Pubblicato da: nicopiro | 19 settembre 2012

Green on Green

Dopo l’ennesimo episodio di “green on blue” ovvero di alleati afghani, non talebani, che ammazzano soldati occidentali (in questo fine settimana, quattro americani uccisi da un poliziotto nella provincia di Zabul), la Nato ha preso una decisione drastica e radicale.
Per evitare il “green on blue”, i “green” (poliziotti, guardie di frontiera e militari afghani) resteranno da soli, senza “blue” (soldati della colazione).  In pratica da oggi sono sospese le pattuglie congiunte, verranno effettuate insieme solo operazioni di livello superiore non quelle ordinarie, i quotidiani pattugliamenti.

Nonostante le precisazioni in militarese del comando Isaf (è solo un provvedimento provvisorio legato alle tensioni per le proteste sul film blasfemo anti-Maometto), c’è poco da dire: si tratta di un duro colpo alla strategia Isaf. Al momento la coalizione ha solo un obiettivo: addestrare le forze di sicurezza locali in vista del 2014. Quello di sconfiggere i talebani è ormai tramontato. E’ evidente che se si sospendono le pattuglie congiunte la “ragione sociale” della missione stessa viene meno. Del resto poche settimane fa era stato sospeso il reclutamento nella forza di polizia locale (ALP, una milizia locale) per l’altro numero di incidenti di cui i suoi membri si erano resi protagonisti ma anche perchè essendo un corpo di polizia minore era ben più facile metterlo in “pausa” rispetto alle altre forze di sicurezza.

Queste le statistiche sugli attacchi di poliziotti e militari contro soldati occidentali:- 2007 – 2 attacchi, 2 soldati isaf uccisi
- 2008 – 2 attacchi, 2 caduti
- 2009 – 6 attacchi, 10 caduti
- 2010 – 6 attacchi, 20 caduti
- 2011 – 21 attacchi, 35 caduti
- 2012 (a tutt’oggi) – 36 attacchi, 51 caduti

La progressione è impressionante. Alla macchina di propaganda dei talebani, che alla notizia di ogni attacco del genere parla di un proprio infiltrato, la Nato risponde sempre con una terminologia vaga (per esempio, attacco compiuto da un uomo con la divisa afghana…). In realtà secondo fonti Isaf, solo un quarto di questi attacchi è legato ad attività della guerriglia, il restante 75% sarebbe frutto di screzi personali e altre questioni e dispute (per esempio la corruzione).

Pubblicato da: nicopiro | 17 settembre 2012

Clamoroso a Camp Bastion

Se non fosse stato per le manifestazioni di rabbia anti-americana per il film blasfesmo su Maometto, arrivate domenica anche a Kabul, questo fine settimana in Afghanistan sarebbe più o meno passato nell’indifferenza mediatica. Eppure è stato un fine settimana nero e come tale verrà ricordato negli annali del conflitto.

Nella notte tra venerdì e sabato, un commando di talebani (pare divisi in tre gruppi di fuoco) è riuscito ad entrare all’interno di Camp Bastion, la base britannica e l’aeroporto militare dell’Helmand (adiacente a Camp Letherneck, la base americana). Avevano indosso uniformi americane cosa che, complice l’oscurità, deve aver complicato non poco la vita a chi cercava di fermarli.
Non si conoscono i dettagli dell’attacco o meglio, come i talebani siano riusciti ad aprirsi un varco nella rete di recinzione e ad attraversare una landa piatta come quella dell’aeroporto, senza essere visti. Non è chiaro se i talebani avessero armi sofisticate (elettronica, visori notturni…) o se potessero contare su uno o più complici all’interno della base. Di certo sono riusciti a penetrare nella più protetta e grande base dell’Afghanistan dopo quella di Bagram. Un fatto senza precedenti: non stiamo parlando di un fortino, di una fob nel nulla di sabbia e pietra in qualche angolo remoto del Paese.

Anche il bilancio dell’attacco non ha precedenti. I talebani sono riusciti a distruggere sei caccia Harrier, ne hanno resi inservibili (forse irreparabili) altri due, hanno incenerito tre “tendoni” hangar e due stazioni di rifornimento. Dollaro più dollaro meno, parliamo di un danno da 200 milioni inferto all’aeronautica americana. Tra l’altro nella base staziona il principe Harry, pilota di elicotteri Apache britannici, tanto per amplificare l’impatto mediatico dell’attacco.
Le perdite materiali inflitte alla Nato sono ben superiori al pur drammatico bilancio di due marines uccisi.

Penetrare un’istallazione militare di prima classe, riuscire a distruggere una tale quantità di equipaggiamento, obbligare le forze di difesa ad ore di sparatorie e battaglie, ad una successiva ispezione di tutta la base per individuare eventuali infiltrati (magari nascostisi durante i combattimenti), è una dimostrazione di capacità militare di alto livello dei ta
ebani, per giunta nella zona interessata dalla “surge”, dall’incremento di truppe voluto da Obama all’atto della sua elezione.

Al clamoroso attacco di Camp Bastion si sono unite altre notizie, in un sincronismo che sembra studiato (ovviamente non lo è) per allestire un perfetto “caso di studio” su tutti i problemi della Nato in Afghanistan. Domenica, sono stati uccisi quattro militari americani nella provincia di Zabul, intervenuti durante un attacco ad un check point della polizia. A freddarli è stato un poliziotto, come al solito definito dai comunicati ufficiali “uomo che indossava una divisa dell’esercito afghano”. In gergo si chiama “Green on Blue” anche se alla Nato preferiscono chiamarlo “insider threat”. In pratica è l’ennesima prova che le forze di sicurezza che nel 2014 si occuperanno della difesa dell’Afghanistan non sono affidabili nè per chi ora (i soldati occidentali) combatte al loro fianco, nè per il governo di Kabul.
Un bel problema per chi sta giustificando l’uscita da un Afghanistan dove nulla è cambiato (se non in peggio) proprio con l’ormai maturazione in numero e preparazione delle truppe locali.

Domenica, nella provincia di Logar, un gruppo di donne era intento a raccogliere legna quando è stato falciato da un attacco aereo Nato, i piloti le avevano scambiate per guerriglieri. In otto sono morte, diverse quelle ferite. Un altro caso, altre vittime civili, un altro pugno di terra sul rapporto di fiducia tra gli afghani e la coalizione.

In questo fine settimana cosí drammatico, le manifestazioni di ieri e di oggi anti-americane per il film blasfemo “Innocence of Muslim” finiscono con l’apparire come l’ultima delle preoccupazioni. A meno che non si guardi meglio alle motivazioni dei manifestanti. Non erano arrabbiati solo per l’offesa arrecata alla loro religioso ed esasperati dai mullah più radicali sull’onda di quanto successo nel mondo mussulmano nell’ultima settimana. Il loro risentimento è vecchio di (quasi) undici anni di conflitto.

Pubblicato da: nicopiro | 10 settembre 2012

Il buio siriano

Uno dei fondatori di medici senza frontiere, Jaques Beres, ha rilasciato un’intervista alla Reuters, di ritorno da Aleppo dove era andato per portare aiuto e lavorare come chirurgo in prima linea. La sua memoria si fissa un punto inquietante, Beres sostiene di aver trovato nei combattenti anti-regime un sostanziale disinteresse verso la caduta di Bashar Al Assad, il loro obiettivo – dice - è la creazione di uno stato islamico retto dalla sharia. Tra loro, c’erano anche francesi.

La voce di Beres, al di sopra delle parti, contribuisce a rafforzare i dubbi occidentali sulla rivolta siriana o meglio su una parte di coloro che la combattono. Fermo restando che un solo giorno di regime è troppo ed i siriani sotto l’oligarchia degli Al Assad sono rimasti per quarant’anni. Fermo restando che la rivolta era partita come una protesta di strada e che la repressione durissima del regime e la sua chiusura totale al dialogo (“chi protesta è un terrorista”) ha creato le condizioni per la guerra civile.
Fermo restando tutto ciò, è ormai chiaro che in Siria ci sono tantissimi combattenti stranieri animati dalla voglia di jihad. Questo non può ovviamente giustificare alcuno sconto verso il regime che è colpevole – tra l’altro - di aver colpito e bombardato il suo stesso popolo e civili innocenti. Ma questa presenza jihadista contribuisce a rendere il quadro siriano oscuro e poco decifrabile da parte di un occidente alla prese con la sua crisi economica e con uno stallo diplomatico che non riesce a sbloccare. Difficoltà sintetizzabile in quella notizia di quest’estate che raccontava degli imbarazzi di Washington nel fornire armi ai ribelli, forniture negate perchè non si sapeva bene nella mani di chi andassero a finire queste armi: se nelle mani di chi vuole la democrazia o in quelle di chi vuole usare la Siria come una palestra della jihad e magari il giorno dopo è pronto a colpire una città occidentale.

A ciò si aggiungono altre complicazioni come la crescente matrice sunnita del conflitto (l’elite che governa la Siria appartiene alla minoranza alawita, in pratica sciiti, minoranza della popolazione contro la maggioranza sunnita) che se favorisce il sostegno ai rivoltosi dei Paesi del Golfo, irrigidisce il governo (sciita) del confinante Iraq ritrovatosi – per giunta – negli ultimi giorni nel bel mezzo del caso-Al Hashimi (ex-vicepresidente, sunnita, condannato per violenze settarie e fuggito all’estero).

La Siria è un tassello fondamentale del mosaico medio-orientale, una complessità di cui si parla da sempre e che in parte giustifica la cautela occidentale e motiva lo stallo diplomatico. Damasco significa Iran quindi Hezbollah libanesi e conflitto con Israele, significa resistenza curda e separatismo curdo, significa unica base navale russa nel Mediterraneo e allenza con la Cina oltre alle faglie religiose di cui si parlava prima e che attraversano il mondo mussulmano.

Probabilmente, in questo conflitto con tanti spettatori e destinato a trascinarsi a lungo, i ribelli dovrebbero avere la forza di unirsi anche in un soggetto politico che effettivamente li rappresenti (cosa che non sembra valere in pieno per le organizzazioni siriane in esilio all’estero), possa fare pulizia del jihadismo come offrire una prospettiva sul dopo-Assad che tranquillizzi la comunità internazionale e la spinga a fare qualcosa. Facile a dirsi, molto difficile a farsi ma non sembra ci siano altre alternative mentre i morti in Siria scorrono inarrestabili come l’acqua delle condotte collassate nelle strade di Aleppo, dove ormai anche bere e lavarsi è diventato un esercizio di sopravvivenza per migliaia di civili.

Pubblicato da: nicopiro | 10 settembre 2012

Meno male che…

Meno male che d’estate, in particolare in questi week-end di fine estate, la borsa è chiusa, non ci sono aste di bot e cct, lo spread se ne sta buono e il teatrino della politica salta un turno godensi gli ultimi sgoccioli di sabbia e acqua marina. 

Meno male che dopo i party di Las Vegas e il conseguente can-can mediatico, il principino Harry se ne torna in Afghanistan a fare la guerra (come l’altra volta avrà al seguito una scorta di gurka nepalesi?). E i talebani di conseguenza si lanciano in improbabili quanto scontate minacce di rapirlo o farlo fuori “con tutti i mezzi a loro disposizione”.

Meno male perchè dopo mesi in cui l’Afghanistan sembrava dimenticato, dopo l’ennesimo triste attentato di sabato, domenica i giornali sono tornati ad interessarsi della guerra e delle sue vittime. Ho visto persino doppie pagine (molto interessanti) e grazie all’Harry in divisa l’attenzione sembra non calare. Un effetto esteso ai media in generale, non solo alla carta stampata. 

Meno male, verrebbe da dire…se non fosse solo amaro sarcasmo…
 
Meno male

Pubblicato da: nicopiro | 22 agosto 2012

Fly-Zone

Obama minaccia Assad: se userete le armi chimiche, interverremo. Per un Paese che solo pochi anni fa, si è infilato in un guerra impossibile (quella in Iraq) e sprecato migliaia di vite e di milioni di dollari sulla base del presunto possesso di armi di distruzione di massa, beh è un’affermazione che suona abbastanza fragile. L’occidente sta assistendo da mesi al massacro siriano e non muove un dito mentre in Libia ha fatto l’esatto contrario: in poche settimane ha deciso la no-fly zone che si è trasformata nell’aviazione dei ribelli ed è stata decisiva per la loro vittoria. Per giunta le testimonianze sull’utilizzo di mezzi aerei contro la popolazione civile nel paese – all’epoca – di Gheddafi erano fragili e quasi mai hanno trovato una conferma. In Siria, invece, basterebbero solo immagini del bombardamento di Azaz per giustificare l’istituzione della no-fly zone…per non parlare dell’utilizzo di elicotteri d’attacco a Damasco come ad Aleppo, anch’essi ampiamente documentati – per giunta – anche in un rapporto dell’Onu.

Appare chiaro che l’intervento di Obama sia motivato un po’ da questioni elettorali (la politica estera comincia a riaffiorare nella lunga vigilia delle presidenziali) un po’ dal tentativo di mettere una pezza alle speranze sollevate dalla recente visita della Clinton in Turchia, dove il segretario di Stato (pur con grande cautela) non aveva escluso il ricorso alla no-fly zone per poi affidare la retromarcia ad altri esponenti dell’Amministrazione.
Non mi sto schierando a favore di un no fly zone (anche perchè non penso che la mia opinione possa contare nello scenario internazionale…) però mi sembra evidente che l’Occidente stia usanado due pesi e due misure tra Siria e Libia, indebolendo la sua credibilità e anche le ragioni dell’intervento libico.
Certo quella siriana è tutta un’altra storia tra implicazioni politiche e religiose la Siria è un labirinto che potrebbe far apparire l’Iraq della seconda Guerra del Golfo come una passeggiata che un Occidente (anche a corto di risorse economiche e militari) sta lasciando che l’incendio segua il suo corso e non prova nè a domarlo nè ad orientarlo. Puo’ essere una scelta ragionevole se si considera l’effetto domino che dalla Siria si può innescare in tutto il Medio Oriente e che quindi un intervento “umanitario” finirebbe per trasformarsi in un atto disumano. Sarebbe altrettanto ragionevole che i cosiddetti grandi della Terra ci risparmiassero il loro moralismo a corrente alternata che serve a giustificare certi conflitti mentre ne dimentica altri. Ma questo forse è chiedere troppo.

Pubblicato da: nicopiro | 23 luglio 2012

Endgame

La fine dei dittatori ha sempre un qualcosa di illogico e di curioso come ci stanno ricordando questi ultimi due anni di rivoluzioni (seppur tradite) in Medio Oriente.
Parliamo di uomini che per anni hanno potuto decidere persino del destino del loro ultimo “suddito”, che hanno avuto la forza e la protervia di fare irruzione sin’anche nelle cose minime della vita di una persona ritrovatasi entro i confini dei loro “regni”. Uomini che hanno speso un fiume di denaro per costruire un’immagine della propria persona lontana dalla realtà e infilarla nelle menti della gente. Uomini che un fiume di denaro di portata ben maggiore lo hanno dirottato verso le proprie tasche e verso quelle della corte che li circondava; soldi di tutti: contratti petroliferi, commesse pubbliche, concessioni telefoniche, aiuti internazionali.  Uomini che non riescono a togliersi di mezzo per aiutare il proprio popolo nemmeno quando il loro destino è ormai segnato.
E’ accaduto in Libia come sta accadendo in Siria. L’operazione “vulcano” che per quasi sei giorni ha trasformato il quartiere di Maidan a Damasco in un campo di battaglia ha rappresentato il salto di qualità nelle azioni di quella che è ormai una guerriglia organizzata in un conflitto che da insurrezione spontanea è ormai diventato una guerra civile. La situazione siriana è in stallo, nè la diplomazia (ormai marginale dopo mesi di incertezze occidentali e di veti russo-cinesi) nè le armi sembrano portare ad una soluzione. La guerriglia armata dall’esterno (presumibilmente dagli stati sunniti del Golfo) è diventata molto più forte ma se avanza non riesce a controllare il terreno. L’esercito perde pezzi e deve spostarsi da una parte all’altra del Paese per tappare le falle aperte dai ribelli ma, seppur lentamente, alla fine ci riesce. E’ una situazione come quella libica (dove fu decisivo l’intervento Nato). Nonostante ciò, è chiaro che in Siria il regime è spacciato: tra sanzioni economiche, isolamento internazionale e defezioni varie, c’è solo da capire quanto tempo potrà durare. Bella domanda, dalla risposta difficilisima.
L’unica cosa che potrebbe risparmiare altre sofferenze ai civili siriani (al di là delle non verificabili cifre dell’opposizione siriana la loro sofferenza è fuor di discussione) sarebbero le dimissioni di Assad magari con il salvacondotto che gli ha offerto oggi la Lega Araba. Sarà che chi pensa di aver un potere assoluto (e di fatto l’ha avuto per anni) ha difficoltà ad ammettere che anche gli “altri” (ribelli, comunità internazionale, alleati, ex-alleati) possono avere un pur minimo ambito di potere. Sarà il desiderio di mantenere in piedi un sistema fatto di interessi economici, potere, relazioni o forse solo l’effetto di troppi anni spesi in una dimensione parallela di vita (la corte) che distorcela realtà. Eppure la via di fuga sembra non volerla imboccare nessuno, Assad in primis che pure verrebbe accolto bene in Russia come in Iran. Sarebbe un modo per evitare di finire sgozzati sul cofano di una macchina alla periferia di una città polverosa, sarebbe un modo per salvare (e godersi) la parte di quell’immane patrimonio rubato alla propria gente e sfuggito in qualche paradiso fiscale alle sanzioni finanziarie, sarebbe un modo per far fermare il bagno di sangue.
Ma si sa, i dittatori sono illogici quanto sanguinari. Anche quando decidono di suicidarsi portano con se nella tomba migliaia di persone innocenti in un salto nel vuoto lungo come una dolorosa agonia.
Pubblicato da: nicopiro | 6 giugno 2012

Al Qaeda è morta, Al Qaeda è viva

Con l’uccisione di Abu Yahya al-Libi di Al Qaeda resta ormai molto poco, almeno se a questo nome facciamo corrispondere l’organizzazione che abbiamo conosciuto con il suo atto più clamoroso ed orribile: gli attentati dell’11 settembre. Il “libico”, stratega e capo militare, candidato a succedere a Bin Laden, è stato fatto a pezzi da un missile “Hellfire” sparato da un aereo senza pilota americano in un’area tribale pakistana al confine con l’Afghanistan; con lui sono stati uccisi un gruppo di militanti e – probabilmente – ci sono state delle vittime civili.

All’elenco ormai manca solo Al Zawahiri e – ma solo per motivi simbolici – il qaedista “americano” Adam Gadar, ma ormai Al Qaeda è da considerarsi pressochè finita. Resta però un frutto avvelenato di quell’esperienza ovvero tutte quelle organizzazioni che ad Al Qaeda si ispirano e di cui – per voler usare una metafora commerciale – utilizzano il “brand” per farsi conoscere e rapidamente identificare sui “mercati locali”. Una nebulosa più che una galassia, un’insieme di organizzazioni che – come dimostrano i documenti estratti dal covo di Bin Laden – non hanno contatti organizzativi diretti e non sono federate.

Oltre allo Yemen meridionale (territorio controllato da Al Qaeda nella penisola arabica che ne ha fatto anche una base per lanciare attacchi verso l’American, in stile Afghanistan pre-2001), la situazione più preoccupante mi sembra essere quella africana dove ormai “Al Qaeda nel Maghreb Islamico” non è più solo un problema algerino ma per gemmazione con movimenti locali sta attecchendo tanto nella Nigeria dai fragili equilibri inter-religiosi (sui quali soffiano gli islamisti di “Boko Karam”) come nel nord del Mali, in uno strano (e precario) abbraccio con i tuareg; senza dimenticare la vicenda somala e le infiltrazioni di Al Shabab (seppur sempre più debole a livello militare) nel vicino Kenya.
Basi, queste africane, molto vicine al Mediterraneo e all’Europa e per questo possibile fonte non solo di instabilità locale.

L’uccisione di al-Libi impone anche un’altra serie di riflessioni. La campagna aerea americana, intensificatasi negli ultimi tre anni, è l’operazione in assoluto di maggior successo nella storia della cosiddetta “guerra al terrore” sia per i suoi risultati che per i suoi costi. Ed è stata capace di colpire nel cuore dei santuari del terrorismo islamista in terroritorio pakistano dove le forze armate di Islamabad non hanno nè saputo nè voluto mai intervenire per i ben noti legami tra i servizi pakistani e i terroristi. E’ una campagna che ha avuto ricadute in termini di vittime civili, mai precisate ma sicuramente inferiori (nella cinica algebra del conflitto) a quelle della guerra afghana dando quindi ragione a chi, nella Casa Bianca, voleva una “campagna leggera” per chiudere la partita (se la partita era spazzare via Al Qaeda) in Afghanistan piuttosto che impegnarsi nella surge di Obama e con le migliaia di truppe in più mandate nel Paese.
L’altra riflessione è che anche se Al Qaeda è morta, la guerra in Afghanistan è viva e vegeta a dimostrazione di come il conflitto afghano sia legato ad altre dinamiche da quelle per cui è la nata la cosiddetta “guerra al terrore” di bushiana memoria. Infine lo stesso Pakistan che oggi protesta per la violazione della sua sovranità territoriale commessa durante questi bombardamenti si conferma di nuovo la chiave di volta negli equilibri del terrorismo internazionale e nel conflitto nel confinante ed odiato Afghanistan, fin quando gli Stati Uniti non interverranno sul loro “alleato” sarà difficile fare passi in avanti su quel terreno di battaglia.

Pubblicato da: nicopiro | 24 maggio 2012

I talebani della porta accanto

Ieri hanno distrutto il monumento dei martiri, una stele dedicata alle vittime della rivoluzione contro il dittatore Moussa Traorè del 1991, nelle scorse settimane hanno distrutto monumenti ben più preziosi ed antichi come le statue di Alfarouk, il cavaliere bianco, l’angelo che protegge la città, la città dei 333 santi: Timbuctù, Timbuktu o se preferite Tombouctou. Stiamo parlando degli estremisti di Ansar Dine, i difensori dell’Islam, braccio di Al Qaida del Maghreb che della città carovaniera, un tempo snodo fondamentale per il transito del sale e dell’oro nonchè per lo studio dell’Islam, hanno fatto la capitale di uno stato che non c’è e che si estende nella parte settentrionale del Mali. Sono giorni buii per un luogo classificato dall’Unesco come patrimonio dell’umanità, una vicenda che non può non ricordare – pur nelle differenze del caso – la demolizione dei Budda di Bamyan.

Quella del Mali è una crisi totalmentedimenticata. Dopo il crollo del regime di Gheddafi, tra fine dei fondi libici destinati al governo di Bamako e ritorno dei tuareg impiegati da Gheddafi per la sicurezza nel deserto, un gruppo di giovani ufficiali golpisti ha preso il potere il 22 marzo. Un golpe debole che ha precipitato il Paese nel caos. A quel punto è intervenuta l’Ecowas (la comunità economica dell’Africa occidentale) per portare un po’ di ordine e ha ottenuto l’insediamento di un presidente “ad interim”. Ma nei giorni scorsi, con i militari che stavano a guardare, una folla di dimostranti ha invaso il palazzo presidenziale aggredendo il presidente Dincounda Traore, ieri volato in Francia per controlli “già previsti”, in realtà per curarsi dalle ferite subite e forse per non tornare più. 
L’ “incidente” è stata l’occasione per i golpisti di rimangiarsi l’accordo con l’Ecowas e  nominare un secondo presidente: il loro capo, il capitano Amadou Haya Sanogo.
“Soliti casini africani” verrebbe da dire ad un osservatore poco attento e molto cinico (in occidente è purtroppo la categoria prevalente quando si parla d’Africa), sarà anche così ma questa volta il “solito casino africano” non riguarda solo l’Africa e il suo dimenticatoio.

Complice l’instabilità a Bamako, il nord del Paese è finito nelle mani dei tuareg e degli islamisti di Ansar Dine che stanno provando a trasformarlo in uno stato indipendente e retto dalla sharia. In un videomessaggio scovato oggi dall’AFP, il capo di Al Qaeda nel Maghreb (Aqmi) l’algerino Droukdel invita  i combattenti ad un’imposizione della sharia che sia più graduale di quanto dovrebbe ma comunque di chiudere subito i luoghi di perdizione, droga e alcool.

La crisi del Mali sta trasformando un parte d’Africa, poco distante dalle coste europee, in uno stato di stile talebano, con l’aggravante che si ritroverebbe al centro dei traffici desertici di armi e droga. Lo spettro (anzi il miraggio) proiettato dal calore che arroventa le dune è quello di una portaerei per criminali e terroristi, arenata in mezzo alle sabbie sahariane. “Soliti casini africani”…sarà, ma è molto probabile che prima o poi qualcuno sarà costretto ad occuparse al contrari degli altri “soliti casini africani” precipitati nell’archivio dei pensieri perduti.

Pubblicato da: nicopiro | 23 maggio 2012

Kabul, Patrasso, Europa

L’Algeria ha comunicato di aver completato in questi giorni una delle più grandi campagne di sminamento dell’era recente, ripulendo i confini dagli ordini piazzati dall’esercito coloniale francese per fermare i movimenti dei ribelli indipendentisti negli anni ’50 e ’60. Intanto in Grecia c’è chi le mine anti-uomo vorrebbe metterle lungo i confini ma non per fermare gli evasori fiscali che stanno illegalmente portando capitali all’estero contribuendo al tracollo ellenico, bensì per bloccare gli immigrati clandestini. I “mazzieri” del partito neo-nazista “Alba Dorata” (premiato alle ultime elezioni politiche ma che potrebbe scomparire dal parlamento,di nuovo, al prossimo voto di giugno) ieri notte hanno guidato un assalto contro i profughi (quasi tutti afghani) che arrivano a Patrasso per cercare un passaggio verso l’Europa; spesso restandoci per anni. Il raid è stato scatenato dall’uccisione da parte di uno o più immigrati (forse afghani) di un ragazzo greco, accoltellato in circostanze ancora poco chiare. Gli scontri sono andati avanti tutta la notte.

Il film è sempre lo stesso: si lasciano gli immigrati in condizioni di vita da bestie (il campo di Patrasso, prima di essere bruciato un paio d’anni fa, era molto peggio di tanti villaggi di fango che avevo visto in Afghanistan), poi si nega loro qualsiasi diritto (la Grecia è il Paese europeo col più basso tasso di riconoscimenti dello status di rifugiato), in questo brodo di coltura si nutre qualche straniero furbo e violento che finisce tra le fila della microcriminalità, di qui l’incidente che è la scintilla per dare corpo a tutte le paure e i rancori della comunità locale. Il caso greco aggiunge una variante a questo dejavù, il fatto che c’è un quasi-otto per cento dei cittadini ellenici che ritiene che, non solo la microcriminalità, il disordine e la sporcizia nelle strade siano colpa degli immigrati, ma anche la crisi economica sia da imputare a loro. In tanti – quasi l’8% – hanno infatti votato Alba Dorata.

Parlo di questa vicenda di Patrasso, non solo per il mio legame verso quei luoghi e le vicende di quei rifugiati, ma perchè si tratta di un luogo simbolico di scelte errate e contraddizioni che non riusciamo a sciogliere. A Patrasso si incontrano i giovanissimi profughi che fuggono dalla guerra tra l’Isaf e i talebani in Afghanistan. A quegli stessi profughi l’occidente (in particolare Atene) nega lo status di rifugiati, eppure basterebbe la testimonianza di uno solo dei soldati greci – di stanza nella comoda base di Kabul est - per dimostrare alla commissione visti quanto grave sia la situazione afghana. Infine i costi di quella stessa guerra (che aggravano i bilanci dello stato in tutto l’occidente, terremotato dalla crisi) vengono da un gruppo di oltranzisti (e molti che credono alle loro parole) imputati in qualche modo a quei profughi che dalla guerra fuggono invece di trarne beneficio. Non c’è che dire…un capolavoro.

Pubblicato da: nicopiro | 20 maggio 2012

Il vertice della bolletta

Angosciati dalla crisi economica (aggravata dall’incognita greca) e preoccupati di far digerire tagli e sacrifici a chi li ha votati, i leader internazionali si ritrovano da oggi a Chicago per discutere di risparmi (quelli di un sistema militare più integrato) e di spese, ovvero di quelle che dovranno sostenere per il futuro dell’Afghanistan.

Il vertice Nato di Chicago è uno dei più importanti di sempre, sia per numero di partecipanti, sia per le decisioni che verranno prese, ma appare come un altro intralcio tra i piedi di chi deve fare i conti con il bilancio pubblico e con i sondaggi d’opinione. In pratica la Nato rinuncia a vincere (se mai fosse possibile) la guerra afghana, si ritaglia una vita d’uscita onorevole affidando la sicurezza del Paese alle forze di sicurezza locali (chiaramente inadeguate al compito) ma deve pagarne la bolletta.

Le forze afghane costano quattro miliardi e cento milioni di dollari all’anno. Una cifra che solo in minima parte (circa cinquecento milioni) verra coperta dal governo di Kabul, il grosso verrà pagato dai contribuenti americani ma il resto lo cacceremo anche noi. Non esattamente un problema da poco per governi – vedi quello italiano – che sono alle prese con la crisi internazionale, tra indigesti tagli allo stato sociale e l’esigenza di giustificare spese per centinaia di milioni di euro che andranno avanti per almeno un decennio. In termini di sondaggi d’opinione (a proposito l’ultimo effettuato in America dava il supporto alla guerra sotto il 30%) servirà a poco dire che pagare le forze afghane costa meno che mandare i propri soldati in Afghanistan. Una bella tegola questa della crisi economica che piomba sul “tavolo afghano”, quasi a voler complicare una situazione già di per sè difficile.

Ci sarà anche il traballante presidente pakistano Alì Al Zardari, al vertice di Chicago, ma non si avvicina la riapertura della rotta logistica che dal porto di Karachi raggiunge l’Afghanistan attraverso il passo Kyber, chiusa dal novembre scorso dopo un incidente sulla frontiera con i militari americani. Rotta che – dice il generale Allen – servirà soprattutto quando l’Isaf dovrà lasciare il Paese: spostare 100 mila uomini e i loro mezzi, un’operazione mai vista prima e non senza rischi.

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