’associazione Filmaker siamo stati a Bologna, prima tappa “fuori porta”, ospiti del sontuoso Palazzo Magnani nel centro storico. Prossima tappa a Milano, il 6 e 7 novembre (qui per dettagli e info d’iscrizione). Questi due corsi vengono organizzati dal Centro di Documentazione Giornalistica, storico riferimento per l’aggiornamento professionale per i giornalisti italiani. Va detto che si tratta dell’unica struttura – per giunta specializzata – che ci ha consentito di portare il mobile journalism fuori Roma (quindi oltre il territorio di competenza di Stampa Romana, che nell’abbracciare il mojo è stata coraggiosa pioniera) conservando il nostro spirito: quello di divulgare, di condividere nuovi strumenti per una professione che se non cambia muore.