Il sapore della vittoria

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War Machine è un film straordinario, “purtroppo” disponibile solo su Netflix perché meriterebbe – anche in Italia – un pubblico più vasto. Racconta – pur non citandolo direttamente – della storia del generale McChrystal incaricato da Obama (con il quale mai ebbe buoni rapporti o rapporti del tutto) di rivedere lo sforzo bellico americano in Afghanistan e raggiungere la vittoria. Storia raccontata dal punto di vista di Michael Hastings, il giornalista di Rolling Stones che – tra determinazione e fortuna, sotto forma di un vulcano dal nome impronunciabile – riuscì ad avere un “accesso” senza precedenti al generale e al suo staff, per un racconto che lo porterà poi alle dimissioni. Hastings morirà poi in circostanze ancora oggi considerate misteriose ma lascerà un volume, The Operators in cui la storia scritta per RS si espande e guadagna dettagli.
Il film scarnifica senza pietà i motivi della sconfitta afghana, caricaturizza McChrystal se non fosse che fa emergere l’ingenuità di un personaggio chiamato a confrontarsi con una corte di politici, diplomatici e cooperanti piuttosto che con una missione solamente militare e “combat”. Se l’ambientazione di Marjà (l’ulcera sanguinante, come venne definita all’epoca la località nell’Helmand) è terribile, la scena dell’incontro con i civili e della reazione all’imboscata con l’uccisione di un bimbo, contribuiscono a completare quello che è un ciclo di affreschi o di “stencil murali” sulla guerra più lunga. Buona visione.

LPD – Il triangolo del mobile journalism

Il mio seminario “dal giornalismo immobile al mobile journalism è stato quello con il più alto numero di partecipanti del DIG, il festival del giornalismo di Riccione. Una bella notizia – al di là della soddisfazione personale – perché conferma quanto il Mojo possa rispondere alle esigenze di diverse categorie di giornalisti e rappresenti una – tra le altre – vie di uscita dalla crisi. La conferenza di Riccione, della durata di due ore, è stata diversa dai corsi di mobile journalism tenuti sin’ora (il “modello” di Stampa Romana si fonda su una durata di due giorni e un numero di ore variabili tra le 16 e le 20). Questa versione compatta (più un keynote speech che un seminario) mi è servita a distillare alcuni concetti e fondamenti del mojo; tra questi “LPD” (vedi la slide sopra).
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Dimenticare l’Afghanistan

Un camion-cisterna, piena di esplosivo, è riuscito ad arrivare sin nel cuore di Kabul, a Wazir Akbar Khan, il quartiere più “esclusivo” della città dove vivono le famiglie benestanti e gli ultimi occidentali, dove hanno sede ambasciate e uffici di organizzazioni internazionali.
Il semplice fatto che il kamikaze sia riuscito a portare la sua bomba su ruote sin lì è di per sé una misura della capacità del governo di difendere non solo la capitale ma persino il perimetro vicino al palazzo presidenziale, in pratica sé stesso.
Il bilancio è drammatico e provvisorio: almeno 90 morti e 460 feriti. Molti di quest’ultimi passeranno nella lista dei deceduti o dei mutilati a vita.
Non esistono attentati “logici” ma questo è stato talmente “assurdo” e orrendo nella sua missione di fare vittime civili che persino quei taglia-gole dei Talebani hanno preso le distanze. A rivendicare è stato l’ISIS o meglio la locale filiale del sedicente stato islamico, frutto di una scissione nei Talebani afghani (finiti in pezzi dopo l’ufficializzazione della morte del Mullah Omar) e delle offensive pakistane che hanno spinto i Talebani di quel Paese a stabilirsi oltre-frontiera.
Non è il peggior attentato della storia recente del Paese, che in realtà potremmo definire come un paragrafo – quello occidentale e post-occidentale – del quarantennale capitolo di un volume di conflitti che copre diversi secoli.
Questo attentato non sarà nemmeno l’ultimo, è l’unica certezza che abbiamo al momento.
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Cuore d’Africa

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Campo di Mayo – Editing in process

Il mio reportage dal Sudan “Cuore d’Africa” è andato in onda su RaiTre, nella rubrica di esteri del Tg3 “Agenda del Mondo”, sabato 27 maggio. Nonostante l’orario di messa in onda (l’1,29) ha ottenuto un fantastico risultato d’ascolto (8,35%, 400mila spettatori), a ulteriore smentita di chi sostiene che certi argomenti e questioni lontane da noi non interessano alla “gente”.
Per rivedere la puntata, vai su RaiPlay.

Troppo pochi

La guerra in Afghanistan ricomincia, verrebbe da dire, se non fosse che non è mai finita. Diciamo che ricomincia per l’America, che già spende 23 miliardi di dollari l’anno per la missione afghana con un dispiegamento di circa 8000 unità. L’amministrazione Trump si prepara a mandare altri 3000 uomini. a tagliare i caveat al loro utilizzo al fianco delle truppe afghane (“taglio” delle restrizioni già cominciato con Obama) e a cancellare i limiti all’uso dei bombardamenti (l’indiscrezione poi confermata, è del WP). La decisione finale è attesa dopo il summit della Nato del 25 maggio, ma è evidente che Washington si aspetta un aiuto dagli alleati. Solo per la cronaca ricordiamo che l’Italia è il secondo Paese contributore alla missione “Resolute Support”, missione che formalmente ha compiti di addestramento delle forze di sicurezza afghane.

La svolta matura in un quadro complesso, del quale sono pubblici sostanzialmente solo due elementi: le altrettante richieste dei vertici militari (il capo della missione afghana e il generale che guida il comando delle forze speciali) di avere più truppe sul campo.
Gli elementi da valutare sono però molteplici:  Continua a leggere “Troppo pochi”

Grazie alla giuria

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Ho appena saputo di aver vinto il Premiolino 2017, il premio giornalistico più antico d’Italia. E’ una notizia per me emozionate e che mi fa interrogare anche sulla mia capacità di essere all’altezza di questo riconoscimento. La consegna è prevista per il 20 giugno a Palazzo Marino, spero che ci possano essere tanti amici (reali e virtuali). Grazie alla giuria per avermi scelto (qui trovate l’elenco dei giurati).
Ecco il comunicato (con le motivazioni) e i nomi dei premiati.
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