La guerra perduta

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Altare ai caduti

30 anni fa, il 15 febbraio del 1989, l’Armata Rossa lasciava l’Afghanistan che si confermava essere “cimitero degli imperi”. Nel mio reportage “Gli eroi della guerra perduta” (uso sempre con cautela il termine eroi, qui giustificato dall’eroismo della memoria) racconto di quel conflitto ormai rimosso dalla memoria collettiva della nuova Russia ma che resta vivo dentro i veterani che l’hanno combattuto.
Una rimozione avvenuta anche in Occidente, dopo la fine della missione Isaf, che aiuta a dimenticare la lezione afghana e a ripetere sempre gli stessi errori su quel campo di battaglia.

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In Sardegna, c’è qualcosa che non torna

img_8878La fatica dei pastori è atavica, continuano a lavorare come facevano i loro antenati seguendo il ritmo e il passo degli animali che “governano”. Un litro di latte di pecora o di capra – che sia – è intriso di quella fatica; delle sveglie all’alba; dei calendari senza domeniche, Natale o Pasqua; del caldo soffocante dell’estate, della pioggia battente dell’inverno. Rovesciare anche un solo litro di latte come stanno facendo i pastori sardi in questi giorni di clamorose proteste significa buttare a terra la loro stessa fatica, non è un gesto facile pur essendo un gesto spettacolare. Non mi sembra una studiata mossa mediatica quanto il frutto della disperazione.
C’è però qualcosa che davvero non torna in questo quadro: Continua a leggere “In Sardegna, c’è qualcosa che non torna”

“Banderite” e banderuole, questa è l’Ucraina che vogliamo in Europa?

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Un gruppo di neonazisti (quelli che si fanno chiamare “nazionalisti”) si scontra con la polizia a Kiev, dove a breve si vota per le presidenziali.
Gli agenti della celere locale, li mettono al muro ma uno dei poliziotti grida loro: “Banderite”.
Stefan Bandera è una controversa figura che si schierò con i nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale contro i sovietici, ebbe poi altri cambi di fronte ma la sua storia è quella di un nazionalista ucraino pronto a scendere a patti con Hitler e macchiatosi di crimini contro gli ebrei.
Una figura controversa ma che l’Ucraina del dopo piazza Maidan, è stata pronta a ripescare per trasformarla nel volto del Paese che vuole sganciarsi dall’orbita russa ma che, nel farlo, perde la Crimea e guadagna un conflitto interno con secessione, sul versante orientale.
Insomma “Banderite” suona come suonerebbe uno sfottò del tipo “hitlerini” quando rivolto ad un gruppo di teppisti neonazisti.
Il video degli arresti finisce in Rete ma l’indignazione social non è per l’attacco dei “nazionalisti” alla polizia, è tutta dedicata all’agente.

Fin qui nulla di particolarmente diverso dalle dinamiche social che ormai si ripetono ovunque del mondo. Peccato che i vertici della polizia comincino a scusarsi e a prendere le distanze dall’agente a cui viene promessa pubblicamente una punizione, mentre l’hashtag #IamaBanderitas comincia a volare senza che nessuno – o quasi – batta ciglio.

Senza voler entrare nel merito del complesso conflitto e della disputa territoriale tra Ucraina e Russia, senza voler riaprire il capitolo su quanto le spinte statunitense per allargare la Nato ad est abbiano pesato sulla destabilizzazione di quell’area (in nome di quanta sicurezza aggiuntiva poi?), mi resta un quesito: l’Ucraina che vogliamo in Europa (e nella Nato) è questa? Siamo sicuri che un Paese che con leggerezza confonde nazionalismo con neo-nazismo sia in linea con i valori della nostra Europa? Pur in uno scenario di grandi confusioni, come quello attuale, dove la Russia di Putin assurge a modello per i nemici politici di un tempo, è normale che in nome di logiche da guerra fredda nessuno politico/istiuzione senta il bisogno di prendere le distanze da questo tetro clima politico ucraino?

Se la guerra ti manca, anche 30 anni dopo

Nei prossimi giorni va in onda un mio lavoro realizzato a Mosca per il Tg3, sul trentennale del ritiro sovietico dall’Afghanistan, attraverso le testimonianza dei veterani di quel conflitto. Eccone un’anticipazione


Era il 15 febbraio del 1989 quando il generale Boris Gromov attraversava il fiume Amu Dharià e rientrava in patria. Era l’ultimo uomo sul ponte, l’ultimo soldato della 40ma armata a lasciare l’Afghanistan. Finiva così un conflitto costato 15.000 caduti russi, un numero incalcolabile di vittime civili (nell’ordine del milione), almeno 6 milioni di rifugiati e spese per milioni e milioni di rubli che contribuiranno al crollo dell’economia sovietica. Un conflitto servito a nulla, se non a tenere in vita un governo “amico” che sarebbe durato qualche altro anno senza sostegno militare ma grazie all’iniezione di milioni di rubli in aiuti.
Sono passati 30 anni da quella data, un anniversario importante. Che cosa è rimasto del conflitto sovietico-afghano? La risposta è molteplice:

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Illuminare è sapere, sapere è potere

Il SuperBowl è il teatro per la sfida più importante dell’anno anche per i pubblicitari: mega-spot creati per l’occasione (per lo più trasmessi solo in quella occasione) che segnano l’inizio di campagne e momenti storici per le aziende (basta pensare al 1984 della Apple, il computer per il “resto di noi”). Quest’anno, nel mezzo di una brutta partita dominata da una brutta squadra di pessimi vincenti, è arrivo lo spot di un quotidiano, per la prima volta. E’ di quel “Washington Post” che in coincidenza con l’inizio della presidenza Trump ha aggiunto in testata la scritta “La democrazia muore nell’oscurità” e l’oscurità è quella di chi vuole tenere al buio il pubblico, vuole spegnere le luci di chi invece prova ad illuminare la realtà anche quella più scomoda.
Lo spot è incredibilmente “bipartisan” (mostra giornalisti di testate diverse dal Post), come può – eccezionalmente – accadere solo nella super-competitiva America ed è un messaggio che arriva al popolo non alle elite come oggi va di moda dire, trattandosi di una platea trasversale come quella di uno straordinario appuntamento sportivo.

C’è poco da fare chi siede alla scrivania dello studio ovale ha una responsabilità globale e l’attacco sistemico e sistematico di Trump alle “fake news” ha legittimato, nel resto del mondo, condotte e linee anti-giornalisti fino a pochi anni fa impensabili. Prendete quei messaggi – quelli che il presidente lancia a giorni alterni da twitter – e calateli in realtà dove la democrazia (se c’è) è più fragile e capirete quanto sia importante l’esempio che arriva dal Paese con la più ampia libertà di stampa del mondo.
L’informazione ha grandi responsabilità per la sua crescente impopolarità e dovrebbe fare una profonda autocritica ma chi odia e diffonde odio contro i giornali e i giornalisti rappresenta un problema ben più grave.
Se la Democrazia muore nell’oscurità, chi “illumina” difende il diritto di tutti anche a criticare i giornalisti. Se si spegne la luce scomparirà anche quella possibilità.

Auguri a Carlo Verdelli

Il nuovo direttore de la Repubblica è Carlo Verdelli, torna in campo un fuoriclasse dopo il gesto di professionalità e dignità che l’aveva portato a lasciare la Rai. Nel video la sua ultima (e unica) uscita pubblica post-Rai. Al nostro festival Mojo Italia del settembre 2018 illustra la sua idea di giornalismo e fake news.

MOJO Italia 2018 – TRA FAKE NEWS E POST-VERITA’ – Roberto Reale & Carlo Verdelli from Mobile Journalism Italia on Vimeo.

Il paradosso Emergency

IMG_6794 3Potrei cavarmela con una battuta, faccio un ragionamento. Visti i tempi che corrono, me ne scuso, ragionare a volte può essere un grave errore.

Gino Strada era stato – tra le altre cose – candidato al Quirinale dall’M5S, qualche giorno fa ha sparato a zero sull’esecutivo Lega e Cinque Stelle, da uomo libero quale ogni volta si conferma essere.
E’ arrivata la reazione del ministro degli Interni, Salvini, sul quale solitamente mi astengo da commenti social perché credo che sia tanto abile (e ben consigliato) sull’uso dei nuovi media che i detrattori, i critici, i ragionanti non solo i fan finiscono comunque ad alimentarne il volume di “fuoco”.
Anche per questo provo a fare un ragionamento e non una battuta da poche decine di caratteri, spero abbiate paziente e tempo per leggerlo fino in fondo.
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