Ok il prezzo è giusto

E’ una pietra miliare, destinata ad avere effetti su tutto un vasto quadrante del medio-oriente e dell’Asia, eppure è passato quasi sotto silenzio l’accordo firmato tra Stati Uniti e Afghanistan domenica scorsa.

Un accordo per raggiungere il quale si è trattato per mesi (la prima indiscrezione è dell’estate scorsa) e che consentirà alle forze armate degli Stati Uniti di restare in Afghanistan almeno fino al 2024. Un accordo che di fatto collocherà, a lungo termine, la potenza militare americana in una posizione strategica, a due passi dall’Iran, il Pakistan e la Cina…insomma nel bel mezzo del crocevia d’Asia. E per questo si tratta di un evento storico, che sin’ora altri imperi non avevano raggiunto o l’avevano fatto solo temporaneamente.

E’ il minimo che gli americani, nella loro ottica, potessero incassare dopo dieci anni, miliardi di dollari e migliaia di vite “investite” nel conflitto afghano. Eppure gli è costato ancora di più, l’accordo si è chiuso solo dopo che agli afghani è stato ceduto il controllo delle carceri per i terroristi e quello delle operazioni notturne, cruciali quanto fonte di polemiche. Due passi indietro non da poco su due strumenti essenziali nella cosiddetta guerra al terrore (del resto è per questo che gli americani sono qui).

Inoltre gli Stati Uniti si impegnano a sostenere le forze di sicurezza locali e lo sviluppo del Paese, che detto così sembra un’affermazione generica: eppure costerà diverse decine di milioni di dollari all’anno al contribuente americano.

Karzai ha dovuto cedere su un punto: aveva chiesto in anticipo un preciso impegno di spesa degli Stati Uniti a favore delle forze afghane (la sua assicurazione sulla vita, modello Najibullah) ma gli è stato spiegato che le regole del Congresso non lo consentono, comunque si tratterà all’incirca di 4 miliardi di dollari, una parte dei quali la Casa Bianca proverà ad accollare ai paesi Nato (ma anche a Russia e Cina) al prossimo vertice di Chicago.

Anche in vista di questo vertice, si è lavorato per chiudere un accordo i cui dettagli (per esempio quali unità militari americane resteranno nel Paese) sono ancora da scrivere. L’accordo viene e verrà propagandato come un segno della determinazione americana a continuare la guerra al terrore ma in realtà  è in parte un tassello dell’uscita onorevole da una guerra “non vincibile”, in altra parte (maggioritaria) è un gran mossa di strategia geo-politica.

Non a caso la Russia – il cui coinvolgimento militare in Afghanistan è destinato ad aumentare – nei giorni scorsi si è detta preoccupata per il piano di ritiro Isaf nel 2014. Da un lato Mosca ritiene che le truppe afghane non siano pronte e che quindi il problema afghano (droga e terrorismo) sia ancora tutto da risolvere, ma allo stesso tempo contesta il prolungamento della presenza americana visto che il mandato Onu con il ritiro del 2014 andrebbe a finire.

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