Dal punto di vista delle vittime

Ecco cosa accade all’ospedale di Emergency a Kabul, quando scatta il protocollo “mass casualties” come accaduto il 20 ottobre, giorno delle elezioni afghane, segnato da esplosioni e pesanti violenze.

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Outside the wire, inside the loop

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KABUL – Le zone di guerra, di solito, la gente se le immagina come luoghi in cui ci sono solo soldati di eserciti contrapposti. E’ una grande bugia della quale ci convinciamo sin da piccoli. Nelle “aree di crisi” la gente continua a vivere o almeno ci prova. Kabul ne è la prova provata, la città più pericolosa d’Afghanistan – quindi la più pericolosa del mondo – dove si moltiplicano i ristoranti, si continuano a costruire case, aprono negozi e fast-food, si fa di tutto per cercare di assomigliare a metropoli “vicine” come Dubai o New Dheli. L’altra sera sono stato ad una festa, dove si ballava e c’era musica a tutto volume mentre fuori davanti al fuoco si discuteva di arte e di musica come rimedio alla paura.
Ogni zona di guerra ha molte facce, l’importante è saperle guardare, andarle a cercare. Per farlo bisogna uscire dai compound blindati, liberarsi delle placche balistiche, allontanarsi dalle scorte armate e stare in mezzo alla gente. A Kabul è sempre più difficile farlo per via della sicurezza ossessiva e della diffidenza delle persone che sono ormai allo stremo e vedono complotti dappertutto. Ma bisogna sforzarsi di andare “outside the wire”, al di là del filo spinato, per raccontare i tanti volti di questo Paese aiutando gli altri a capirlo meglio. In quanto alla sicurezza: è ossessiva, è massiccia, è muscolare, ha trasformato Kabul nel luogo con la più alta concentrazione per metro quadrato di kalashnikov del mondo, ma è una sicurezza che può essere spazzata da una sola auto carica di esplosivo. L’unica sicurezza duratura e possibile va costruita altrove, al tavolo della Pace.

Piccole cose

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Kabul, ottobre 2018, bandiere, manifesti, stendardi con i volti dei candidati al parlamento

Oggi all’improvviso ho visto rabbuiarsi il producer che lavora con me (per i non addetti ai lavori, il producer è un giornalista locale che parla inglese, ti risolve problemi e nelle cui mani metti la tua vita).
In Afghanistan, non va sottovalutato nessun dettaglio perché nelle piccole cose sta la differenza tra vivere e morire. Quando ho notato la sua espressione, l’ho preso da parte e, con la delicatezza del caso, ho cercato di capire se l’avessi offeso in qualche modo, se avessi fatto qualcosa di sconveniente in pubblico oppure se ci fosse qualcosa che lo spaventava e che non voleva raccontarmi. Per capirci, chi parla la lingua locale ha accesso a informazioni e a “sfumature” che tu, straniero, ti sogni…ma quando in un giorno guadagni almeno 150 dollari, più che un poliziotto in un mese, a volte c’è la tentazione di non spaventare il tuo ospite.
Il mio producer – non ne uso il nome per motivi di sicurezza – si è aperto e mi ha detto: “Sono molto triste”.
“Perchè?” gli chiedo. ”
Hanno ucciso Abdul Jabar Qahraman, era un caro amico”.
L’ex-generale comunista è il decimo candidato alle parlamentari di domenica, a morire in maniera violenta in questa campagna elettorale.
Era una speranza per la provincia dell’Hellmand (nonostante il suo passato controverso). I talebani lo odiavano. Per farlo fuori, hanno nascosto una bomba dentro il divano del suo ufficio.
“L’ultimo volta che sono stato con dei giornalisti da lui, a Lashkar Gah, su quel divano ci ho dormito una settimana”. In Afghanistan, nelle piccole cose si nasconde la differenza tra vivere e morire.

Questa e altre storie saranno nel mio prossimo libro (in uscita a febbraio), sostieni la mia ricerca sul campo, pre-acquistandone una copia (pubblicità progresso)

 

Saluti da Kabul

Sul portico della mia guest house, ho davanti una tazza di tè verde, un piatto di riso kabuli e di pane nan, quello piatto, cotto sulle pareti dei forni scavati nel terreno.
Basta questo a farmi sentire a casa, finalmente, cinque anni dopo.
Esattamente come basta poco, in una zona di conflitto, ad abituarti a quello che, altrove, sarebbe anormale: il “clak” del colpo che entra in canna, negli Ak-47 delle guardie in giardino, gli chinook che attraversano il cielo (magari portando nei loro compund blindato quelli che non vogliono affrontare la strada più pericolosa del mondo, la airport road), il clangore del doppio portone blindato che si apre in sequenza.
Quando un auto si avvicina all’ingresso, le due enormi ante fanno gridare i cardini: l’ispezione anti-bomba viene completata e solo allora si apre il secondo portone mentre il primo resta chiuso.
La città è tappezzata di manifesti per le elezioni di sabato prossimo, le parlamentari. La situazione sicurezza sembra stabile con migliaia tra soldati e poliziotti dispiegati in città, ma la vulnerabilità di Kabul è tale che non può essere cancellata in una notte. E a ipotecare queste elezioni potrà essere più il pericolo dei brogli che la violenza, il che è tutto dire sulla tenuta della cosiddetta democrazia afghana.

Come avete capito leggendo sin qui, il lavoro sul campo per completare il mio prossimo libro sull’Afghanistan è cominciato da qualche ora.
Continua a leggere “Saluti da Kabul”

Milano Mojo

 

Per due giorni, il 10 e l’11 ottobre, grazie al centro di documentazione giornalistica (che edita il mio libro sul mojo), presso l’istituto Feltrinelli, con Enrico Farro abbiamo tenuto uno dei corsi di mobile journalism più affollati di sempre. Grazie a chi è stato con noi! Sperando che il mojo possa dare un piccolo contributo a cambiare il giornalismo italiano.

Il libro è in circolo

MoJo Mobile Journalism – Il book trailer from Nico Piro on Vimeo.

Il manuale di Mobile Journalism che abbiamo scritto con Enrico Farro, dopo il suo esordio a MOJO ITALIA, è da domani (11/10) in distribuzione in tutte le librerie on line e fisiche. Intanto potete acquistarlo direttamente dal Centro di Documentazione Giornalistica che offre una promozione (a tempo): prezzo di copertina e spedizione inclusa a 24.50 euro (contro i 29 del prezzo di copertina), clicca qui per raggiungere la pagina dell’offerta

Non parlatemi più di giornalisti che non vogliono cambiare

1250 posti occupati, 15 seminari “tutto esaurito”, 45 ore di formazione gratuita, circa 700 persone presenti tra giornalisti e videomaker, un’ondata di energia e gioia che ha (senza far danni!) investito la Casa del Cinema e la sede di Stampa Romana. Tutto questo è stato “Mojo Italia”, due giorni e mezzo di aggiornamento professionale gratuito per introdurre i colleghi al mobile journalism (da cui la sigla “mojo”) ovvero all’uso dello smartphone per creare video professionali e più in generale contenuti giornalistici da fruire multipiattaforma, in quei “luoghi” dove oggi si è spostato il pubblico che un tempo i nostri giornali “incontravano” in edicola e i nostri tg facevano “radunare” davanti uno schermo televisivo.

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