Piccole e Forti

IMG_8691.JPG

Nel crowdfunding per il mio nuovo libro, un altro lavoro “scomodo” e per questo finanziato dalla “folla” (crowdfunded, letteralmente) c’è un’offerta (50% di sconto) destinata alle librerie indipendenti, a quei punti vendita che faticosamente provano a sostenere e diffondere titoli, opinioni, idee, punti di vista “fuori catena”. Cliccate qui e guardate sulla colonna destra per i dettagli.

Annunci

La libertà ha un prezzo, sei pronto a pagarlo?

Copertina
Afghanistan Missione Incompiuta – Seconda Parte (copertina provvisoria)

Dove eravamo rimasti? Era il 31 dicembre del 2014 quando il grosso delle truppe occidentali si ritirava dall’Afghanistan, da allora il Paese è letteralmente scomparso dagli schermi e dalle pagine dei giornali, nonostante il record di vittime civili e di produzione di oppio, il rischio di una nuova guerra civile, l’arrivo dell’ISIS e di altri gruppi terroristi stranieri nel Paese proprio come prima dell’11 settembre.
Il mio libro “Afghanistan Missione Incompiuta”, che molti di voi hanno sostenuto, si fermava proprio ai fatti del 2015, colmando il silenzio che era calato sulla guerra più lunga, quella combattuta dall’occidente in Afghanistan.
Dopo tre anni, il silenzio come una nebbia spessa e pesante ha continuato a gravare su Kabul, sugli effetti delle nostre scelte, sugli effetti a catena che la definitiva destabilizzazione dell’Afghanistan potrebbe causare (fino davanti alla nostra porta di casa).
E’ così che ho deciso di riprovarci, di chiedere di nuovo l’aiuto e il coinvolgimento di chi pensa che quanto accade in luoghi (all’apparenza) lontani vada capito e seguito, per solidarietà – se volete – o per egoismo – se preferite.
Voglio tornare a Kabul, raccontare quello che sta succedendo, incontrare i protagonisti e gli “invisibili” (quelli a cui nessun giornale mai dedicherà mai una riga e che di solito finiscono con l’essere solo numeri nella conta dei morti e dei feriti) guardare al dramma afghano ma anche ai segnali di speranza come la marcia per la pace da Kandahar o la recente tregua con i talebani.

COME PARTECIPARE? Di sotto c’è il link al crowdfunding, in pratica si tratta di pre-acquistare una o più copie del mio prossimo libro, l’obiettivo è alto (in realtà per fare un buon lavoro sul campo dobbiamo arrivare a quota 1000 copie) ma se sottoscrivete subito e passate parola, tutti insieme ce la possiamo fare.

CLICCATE QUI…se avete già sostenuto “Afghanistan Missione Incompiuta” sulla piattaforma ULULE siete già registrati. A proposito…QUESTA VOLTA NON BASTA UN LIKE

https://www.ulule.com/afghanistan-missione-incompiuta-2/

“Aiutiamoli a casa loro”…già fatto!

Afghanistan al Centro Astalli from Nico Piro on Vimeo.

Il 16 maggio sono stato ospite del Centro Astalli all’Università Gregoriana, per il suo corso di formazione (provocatoriamente) intitolato “Aiutiamoli a casa loro” che in questo suo primo appuntamento era dedicato al caso afghano.
Beh, sull’Afghanistan c’è da dire che “a casa loro” li abbiamo aiutati (noi occidentali), dall’invasione sovietica a tutt’oggi. E non sembra sia andata bene…”Missione Incompiuta”.

Da Roma a Kabul


Oggi al liceo Mamiani di Roma, la FNSI e l’associazione Articolo 21 hanno celebrato la giornata mondiale per la libertà di stampa. Sono stato invitato a parlare della situazione dei giornalisti afghani, la giornata è stata dedicata ai 10 colleghi uccisi nel Paese il 30 aprile, ma ha affrontato le minacce all’informazione dalla Turchia all’Italia.

La giornata della libertà di stampa a Roma from Nico Piro on Vimeo.

 

La libertà di stampa in Afghanistan from Nico Piro on Vimeo.

Per riascoltare tutti gli interventi clicca qui (da Radio Radicale)

Attacco a Shamshad

DOBg3lHW4AEtLjF

Passando davanti allo stadio “olimpico” di Kabul, mi è sempre piaciuta Shamshad, l’unica tv al mondo al cui esterno sono esposti elicotteri e aerei, residuati bellici della guerra ai sovietici.
Shamashad è una tv molto popolare nelle aree pasthun, in particolare nelle aree dell’est al confine del Pakistan. Una tv che da fastidio e che oggi è stata colpita con la tecnica dell’attacco multiplo: un commando che si fa largo con un’esplosione e poi si barrica all’interno per fare vittime fino all’ultima cartuccia. La firma è quella dell’ISIS ma francamente poco importa perchè le vittime sono sempre le stesse, vittime innocenti. Che sia l’ISIS, i Talebani, il clan Haqqani a colpire ormai resta incontrovertibile il dato che Kabul è il luogo più vulnerabile (e di conseguenza pericoloso) dell’Afghanistan.
“Questo è un attacco alla libertà di stampa ma non possono fermarci” ha detto Abid Ehsas, direttore di Shamshad Tv che è tornata in onda dopo poche ore dall’attacco, la foto diffusa su twitter (da ) di uno dei conduttori con la mano fasciata in onda a parlare dell’attentato dice molto sulla forza del popolo afghano, prigioniero di una guerra quarantennale.
Il fallimento della “ricostruzione” pagata dai noi contribuenti occidentali e la “missione incompiuta”, una guerra più lunga del secondo conflitto mondiale, si solo lasciati dietro poche cose buone: una di queste è un sistema dell’informazione, forte, libero, vibrante dove centinaia di colleghi ogni giorno ridono in faccia alla morte per fare il loro lavoro.
Le vittime di oggi a Shamshad (che già in passato aveva perso un suo giornalista, ucciso nella zona del passo Kyber) non sono le prime nè saranno le ultime per l’informazione afgana.
Sono vittime dimenticate esattamente come dimenticato è il conflitto in corso, l’oblio sulla “lunga guerra” ha tante cause, di certo impedisce di riflettere sugli errori dell’intervento militare costato all’occidente cifre astronomiche e sui rischi, in genere, di interventi in situazioni complesse e spesso, ai nostri occhi, oscure e indecifrabili. Eppure nel campionato delle notizie, con i tornei di serie A e di serie B, il fatto che la crisi afghana resti tra quelle “dimenticate” fa particolarmente rabbia, fosse solo perché dimostra la nostra disattenzione non solo verso i morti degli “altri”, verso il dolore purché lontano, verso i drammi del mondo ma anche verso quegli italiani mandati a combattere e caduti in Afghanistan.

Il sapore della vittoria

IMG_8660

War Machine è un film straordinario, “purtroppo” disponibile solo su Netflix perché meriterebbe – anche in Italia – un pubblico più vasto. Racconta – pur non citandolo direttamente – della storia del generale McChrystal incaricato da Obama (con il quale mai ebbe buoni rapporti o rapporti del tutto) di rivedere lo sforzo bellico americano in Afghanistan e raggiungere la vittoria. Storia raccontata dal punto di vista di Michael Hastings, il giornalista di Rolling Stones che – tra determinazione e fortuna, sotto forma di un vulcano dal nome impronunciabile – riuscì ad avere un “accesso” senza precedenti al generale e al suo staff, per un racconto che lo porterà poi alle dimissioni. Hastings morirà poi in circostanze ancora oggi considerate misteriose ma lascerà un volume, The Operators in cui la storia scritta per RS si espande e guadagna dettagli.
Il film scarnifica senza pietà i motivi della sconfitta afghana, caricaturizza McChrystal se non fosse che fa emergere l’ingenuità di un personaggio chiamato a confrontarsi con una corte di politici, diplomatici e cooperanti piuttosto che con una missione solamente militare e “combat”. Se l’ambientazione di Marjà (l’ulcera sanguinante, come venne definita all’epoca la località nell’Helmand) è terribile, la scena dell’incontro con i civili e della reazione all’imboscata con l’uccisione di un bimbo, contribuiscono a completare quello che è un ciclo di affreschi o di “stencil murali” sulla guerra più lunga. Buona visione.

Dimenticare l’Afghanistan

Un camion-cisterna, piena di esplosivo, è riuscito ad arrivare sin nel cuore di Kabul, a Wazir Akbar Khan, il quartiere più “esclusivo” della città dove vivono le famiglie benestanti e gli ultimi occidentali, dove hanno sede ambasciate e uffici di organizzazioni internazionali.
Il semplice fatto che il kamikaze sia riuscito a portare la sua bomba su ruote sin lì è di per sé una misura della capacità del governo di difendere non solo la capitale ma persino il perimetro vicino al palazzo presidenziale, in pratica sé stesso.
Il bilancio è drammatico e provvisorio: almeno 90 morti e 460 feriti. Molti di quest’ultimi passeranno nella lista dei deceduti o dei mutilati a vita.
Non esistono attentati “logici” ma questo è stato talmente “assurdo” e orrendo nella sua missione di fare vittime civili che persino quei taglia-gole dei Talebani hanno preso le distanze. A rivendicare è stato l’ISIS o meglio la locale filiale del sedicente stato islamico, frutto di una scissione nei Talebani afghani (finiti in pezzi dopo l’ufficializzazione della morte del Mullah Omar) e delle offensive pakistane che hanno spinto i Talebani di quel Paese a stabilirsi oltre-frontiera.
Non è il peggior attentato della storia recente del Paese, che in realtà potremmo definire come un paragrafo – quello occidentale e post-occidentale – del quarantennale capitolo di un volume di conflitti che copre diversi secoli.
Questo attentato non sarà nemmeno l’ultimo, è l’unica certezza che abbiamo al momento.
Continua a leggere “Dimenticare l’Afghanistan”