Inserito da: nicopiro | 6 Novembre 2009

“Rispondente agli standard di sicurezza Onu”

“Un security approved” e’ la scritta che compare sulle brochure delle migliori guest house e dei principali alberghi di Kabul, la lista dei posti dove poter alloggiare ”rispondenti agli standard di sicurezza Onu” viene aggiornata ogni mese e resa pubblica. In questi giorni suona come un altro degli amari paradossi afghani. Le Nazioni Uniti si apprestano a rimpatriare o rilocalizzare (pare a Dubai) buona parte del proprio staff internazionale, circa 600 unita’ su 1100-1200 funzionari. In totale sono quasi 6000 gli operatori Onu in Afghanistan, in buona parte locali. Una decisione presa proprio di fronte al peggiorare delle condizioni di sicurezza nel Paese ma soprattutto dopo l’attacco taleba alla guest house dove c’erano diversi membri dello staff internazionale, cinque dei quali sono stati uccisi (tra le altre vittime). In pratica l’Onu, con la decisione di ieri, sta dichiarando di non essere in condizioni di garantire la sicurezza del proprio personale. Del resto che la situazione, con queste due fiammate elettorali, sia peggiorata l’ho capito notando come la casa del Dr. Abdullah sia stata circondata da t-wall (ovvero muri anti esplosione prefabbricati) e l’ex-sfidante di Karzai ormai anche in casa sua si faccia seguire da un panshiro alto due metri.

Alloggiare a Kabul per gli “internazionali” sta diventando sempre piu’ un problema, gli standard onu si sono ridotti ad una barzelletta e quindi non sono piu’ una guida utile o meglio sono solo un riferimento di massima, altri posti come l’hotel Serena (il principale albergo della capitale) sono obiettivi per definizione e quindi e’ il caso di evitarli (nonostante – devo dire – siano estremamente confortevoli visto il contesto). In realta’ non esiste una scelta ideale, di questi tempi, bisogna cercare un compromesso. Questa volta, per esempio, ho deciso di dormire nella guest house che ospita il punto di riversamento satellitare che usiamo per le dirette e l’invio di servizi in Italia. Ho preferito evitare di dover attraversare mezza citta’ alle tre di notte (colpa del fuso orario!) come capitato ad agosto e settembre per poter raggiungere il satellite dal mio albergo. Il rischio di sequestri di occidentali si e’ innalzato troppo negli ultimi tempi.
La mia guest house e’ quindi una buona soluzione se non fosse che ospita anche un top target, ovvero l’ufficio di corrispondenza di una grande tv americana. Compromessi appunto, compromessi tra il rischio di essere sequestrati di notte e quello di vedere i talebani attaccare un network americano. Questa guest house non e’ gestita da locali ma da un gruppo di security contractor, chiamateli mercenari o guardie private se volete (il dibattito e’ ancora aperto). Devo dire che normalmente non mi sono simpatici ma questi hanno il grande merito di non farsi vedere armati anche quando vanno in bagno e non di portare fucili d’assalto con lanciagranate a colazione, mi sembrano piu’ concentrati sul versante “intelligence”, anche in senso letterale.

Al mio arrivo mi hanno consegnato il modulo di registrazione degli ospiti, il piu’ strano che abbia mai visto. Dopo i dati anagrafici e quelli del passaporto, c’era la sezione sui segni di riconoscimento (tatuaggi, cicatrici) con notizie sanitarie varie…a concludere la sezione “proof of identity” le domande chiave da usare in caso di sequestro per dare ai negoziatori la prova che al telefono stiano parlando proprio con te. Il cocktail di benvenuto non era compreso nel prezzo ma gli ospiti della guest house sono simpatici, giornalisti e tecnici anglo-americani, mentre tanti europei arrivano a riversare i propri pezzi al satellitare; almeno cosi’ ci si ride un po’ sopra.

Inserito da: nicopiro | 2 Novembre 2009

Un ballottaggio “sballottato”

Come era facile prevedere (vedi qui e altri post di questo blog) il ballottaggio per l’elezione del presidente dell’Afghanistan non si terrà o se mai si dovesse svolgere non sarà che un proforma. Diventato quest’estate, a sorpresa, l’avversario più quotato del presidente Karzai, arrivato al secondo turno grazie alla revisione del voto che – durata più o meno due mesi – ha tolto a Karzai causa brogli oltre 5 punti percentuale, il Dr. Abdullah questa mattina si è ritirato dalla competizione. Nei giorni scorsi aveva chiesto la rimozione dei funzionari coinvolti nei brogli oltre al presidente della commissione elettorale. Non ritiene che ci siano le condizioni per un processo elettorale affidabile.

In realtà tecnicamente Abdullah non può ritirarsi nè ha chiesto ai suoi sotenitori di boicottare il voto ma la sua uscita di oggi ha un forte valore politico perchè toglie a Karzai la possibilità di riaccreditarsi politicamente. In particolare gli americani hanno voluto il ballottaggio affinchè Karzai ne potesse uscire rilegittimato dopo i brogli estivi che hanno minato un presidente già a corto di autorità ed autorevolezza. Un ballottaggio che tutti sapevano non si sarebbe svolto ma – si ipotizzava – grazie ad un accordo di coabitazione al potere tra i due, dando così spazio al nuovo (Abdullah) e ad i suoi tagiki ma garantendo una continuità più credibile a Karzai e ad i suoi pashtun. Od almeno a questo avrebbe lavorato, dietro le quinte, la macchina della diplomazia internazionale nelle ultime settimane.
Nessuno, però, si sarebbe aspettato l’uscita di Abdullah; uscita che non poco ha fatto arrabbiare gli americani (vedi il commento di Hillary Clinton - con o senza Abdullah, non si toglie credibilità al voto).

Perchè Abdullah si è ritirato? Il quadro è talmente confuso è che l’unica certezza di cui disponiamo è che Karzai continuerà ad essere presidente per altri cinque anni. Anche se si votasse in condizioni normali (fraud-free) è chiaro che Abdullah, fosse solo per motivi etnici, non partirebbe avvantagiato e il favorito rimasto comunque Karzai.
E allora Abdullah potrebbe essersi ritirato per provare a salvare una trattativa (arenata, altrimenti avrebbe prodotto risultati giorni fa) per un governo di co-abitazione oppure perchè di trattativa non c’era più speranza e bisognava salvare la faccia. Di certo ha prodotto un danno forte soprattutto agli americani, che ricordiamolo hanno posposto ogni decisione sull’invio di nuove truppe proprio al dopo elezioni, perchè la nuova strategia del generale McCrhystal può essere vincente solo se c’è un governo credibile e non corrotto.

Cosa succederà adesso? In questa situazione nebulosa è difficile dirlo. L’Onu invoca una soluzione “legale” ovvero leggi “politica”, la commissione elettorale e il comitato di Karzai dicono che si voterà lo stesso per un voto farsa che metterebbe a rischio, di nuovo,  altre vite – con i talebani che minacciano un’ondata di attacchi. C’è da considerare che nonostante le rassicurazioni e gli appelli di Abdullah non è escluso che si arrivi a violenze di piazza soprattutto nel nord, con i suoi sostenitori arrabbiati con il governo. Comunque sia, se non si trova una soluzione politica a perdere saranno tutti: la famiglia Karzai si arrichirà per un altro po’ di anni mentre gli viene meno la terra sotto i piedi con i talebani che avanzano; Abdullah da astro (ri)nascente passerà per un’inaffidabile. Gli occidentali non sapranno più con chi dialogare e la guerriglia si avvantaggerà – come ha fatto sin’ora – dell’odio della popolazione verso un governo corrotto.

Per  fortuna in Afghanistan, le sorprese sono sempre possibili – non necessariamente positive – ma possibili anche in maniera clamorosa.
Mi viene in mente l’intervista ad Ashraf Ghani, girata dopo il voto, nella quale il candidato più illuminato del panorama politico afghano mi disse che l’unica soluzione non poteva che essere un accordo politico. Peccato che per fare gli accordi – aggiungo oggi – bisogna essere almeno in due e pensarla più o meno alla stessa maniera.

Inserito da: nicopiro | 28 Ottobre 2009

Addio alla valle della morte

Korengal, postazione mortai np©08

Korengal, postazione mortai np©08

La fob e le firebases nella valle di Korengal dovrebbero chiudere a gennaio; quella “maledetta valle” il luogo più iconico e dannato della guerra in Afghanistan verrà presto abbandonato dalle truppe americane. La cosa non sarà indolore e presumibilmente la destra repubblicana monterà non poche polemiche sulla strategia Obama in Afghanistan. La valle di Korengal è uno dei paesaggi montani più belli del mondo ma anche una valle (in realtà una sorta di frattura in mezzo a montagne altissime) dove si registrano i combattimenti più intesi di tutto l’Afghanistan, poco distante dalla valle del fiume Pech, nella provincia di Kunar.

Korengal è diventata famosa perchè lì è possibile “vedere” combattimenti che solitamente avvengono in ambienti e con modalità ben diverse. E’ l’ambiente montano che lo consente ed è ha “favorito” giornalisti, fotografi e crew televisive che ne hanno fatto il simbolo di un conflitto. Qui è stata scattata – un esempio su tutti – la foto che ha vinto il world press award del 2007, quella di Tim Hetherington sulla stanchezza di un uomo, la stanchezza di una nazione. Personalmente, sono profondamente legato alla valle di Korengal per le emozioni di una straordinaria esperienza umana e professionale che lì ho vissuto nel 2008 con il collega Gianfranco Botta del Tg3. Tra l’altro e’ stato un privilegio andarci e quest’anno eravamo stati “ammessi” di nuovo ma l’elicottero che doveva portarci lì sù aveva un ritardo di soli tre giorni…Un privilegio perchè la popolarità della valle è diventata tale che tutti gli embed in Rc-East ci vogliono andare ma troppi vengono considerati “trouble-maker” dai militari (ragionamento fatto in via informale dai comandanti sul campo), ovvero gente che cerca l’azione per l’azione (leggi i combattimenti) e che quindi potrebbe mettere a rischio non solo se stessi ma soprattutto gli uomini che accompagnano.

La notizia su Korengal l’ho appresa da fonti militari durante il mio embed con la 4rta divisione di fanteria nel settembre scorso, non c’è conferma ufficiale al riguardo ma si tratta di un passo in una strategia più ampia, che nei giorni scorsi ha già riguardato alcuni avamposti nel Nuristan, chiusi. Strategia che viene ben descritta da questo articolo del NY Times di oggi. In pratica, McChrystal vuole concentrarsi sulle zone ad elevata densità di popolazione per garantire loro sicurezza, per esempio nell’afghanistan orientale su Jalalabad e la sua provincia.

Tenere uomini in piccoli e remoti avamposti significa affrontare incredibili problemi logistici (rifornirli è possibile solo con gli elicotteri ed sempre più complicato via via che la guerriglia diventa più forte), esporre i soldati in una sorta di fort Alamo permanentemente sotto attacco e poi soprattutto non cambiare la vita di valli che da secoli sono isolate e vogliono restare isolate. Valli dove per giunta controllare il terreno (ostile e scosceso) è impossibile o meglio ci vorrebbero il quadruplo degli uomini impegnati…altro che una compagnia o un plotone! Insomma il gioco ormai è quello a valorizzare il rapporto tra unità combattenti per numero di abitanti, abbandonando valli che la guerriglia – senza dubbio – usa come rifugi, ma dove con o senza avamposti la situazione cambia poco e la gente non si schiera e forse non si schiererà mai con il governo, un concetto estraneo in luoghi tanto remoti.

Queste aree remote verrebbero sorvegliate da droni e operazioni di forze speciali, in pratica replicando il modello (sin’ora di parziale successo) degli attacchi ai campi di Al Qaeda in Pakistan. Unica eccezione al rapporto tra numero di abitanti e truppe, sarà la valle dell’Helmand ritenuta troppo strategica (fonte di oppio e chiave per il controllo degli spostamenti nella zona). E’ evidente che tutta questa strategia non potrà essere attuata senza un aumento consistente delle truppe proprio come chiede McCrhrystal.

Ad integrazione di questo articolo segnalo questo pezzo del Washington Post che racconta come alla Casa Bianca il ragionamento sul numero di truppe aggiuntive da mandare in Afghanistan si stia basando proprio sull’analisi del territorio e la distribuzione della popolazione nelle diverse province

Inserito da: nicopiro | 28 Ottobre 2009

Nuova escalation a Kabul

Se con l’attentato del 15 agosto contro l’Isaf, i talebani hanno dimostrato di poter colpire anche sin davanti la porta di casa della missione militare internazionale in Afghanistan, se con quello del 17 settembre, che ha visto morire sei militiari italiani, hanno dimostrato di poter portare un’inedità quantità di esplosivo nello stesso super-sorvegliato quartiere della città; gli attacchi di oggi segnano una nuova escalation nell’offensiva talebana sulla capitale, ma questa volta significativa non tanto per la loro capacità militare (ormai appurata) quanto per la natura dei bersagli.

A venir colpiti sono stati due obiettivi “civili” , il messaggio chiaro è che non ci sono più zone franche a Kabul e che (come annunciato dai talebani nel loro proclama anti-elettorale) sono un obiettivo tutti coloro che collaborano alle elezioni, in primis quindi gli occidentali che – per motivi di competenze – hanno un ruolo centrale nel processo. Non esistono più zone franche se si considera che la guest house (una sorta di bed&breakfast – nella capitale ce ne sono tantissimi) per il personale Onu attaccata oggi è in una zona notoriamanete controllata dai signori della guerra, dalla mafia dei nuovi ricchi che dopo il 2001 ha preso quell’area con la forza per poi costruirci sopra case in stile pakistano da affittare a cifre astronomiche. Una zona, il distretto di Sherpur, nella quale non c’erano di fatto mai stati attacchi e che è piena di guest house, di case di diplomatici e di uffici di media internazionali.

Al riguardo vedi per esemio questo video dell’attacco, girato da una delle case vicine dall’operatore Craig Johnston. Precisamente Craig l’ha girato da una delle postazioni live usate da molte tv internazionali per le dirette (Tg3 incluso), qualcuno rinoscerà lo sfondo che, per esempio, mi ha “accompagnato” durante le elezioni che i giorni della strage del 17 settembre.

Il Serena Hotel, l’altro obiettivo colpito, è una sorta di consiglio di sicurezza onu in sede periferica; battute a parte, si tratta di un albergo di lusso dove trovano posto tantissimi diplomatici, esperti di ricostruzione, consulenti, giornalisti e umanità varia. Quindi, di nuovo, quasi in contemporanea colpito un altro “legame” tra occidentali e processo elettorale afghano. C’è da notare che il Serena viene colpito con razzi (pur insolitamente precisi, a riprova che i talebani hanno più tempo per lanciarli sono quindi più sicuri sul campo) non con un attacco “di terra” come avvenuto invece nell’inverno 2008.

Inserito da: nicopiro | 28 Ottobre 2009

Medaglie

Medaglie in vetrina

Medaglie in vetrina - Cecil Court, Londra np©09

 

Poco distante da Covent Garden a Londra, c’è una strada di librai, una di quelle che un tempo erano moneta corrente nelle città europee e che vanno via via sparendo; in alcuni casi salvate (e in parte snaturate) solo dal turismo. Sabato ci ho fatto un giro alla ricerca di materiali sull’Afghanistan che – per inciso – non ho trovato ma che ho scoperto essere diventato più popolare di qualche anno fa o almeno così mi hanno detto alcuni venditori di stampe e, appunto, di libri antichi.

In una di queste vetrine ho visto una parata di medaglie. C’era di tutto, decorazioni di ogni paese e praticamente per ognuna delle guerre dell’ultimo secolo e mezzo. Prezzi accessibili, a 10 pound (più o meno 11 euro) si può comprare, per esempio, la medaglia italiana per la partecipazione al 15′-18′. Vederle in vetrina mi ha fatto pensare alla retorica che sommerge ogni cerimonia in cui vengono conferite le decorazioni, purtroppo medaglie troppo spesso alla memoria oltre che al valore.

Una retorica che, in quel momento, riempie i cuori e gonfia le bandiere, magari aiuta a risarcire le ferite di chi resta ed a cui mancherà chi se n’è andato. Retorica che il tempo cancella assieme le “buone ragioni” (o quelle vendute come tali all’opinione pubblica) per sostenere ogni conflitto. Col tempo la guerra diventa storia, si relativizza, si placano le passioni di chi la sostiene e così le medaglie finiscono in vetrina e da qui nelle tasche di qualche turista e/o collezionista. Con 10 sterline si può comprare qualcosa che, molto spesso, è costata una vita. Almeno una vita. Ma tutto questo viene dimenticato come il nome di quella vittima (l’eroe) e le vittime il cui nome non conosceremo mai, gli innocenti. Nomi che in quella vetrina nessuno potrà leggere mai.

Inserito da: nicopiro | 22 Ottobre 2009

“Fare pace” con Emergency

Emergency - Ospedale in Panshir

Emergency - Ospedale in Panshir np©07

Sabato e Domenica in molte piazze italiane (clicca qui e poi sulla mappa per conoscere quella a te più vicina) sarà possibile aiutare l’organizzazione di Gino Strada. Ne parlo non solo perchè sono un amico di Emergency e sono sicuro che ogni centesimo che arriva a questa organizzazione finisce dove deve finire, ovvero – in forme diverse – agli ammalati nei posti tra i peggiori del mondo; ma anche per il particolare impegno che Emergency ha in Afghanistan sia in aree ancora pacifiche (il Panshir) che nelle retrovie (Kabul) come in prima linea (la provincia di Helmand). Ecco il comunicato su questa iniziativa

La mia idea di pace. IO RIPUDIO LA GUERRA e sostengo Emergency.

“La nostra idea di pace” è da oltre 15 anni un progetto molto concreto: oltre 3 milioni e mezzo di persone curate in ospedali, centri chirurgici, pediatrici e di riabilitazione che Emergency ha costruito e che gestisce per garantire assistenza medico-chirurgica gratuita e altamente specializzata alle popolazioni dei paesi colpiti dalla guerra e dalla povertà.

Se questa idea di pace è anche la tua, puoi sostenerla con la tessera di Emergency.
Contribuirai così a dare attuazione a un diritto umano fondamentale – il diritto alla cura – e diventerai sostenitore e testimone di un progetto di pace possibile e reale.

Puoi fare la tessera di Emergency con una donazione di € 30 – € 20 sotto i 25 anni e oltre i 65.

La tessera di Emergency dà inoltre diritto a ottenere sconti e facilitazioni presso librerie, teatri, gallerie d’arte in tutta Italia.

Il 24 e il 25 ottobre potrai fare la tessera presso i banchetti di Emergency in 200 piazze italiane.
La tessera ha validità da gennaio a dicembre dell’anno in corso

Inserito da: nicopiro | 22 Ottobre 2009

Forse devo cambiare sottotitolo a questo blog

Atia Abawi - Cnn Kabul

Atia Abawi - Cnn Kabul

Quando ho avuto l’idea di avviare questo blog (due anni fa…poi c’è voluto un po’ di tempo – troppo – per passare all’azione) l’Afghanistan era un conflitto dimenticato come altri nel mondo. Era quella “forgotten war” di cui nemmeno gli americani si occupavano più di tanto, alle prese con il disastro iracheno, un conflitto dal quale sembrava non esserci via di uscita e dove soprattutto si stavano impiegando – se non sbaglio – 4 volte il numero di soldati impegnati in Afghanistan . Quella guerra che, invece, molti dei governi europei dimenticavano non per altri impegni bellici (per fortuna) ma per evitare che le rispettive opinioni pubbliche nazionali si rendessero conto che in Afghanistan c’erano chiari segnali di una situazione destinata inevitabilmente a precipitare, insomma che la guerra (al terrore) stava diventando davvero tale.

Devo dire che invece negli ultimi mesi la situazione è cambiata vuoi per l’enfasi di Obama sull’Afghanistan, vuoi per l’aumento delle truppe, vuoi per le elezioni, vuoi per il deciso miglioramento iracheno o forse per tutto questo e per il drammatico peggiorare del quadro. La presenza dei media americani in Afghanistan si è decisamente rafforzata come quella (purtroppo saltuaria) dei media europei e si è registrano anche nuovi investimenti per strutture di servizio (p.e. punti satellitari mentre fino all’anno scorso l’unico service del genere rischiava di chiudere). Nella foto, la giovanissima collega Atia Abawi della Cnn, con la quale ho condiviso lo “sfondo” delle nostre dirette nella mia ultima trasferta afghana, la Cnn è uno dei media che ha rafforzato la sua presenza negli ultimi tempi.

Tutta questa premessa serve a segnalare un articolo del New York Times che ben racconta questa quadro in cambiamento, eccolo qui. Forse devo cambiare sottotitolo a questo blog o forse no…

Inserito da: nicopiro | 21 Ottobre 2009

Ballottaggio, un prezzo che nessuno può pagare

Alla fine il verdetto è arrivato: i brogli a favore di Karzai sono stati tali da spingerlo ben oltre il 50%, estesi ad almeno 210 sedi elettorali (polling station, ovvero gruppi di seggi). La ECC, la commissione mista afghana e multinazionale, per i reclami elettorali l’ha riportato al 49% dal 54,6% facendo risalire il suo principale sfidante il Dr. Abdullah dal 28 al 31% circa, in altre parole ha stabilito che si andrà al ballottaggio. Per una sintesi della notizia vedi qui (in inglese molto interessanti le dichiarazioni in video sulla “spalla” destra della pagina) e vedi qui in italiano, io volevo però ragionare su alcuni punti di tutta questa vicenda.


I brogli.
E’ apparso chiaro sin dai primi giorni del primo voto e poi sempre più a settembre, che le frodi elettorali fossero state condotte su vasta scala in particolare nelle province del sud e dell’est dove le drammatiche condizioni di sicurezza hanno spinto molti a restare a casa e la polizia o i collaboratori dei governatori nominati da Karzai hanno “imbottito” le urne elettorali semi-vuote. Insomma era chiaro da subito che c’erano margine per un ballottaggio non c’era però certezza che la ECC, la commissione brogli, avesse la forza politica per farlo. E non a caso lungo la strada verso l’annuncio di oggi si sono consumati non pochi strappi dalla commissione dell’Onu che ha visto rimosso il suo vice (l’americano Galbraith che chiedeva un riconteggio più esteso per arrivare al ballottaggio) agli americani che solo pochi giorni fa avevano annunciato lo stop ad ogni decisione su più truppe e nuova strategia se non si fosse prima saputo “nome e cognome” del nuovo governo afghano. Altra “vittima” lungo la strada, Richard Holbrooke, l’inviato speciale di Obama per Afghanistan e Pakistan che dopo aver mandato a quel paese Karzai il giorno dopo il voto, letteralmente alzandosi da tavola durante una colazione di lavoro “tirandogli dietro” accuse di brogli. Non a caso oggi al fianco del presidente uscente, c’era un inedito Kerry (ex-candidato presidenziale Democratico) in versione afghana.

La praticabilità del ballottaggio. Per quanto sia stato convinto che ci fossero i margini per arrivare al ballottaggio una volta “scremati” i dati, sono scettico sullo svolgimento effettivo del secondo turno. Ecco che cosa me lo fa pensare:

- non ci sono i tempi tecnici riallestire i seggi; due settimane non sono sufficientia ridistribuire in tutto il paese le schede, i tavoli, le sedie, le urne (che non dimentichiamolo sono state ritrasportate a Kabul per i riconteggi)

- il clima è già sfavorevole in molte aree montane del paese dalla provincia di Ghor al Badakshkan che per larga parte “chiudono” per neve durante l’inverno; si tratta per giunta di aree per lo più favorevoli ad Abdullah

- è ormai chiaro che le frodi elettorali sono stati quei “brogli di stato” di cui Abdullah aveva parlato per la prima volta proprio al Tg3 pochi giorni dopo quel 20 agosto, non è escluso quindi che possano tranquillamente ripetersi

- nonostante l’avvicinarsi dell’inverno, tradizionalmente, plachi le attività della guerriglia, una nuova giornata del voto rappresenterebbe un nuova ribalta mediatica internazionale per i talebani…quindi nuove vittime e nuovi attacchi contro le forze di sicurezza locali e le truppe internazionali

- il primo turno ha visto una partecipazione di poco superiore al 30%, al secondo turno non potrà che essere inferiore per tutte le difficoltà sopra elencate, di quanto? Se sarà di molto più bassa, sarebbe la certificazione del fallimento del processo democratico afghano

E’ per questo che credo che si arriverà ad un governo di “unità nazionale” ovvero ad un cambiamento de facto della costituzione (rigidamente pensata dagli americani per “un uomo solo al comando”, modulo ormai fallito) con la nomina del Dr. Abdullah a capo di gabinetto, chief of staff o qualsiasi ruolo tecnico che di fatto sia quello del premier e magari anche con il recupero di Ashraf Ghanì (anche per meglio bilanciare l’etnica pasthù). I due candidati ai quali Karzai, pochi giorni prima del voto, aveva offerto ruoli di primo piano in un nuovo governo, offerte respinte al mittente. Adesso un accordo del genere potrebbe servire a dare un governo al paese almeno fino a maggio (prima data utile per il secondo turno), un governo “invernale” (simile ai nostri “balneari”) che potrebbe però durare per tutta la legislatura. O almeno questa è l’unica speranza dell’occidente e “dei” Karzai.

Inserito da: nicopiro | 19 Ottobre 2009

Facciamo uscire il libro di Gabriele Torsello

Gabriele Torsello in Afghanistan

Gabriele Torsello in Afghanistan


Gabriele Torsello è il fotoreporter italiano rapito nel 2006 in Afghanistan, famoso per uno sguardo “sensibile” alle storie degli ultimi in particolare in quella parte d’Asia. Gabriele sta provando a pubblicare un libro fotografico sull’Afghanistan che racconta anche del suo sequestro (vedi un’anticipazione a speciale Tg1 di ieri) ma ha delle difficolta ed ha bisogno dell’aiuto di tutti quelli che hanno a cuore l’Afghanistan e le sorti del giornalismo indipendente. Senza aiuto c’è il rischio che questo libro non veda la luce. Io personalmente ho deciso di contribuire acquistandone in anticipo un po’ di copie e provando a diffondere il testo che potete leggere di seguito.


Il libro fotogiornalistico nel quale racconto l’Afghanistan e l’intera vicenda del mio sequestro, con tutti i dettagli, ha bisogno della tua collaborazione.

Sono due anni che si lavora sul progetto e, proprio nella fase conclusiva, il terzo sponsor non ha confermato il finanziamento necessario per stampare il libro.

Le motivazioni? Nessuna. Posso dirti però che inizialmente la bozza è piaciuta moltissimo e solo dopo aver fornito ulteriori dettagli del contenuto (racconto del sequestro…) la sponsorizzazione è stata negata.

Avrei due scelte:

1)   Eliminare certi dettagli dal libro

2)   Chiedere la tua collaborazione

Ovviamente escludo a priori la prima e chiedo l’intervento dei singoli individui per concludere e avviare il progetto.

Come?

1) Prevendita: acquista una copia del libro in anticipo al costo di €20 (incluse spese di spedizione)

2) Formiamo il ‘Terzo Sponsor’: Partecipa alla sponsorizzazione del libro versando una quota libera.

In entrambi i casi i versamenti dovrebbero essere effettuati attraverso bonifico bancario o per assegno non trasferibile intestato a KASH GTorsello, con una email di conferma indirizzata a kashtorsello@me.com e specificando se si vuole il proprio nome inserito nella pagina dei ringraziamenti o meno.

Le coordinate bancarie:

Banca Unicredit

IBAN: IT 42 O 03002 77530 000401134483 KASH GTorsello

Indirizzo di posta:

Kash GTorsello

Via Scipione SanGiovanni 40

73031 Alessano (LE)

Per ulteriori informazioni o per qualsiasi domanda,

scrivetemi studiotorsello@me.com

Ovviamente per qualsiasi domanda scrivetemi.

Grazie e a presto

Kash Gabriele Torsello

12 ottobre 2009

Inserito da: nicopiro | 18 Ottobre 2009

Mazzette ai talebani, ultimi sviluppi

Il Times di Londra, ieri, ha pubblicato un altro riscontro alla sua denuncia di presunti pagamenti degli italiani ai capi talebani per comprarsi un po’ di pace in Afghanistan, ecco l’articolo. Nello stesso numero di ieri del quotidiano londinese c’era anche un editoriale dal titolo emblematico (“the italian job” come il famoso film degli anni’60 su un gruppo di spericolati rapinatori). Eccone alcuni passaggi emblematici:

The Italian Government has furiously denied our report, including our statement that the US Ambassador submitted a formal complaint about Italian payments to local insurgents in Herat province. Opposition politicians in France are demanding explanations, and ought to receive them. We unreservedly stand by our account.

The Italian strategy is a scandal.

Deals that are negotiated locally cannot be deals that are negotiated separately, however. That is the route to Allied discord, disarray and unnecessary death. That is the charge against Italy’s strategy in Afghanistan. Silvio Berlusconi’s Government must answer it.

Nella giornata di ieri è arrivata anche la smentita del governo afghano ma vista la credibilità dell’esecutivo di Kabul ed i pessimi rapporti con la stampa anglo-americana, mi sembra non aiuti a fare chiarezza.

Oggi, a RaiNews24, l’autore dell’inchiesta del Times, Tom Coghlan (ringrazio la collega Celia Guimaraes per avermela segnalata) ha fornito il quadro del suo lavoro, mi sembra interessante questo passaggio:

L’informazione che abbiamo ricevuto è molto specifica, e parla di servizi segreti italiani e le nostre fonti ci hanno anche detto che l’esercito italiano non era a conoscenza di questi pagamenti e sicuramente non ne era a conoscenza il comandante italiano a Surabi come ci ha espressamente detto una delle nostre fonti, e che è un ottimo ufficiale e che l’unità di stanza a Surabi era una ottima unità, ma questi pagamenti sono stati fatti dai servizi segreti italiani con l’obiettivo di ridurre al minimo le perdite italiane perché questo era un imperativo politico.

Imperativo politico, in altre parole il quadro politico che sarebbe stato favorevole a questo presunto mercimonio ovvero le difficoltà del governo Prodi sull’Afghanistan, missione che divideva la sua eterogenea e risicata maggioranza.


Stasera intervistato
da Fabio Fazio, il Ministro La Russa ha parlato anche della denuncia del Times, ribadendo i suoi toni molto duri ecco una sintesi dall’Ansa:

“Confermo che si tratta di spazzatura – ha detto La Russa – escludo categoricamente che siano mai stati pagati talebani o
insorti”. Secondo il ministro, l’ ”equivoco” potrebbe essere nato dal fatto che ”i servizi hanno il dovere di aiutare i
nostri soldati ad avere un buon rapporto con le popolazioni locali e quindi – ha spiegato – usano anche i soldi a favore dei
capi villaggio, in modo da creare le condizioni per la ricostruzione”. “Lo fanno tutti – prosegue – e non solo e’
normale ma e’ doveroso”. Dunque, ha concluso il ministro, dietro queste notizie “credo che ci sia una volonta’ ben orchestrata di creare
dissenso, dissidio o per lo meno un po’ di frattura tra i vari contingenti, come tra quello italiano e tedesco. C’e’ chi ha
interesse che noi non ci si guardi e invece una delle cose più importanti che si e’ realizzata in Afghanistan e’ questa
coesione tra i contingenti internazionali”

Penso che siamo ancora lontani da un punto finale su questa vicenda e l’unico modo per chiarirla – a mio avviso – è opporre fatti e circostanze precise – non solo i pur apprezzabili toni duri – ai fatti, alle circostaze, alle fonti citate da parte del Times. Lo si deve ai cittadini ma in primo luogo a chi rischia la vita ogni giorno sul campo laggiù in Afghanistan.

Articoli precedenti »

Categorie