Dimenticare l’Afghanistan

Un camion-cisterna, piena di esplosivo, è riuscito ad arrivare sin nel cuore di Kabul, a Wazir Akbar Khan, il quartiere più “esclusivo” della città dove vivono le famiglie benestanti e gli ultimi occidentali, dove hanno sede ambasciate e uffici di organizzazioni internazionali.
Il semplice fatto che il kamikaze sia riuscito a portare la sua bomba su ruote sin lì è di per sé una misura della capacità del governo di difendere non solo la capitale ma persino il perimetro vicino al palazzo presidenziale, in pratica sé stesso.
Il bilancio è drammatico e provvisorio: almeno 90 morti e 460 feriti. Molti di quest’ultimi passeranno nella lista dei deceduti o dei mutilati a vita.
Non esistono attentati “logici” ma questo è stato talmente “assurdo” e orrendo nella sua missione di fare vittime civili che persino quei taglia-gole dei Talebani hanno preso le distanze. A rivendicare è stato l’ISIS o meglio la locale filiale del sedicente stato islamico, frutto di una scissione nei Talebani afghani (finiti in pezzi dopo l’ufficializzazione della morte del Mullah Omar) e delle offensive pakistane che hanno spinto i Talebani di quel Paese a stabilirsi oltre-frontiera.
Non è il peggior attentato della storia recente del Paese, che in realtà potremmo definire come un paragrafo – quello occidentale e post-occidentale – del quarantennale capitolo di un volume di conflitti che copre diversi secoli.
Questo attentato non sarà nemmeno l’ultimo, è l’unica certezza che abbiamo al momento.
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Troppo pochi

La guerra in Afghanistan ricomincia, verrebbe da dire, se non fosse che non è mai finita. Diciamo che ricomincia per l’America, che già spende 23 miliardi di dollari l’anno per la missione afghana con un dispiegamento di circa 8000 unità. L’amministrazione Trump si prepara a mandare altri 3000 uomini. a tagliare i caveat al loro utilizzo al fianco delle truppe afghane (“taglio” delle restrizioni già cominciato con Obama) e a cancellare i limiti all’uso dei bombardamenti (l’indiscrezione poi confermata, è del WP). La decisione finale è attesa dopo il summit della Nato del 25 maggio, ma è evidente che Washington si aspetta un aiuto dagli alleati. Solo per la cronaca ricordiamo che l’Italia è il secondo Paese contributore alla missione “Resolute Support”, missione che formalmente ha compiti di addestramento delle forze di sicurezza afghane.

La svolta matura in un quadro complesso, del quale sono pubblici sostanzialmente solo due elementi: le altrettante richieste dei vertici militari (il capo della missione afghana e il generale che guida il comando delle forze speciali) di avere più truppe sul campo.
Gli elementi da valutare sono però molteplici:  Continua a leggere “Troppo pochi”

Ci siamo sbagliati

Mentre le milizie sciite di Al Sadr irrompono nel parlamento di Baghdad e l’esercito afghano annuncia l’inizio di operazioni belliche in 18 provincie del Paese candidando il 2016 ad essere un anno persino peggiore del 2015 (per le forze di sicurezza di Kabul, 5500 caduti in 12 mesi) -tanto per ribadire lo stato delle cose nei due Paesi segnati dagli interventi post-11 settembre – il Pentagono annuncia gli esiti della sua corposa inchiesta sul bombardamento dell’ospedale di MSF a Kunduz (42 vittime).

L’AC-130 è una macchina di straordinaria ingegneria della morte, ha l’agilità del quadrimotore Hercules ma la potenza di fuoco di una fortezza e la precisione di un cecchino, con la differenza che balla in aria senza fermarsi mai e può sparare proiettili all’incirca grandi come una lattina di birra senza subirne in alcun modo il rinculo. Lo “Spectre” che ha bombardato e distrutto l’ospedale di MSF durante l’assedio di Kunduz – città chiave del nord afghano, caduta nelle mani dei talebani – ha colpito il bersaglio giusto, non ha sbagliato mira, semplicemente l’equipaggio non sapeva che quello era un obiettivo civile; gli era stato chiesto di colpire un target solo che era a 400 metri di distanza, hanno “semplicemente” sbagliato indirizzo, fermo restando che nell’ospedale non c’erano talebani nascosti nè dall’ospedale sono partiti tiri diretti contro le truppe afghane o lo stesso aereo.
Il Pentagono punirà 16 propri militari, sostanzialmente per non essere decollati con la lista dei target da non colpire, ma non procederà per “crimini di guerra”proprio perché si è trattato di un errore e non di un attacco deliberato (MSF sostiene la tesi contraria e chiede che l’inchiesta venga svolta da un’autorità indipendente).

Mentre continuo a chiedermi come si possa utilizzare per una CAS (Close Air Support) in ambiente urbano un AC-130 (guardate queste foto per capire a cosa mi riferisco), vi lascio con questa straordinario racconto di Foreign Policy, la storia di una delle vittime dell’attacco all’ospedale. L‘uomo sul tavolo operatorio aveva un nome e una famiglia non era solo un cadavere dentro una foto drammaticamente “celebre”.

Ok il prezzo è giusto

E’ una pietra miliare, destinata ad avere effetti su tutto un vasto quadrante del medio-oriente e dell’Asia, eppure è passato quasi sotto silenzio l’accordo firmato tra Stati Uniti e Afghanistan domenica scorsa.

Un accordo per raggiungere il quale si è trattato per mesi (la prima indiscrezione è dell’estate scorsa) e che consentirà alle forze armate degli Stati Uniti di restare in Afghanistan almeno fino al 2024. Un accordo che di fatto collocherà, a lungo termine, la potenza militare americana in una posizione strategica, a due passi dall’Iran, il Pakistan e la Cina…insomma nel bel mezzo del crocevia d’Asia. E per questo si tratta di un evento storico, che sin’ora altri imperi non avevano raggiunto o l’avevano fatto solo temporaneamente.

E’ il minimo che gli americani, nella loro ottica, potessero incassare dopo dieci anni, miliardi di dollari e migliaia di vite “investite” nel conflitto afghano. Eppure gli è costato ancora di più, l’accordo si è chiuso solo dopo che agli afghani è stato ceduto il controllo delle carceri per i terroristi e quello delle operazioni notturne, cruciali quanto fonte di polemiche. Due passi indietro non da poco su due strumenti essenziali nella cosiddetta guerra al terrore (del resto è per questo che gli americani sono qui).

Inoltre gli Stati Uniti si impegnano a sostenere le forze di sicurezza locali e lo sviluppo del Paese, che detto così sembra un’affermazione generica: eppure costerà diverse decine di milioni di dollari all’anno al contribuente americano.

Karzai ha dovuto cedere su un punto: aveva chiesto in anticipo un preciso impegno di spesa degli Stati Uniti a favore delle forze afghane (la sua assicurazione sulla vita, modello Najibullah) ma gli è stato spiegato che le regole del Congresso non lo consentono, comunque si tratterà all’incirca di 4 miliardi di dollari, una parte dei quali la Casa Bianca proverà ad accollare ai paesi Nato (ma anche a Russia e Cina) al prossimo vertice di Chicago.

Anche in vista di questo vertice, si è lavorato per chiudere un accordo i cui dettagli (per esempio quali unità militari americane resteranno nel Paese) sono ancora da scrivere. L’accordo viene e verrà propagandato come un segno della determinazione americana a continuare la guerra al terrore ma in realtà  è in parte un tassello dell’uscita onorevole da una guerra “non vincibile”, in altra parte (maggioritaria) è un gran mossa di strategia geo-politica.

Non a caso la Russia – il cui coinvolgimento militare in Afghanistan è destinato ad aumentare – nei giorni scorsi si è detta preoccupata per il piano di ritiro Isaf nel 2014. Da un lato Mosca ritiene che le truppe afghane non siano pronte e che quindi il problema afghano (droga e terrorismo) sia ancora tutto da risolvere, ma allo stesso tempo contesta il prolungamento della presenza americana visto che il mandato Onu con il ritiro del 2014 andrebbe a finire.

Senza precedenti

Sono circa le diciotto di ieri pomeriggio, a Kabul è ormai sera, quando l’Isaf diffonde una nota del comandate in capo della missione Isaf, il gen. Allen che si dice “enormemente orgoglioso di quanto rapidamente le forze di sicurezza afghane hanno risposto agli attacchi odierni a Kabul. Sono arrivati sul posto immediatamente, ben guidati e ben coordinati”.
Negli stessi momenti i combattimenti – in corso dal primo pomeriggio e a quel punto fermati solo nell’area delle ambasciate mentre i quartieri sotto attacco erano tre – riprendevano con vigore soprattutto nell’area del parlamento sulla strada per il palazzo presidenziale. Le forze di sicurezza afghane che hanno reso Allen “enormemente orgoglioso” uccideranno l’ultimo talebano solo dopo l’alba di stamane, diciotto ore dopo.

L’altro momento rivelatore della giornata di ieri è quando il parlamento sotto attacco viene difeso anche da deputati e senatori, Mohammad Nahim Hamidzai, rappresentate della provincia di Kandahar, racconta di aver sparato 4-500 proiettili dal suo kalashnikov. Altro che ironia sui signori della guerra eletti in parlamento! Come racconterà la parlamentare Shukria Barakzai, le guardie del parlamento hanno dovuto resistere per un’ora in attesa dei rinforzi.

L’attacco coordinato avvenuto in più punti della capitale e in contemporanea contro obiettivi governativi nella provincia di Logar, Paktia e contro l’aeroporto di Jalabad segna l’inizio dell’offensiva di primavera dei talebani. Esattamente come l’anno scorso si tratta di attacchi che tutto sommato hanno, in termini di perdite e di danni, effetti limitati (per carità una vittima è sempre una di troppo) ma non era questo lo scopo dei talebani. Gli uomini del clan Haqqani (per essere più precisi – mafiosi più che integralisti) hanno dimostrato di nuovo di poter colpire all’interno della capitale, indisturbati. Attacchi ad alto impatto mediatico che vogliono far sapere (e ci riescono) a tutti gli afghani dell’inadeguatezza delle truppe governative che dovranno prendere in carico la sicurezza del Paese tra due anni, quando l’Isaf andrà via.

Di nuovo, la guerriglia ha dimostrato di aver basisti, infiltrati e un’ottima intelligence e capacità di pianificazione. Sono riusciti ad attraversare inosservati il cosiddetto “ring of steel” (l’anello di posti di blocco che da un paio di anni circonda il centro città), sono riusciti ad attestarsi in edifici in costruzione dove avevano – probabilmente – nascosto le armi e le munizioni utilizzate, sono riusciti a tener la città per diciotto ore sotto il coprifuoco della paura. Le parole del generale Allen non serviranno di certo a convincere gli abitanti di Kabul del contrario, anzi fanno venire in mente le denunce venute dall’interno delle forze armate americane sulla propaganda dei comandanti dell’Isaf.

Di nuovo, sì perché nonostante si continui a parlare (nell’informazione italiana) di attacchi “senza precedenti”, questo attacco è una fotocopia (seppur più elaborata) di quello che a settembre ha tenuto in scacco il quartiere più sorvegliato della città. E’ proprio questo avere “precedenti” che rende più tragico e più sinistro quanto accaduto tra domenica e lunedì a Kabul.

Fuoco indiretto

E’ un rumore sordo, quasi ovattato, che echeggia da lontano, è un colpo “incoming”. Significa che a sparare non sono i “nostri” mortai, quelle dell’Isaf, ma i “loro” quelli della guerriglia. Nel linguaggio militare che riesce, brillantemente, a sterilizzare qualsiasi parola che possa evocare paura, viene definito “tiro indiretto”, c’è chi parla anche di “fuoco indiretto”. I mortai, come i razzi, arrivano a parabola, salgono in cielo e poi ricadono, anche a chilometri di distanza, quasi mai prendendo il bersaglio, arrivandoci vagamente vicino salvo il caso in cui al tiro ci sia un esperto “calcolatore”.

In Afghanistan attacchi del genere nemmeno si contano, sono all’ordine del giorno. Se parla solo quando costano la vita chi li subisce, come accaduto purtroppo sabato al sergente Michele Silvestri, mentre altri cinque soldati italiani hanno riportato ferite. Almeno due di loro verranno segnati da quell’attacco per il resto della loro vita (per inciso, stanno per essere trasferiti al centro medico americano di Ramstein in Germania).

Gli afghani
riescono a muoversi agevolmente sulle loro aspre montagne, riescono a portarsi dietro un mortaio che pesa diverse decine di chili e un massimo di tre colpi, lo sistemano alla buona (altro che messa “in bolla” o calcoli di trigonometria) e sparano in rapida successione sul bersaglio per poi sparire tra le rocce. Il bersaglio sono quasi sempre le evidentemente immobili basi occidentali, soprattutto quelle fob, quei fortini assediati dalle montagne come la base italiana “Ice” in Gulistan, provincia di Farah. L’area nella quale, a tutt’oggi, si contano più caduti italiani. 

I guerriglieri vanno per tentativi, a occhio,
 per questo anche solo per avvicinarsi al bersaglio ci vogliono almeno un paio di “sortite”. Quando i colpi di mortaio arrivano sul bersaglio, in Afghanistan le truppe occidentali, di solito, pensano a combattenti stranieri, come ai “leggendari” ceceni di cui gli americani favoleggiano nella provincia di Logar.
In risposta partono colpi di mortaio che spazzano le alture ma quasi mai riescono a fermare gli attacchi o – per usare il linguaggio ufficiale dell’esercito italiano – a “neutralizzare” gli aggressori (leggi: farli a pezzi).

Mi è capitato diverse volte di trovarmi in una base sottoposta ad attacchi del genere, la prima “mortaiata” ti spaventa, le altre sembrano lontane, poi ti ci abitui e quasi non ci fai più caso nemmeno quando parte la “serie” di colpi di risposta, un boato vicino che invece si squassa dentro.
E’ la routine del conflitto afghano, quella nel mezzo della quale vivono migliaia di soldati occidentali e molti più civili che hanno la sfortuna di ritrovarsi ad abitare nel posto sbagliato. Una routine di cui sarebbe giusto parlare più spessi, descriverla, per far capire quanto complesso sia quel conflitto, quanto pericoloso, quando assurdo nella sua logica di combattimento.
E  anche per non meravigliarsi quando arriva un tragico pomeriggio in cui uno di quei colpi di mortaio cade sul bersaglio, utilizza un cortile per amplificare la sua onda d’urto, spara schegge, sassi e ogni genere di frammento in un ciclone di morte che raggiunge persino le case italiane a migliaia di chilometri di distanza.