Per favore, non chiamatela guerra

Di mestiere mi occupo per lo più di guerre, alcune ho avuto il privilegio di seguirle da vicino molte altre a distanza, ma con una certa assiduità, spesso le ho ricostruite grazie al racconto di profughi assiepati lungo qualche confine oppure rintanati in campi di fortuna. Se non vi fidate di quello che scrivo, dei miei reportage, dei miei libri (può essere), chiedete ai soldati italiani che hanno combattuto la “guerra di pace” in Afghanistan oppure agli anziani che hanno vissuto la Seconda Guerra Mondiale. E’ difficile che vi rispondano ma provateci. E’ difficile che vi rispondano perchè – da qualunque parte tu sia, soldato o civile – la guerra si porta dietro traumi, dolori e orrori che ti spingono a tenerti tutto dentro. O almeno questo è quello che ho constatato in anni di chiacchierate sia con reduci che con sopravvissuti.

Chiedere cosa? Beh chiedetegli cosa significa davvero essere in guerra, trovarsi in una città alle cui porte si combatte o sotto assedio. Nell’attesa che poniate questa e altre domande simili, provo a descrivervelo io partendo da una frase che sento e leggo in giro: “E’ come in guerra”.
Lo ripetono le persone in fila al supermercato, ad un metro di distanza, in strade che fino a ieri straboccavano di auto e oggi sono deserte.
Lo leggo sui social o nei messaggi personali che ricevo, commentando l’attuale situazione italiana (che poi sta diventando mondiale).
Bene vorrei pregarvi di non usare questo parallelismo. In sintesi: no, non è come in guerra. Ecco perchè.

E’ vero: in guerra te ne stai rintanato in casa (se non puoi fuggire via) come sta succedendo ora in Italia MA qualcuno (governativi, milizie, bande di criminali) potrebbe bussare alla tua porta in ogni minuto per stuprare le donne della famiglia; portare via gli uomini e i bambini per l’arruolamento forzato; razziare quello che avete in dispensa; regolare conti di cui magari non sapete nulla; arrestarvi senza motivo preciso perché non ci sono più tribunali e quindi la giustizia va per le vie brevi; ammazzarvi perchè credete nel Dio “sbagliato” oppure per i vostri tratti somatici che, alla nascita, vi hanno dato in automatico e non vi siete potuti scegliere.

E’ vero: in guerra te ne stai rintanato in casa (se non puoi fuggire via) come sta succedendo ora in Italia MA non hai Deliveroo, Glovo o l’e-Coop; non ti portano la pizza o le patatine fritte alla porta; non c’è RaiPlay; non hai Netflix e internet; Amazon è solo il nome di una enorme foresta pluviale. Quasi sempre la corrente elettrica arriva solo per poche ore al giorno e solo se hai abbastanza soldi da procurarti una tanica di carburante per il generatore, quello il cui rumore ti spacca le orecchie mentre tiene in vita una lampadina la cui luce sfarfalla ammazzandoti gli occhi.
Sull’acqua potabile è da vedere, magari arriva ancora (sempre che ci fosse prima del conflitto) ma non puoi esser sicuro che non sia stata contaminata.

E’ vero: in guerra non puoi portare i figli a scuola, tantomeno al parco giochi come sta succedendo ora in Italia MA tutto ciò accade perché è troppo pericoloso uscire per strada, soprattutto se il viale su cui devi passare per forza è diventato la linea del fronte tra due fazioni rivali; perché la scuola è stata bombardata (probabilmente un’ex elettricista oggi artigliere improvvisato ha sbagliato mira, ma la giustificazione ufficiale sarà che “l’edificio era usato dai nemici come covo per attaccare le nostre truppe”).

E’ vero: in guerra non sempre riesci ad andare al lavoro come sta succedendo ora in Italia MA quasi sempre perchè la fabbrica dove lavoravi è stata bombardata o requisita perchè ha una fantastica posizione sulla linea del fronte; perchè le cose che vendevi fino a ieri, oggi non le può comprare più nessuno; perchè gli esportatori non si fidano più di te e non ti spediscono più la merce oppure non c’è un vettore capace di portartela; perchè non ci sono materie prime da lavorare; nessuno fa il raccolto nei campi (intanto diventati minati) oppure può portare il latte fuori dalla stalle (se intanto il bestiame non è stato venduto come preziosa carne).

E’ vero: in guerra scarseggia il sangue come sta quasi succedendo ora in Italia (calano le donazioni e la carenza è in prospettiva) MA non puoi uscire di casa per andare a donare perchè ormai la “vecchia” regola “ospedali e ambulanze non si toccano nemmeno in guerra” è andata, da qualche anno, fuori moda.
Inoltre di solito non doni il sangue all’autoemoteca dove dopo ti danno caffè e biscottino. Invece lo fai come quando passi la benzina dal serbatoio di un auto a quello di un’altra, attaccato al lettino della persona che ne ha bisogno anche perché non sempre c’è energia elettrica per tenere le sacche refrigerate.

E’ vero: in guerra per comprare il cibo fai la fila, come sta succedendo ora in Italia MA non è detto che alla fine della fila troverai qualcosa da prendere, non è nemmeno detto che quel giorno il negozio sia rifornito e quindi aperto, non è nemmeno certo che stare in coda sia possibile per via delle esplosioni e dei cecchini.

E’ vero: in guerra ti può fermare la polizia per chiederti cosa ci fai fuori casa e sanzionarti solo perchè non hai un vero motivo per stare in strada, come sta succedendo ora in Italia, MA di solito la procedura è un po’ più sbrigativa, se sei nel posto sbagliato al momento sbagliato e ti prende una milizia o una banda armata, beh una multa da duecento euro non ti salva: ti sparano in testa sul posto o scompari in una prigione senza che nessuno si prenda la briga di dire ai tuoi familiari in quale fossa comune sia stato scaricato il tuo corpo (a Kabul ho incontrato un uomo che aveva avuto certezza dell’uccisione del padre, durante una purga comunista, più di trent’anni dopo, tre decenni trascorsi a sperare di vederlo ritornare a casa).

E’ vero: in guerra è difficile pure portare il cane a fare la pipì come sta succedendo ora in alcune aree d’Italia, MA di solito perchè ti sparano o perchè il cane sei stato costretto a mangiartelo, magari assieme ai topi o a qualsiasi altra fonte di proteine.

E’ vero: in guerra le terapie intensive sono al collasso come, purtroppo, sta succedendo ora in alcune aree d’Italia, MA di solito la situazione è un po’ più complessa: non tutti gli ospedali sono aperti, quelli che funzionano sono al collasso; mancano medici e infermieri (uccisi, rapiti o fuggiti); mancano farmaci essenziali a cominciare dagli anestetici; per arrivare in un ospedale “funzionante” devi a volte fare ore di auto (con un ferito che perde sangue ed è sdraiato sul pianale di un pick up che sobbalza su strade piene di crateri di esplosioni); le terapie intensive quasi sempre non esistono perchè non ci sono mai state o perchè sono troppo complesse e costose da tenere aperte in tempi in cui manca persino la corrente elettrica.

L’elenco potrebbe continuare ma credo di essere stato abbastanza esemplificativo, non vorrei diventare noioso. Quindi per favore, in questi giorni, non usate a sproposito il termine guerra perchè mancate di rispetto a chi in mezzo ad un conflitto ci sta per davvero; perchè con questo atteggiamento in una guerra durereste 50 secondi; perchè dimostrate di non aver capito davvero nulla di quello che accade oggi sul nostro pianeta (quasi 400 conflitti in corso e per lo più dimenticati), perchè confermate che state usando il vostro tempo “congelato” nella peggior maniera possibile. Magari prendete uno o più libri e cercate di capire davvero cosa sia una guerra.
Dopo averlo fatto vivrete con più dignità la fase che sta attraversando l’Italia e magari troverete la forza per dare una mano ad anziani, disabili, poveri e vittime in genere che soffrivano ieri e soffrono oggi al quadrato.
Buona lettura e buona riflessione.

Un pensiero riguardo “Per favore, non chiamatela guerra

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