Il 21 marzo a Padova

 

Il gruppo degli studenti universitari di Emergency di Padova organizza per il 21 marzo a Palazzo Moroni l’incontro “Kalashnik-off: 19 anni di Emergency in Afghanistan”.
Ne parliamo Luca Radaelli, infermiere di Emergency, e io, che proverò a fare un punto sulla situazione politico-militare nel Paese.
In quello stesso giorno si inaugura la mostra “Afghanistan calling: Emergency sul campo”. Vi aspettiamo!

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In memoria di Mimmo

Dopo una lunga battaglia contro un male infame – battaglia che aveva saputo rende pubblica senza farne un caso personale ma mettendola a disposizione del pubblico, da bravo cronista – se n’è andato Mimmo Candito, grande intellettuale prima che esperto inviato di esteri.
Avevo avuto il piacere di conoscerlo di persona al Premio Cutuli del 2016 quando il male già stava esigendo un prezzo sul suo corpo, non sulla sua lucida mente.
Oggi come mai ringrazio gli strumenti del mobile journalism che mi hanno consentito di registrare – seppur improvvisando – la Lectio Magistralis di Mimmo, all’università di Catania, appuntamento fisso del Premio dedicato a Maria Grazia Cutuli, scomparsa in Afghanistan.
Mimmo parla di post-verità, dimostrando il suo spessore di intellettuale ma anche di giornalista capace sempre di stare al passo con i tempi, che cambiano il senso della e i pericoli per la nostra professione.
Da vedere, da non perdere…buona visione, addio Mimmo.

Premio Cutuli 2016 – Lectio Magistralis (prima parte) from Nico Piro on Vimeo.

 

Dove c’era la giungla

 

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Il porto più sorvegliato del mondo

Per rivedere il mio speciale “Dove c’era la Giungla” andato in onda il 18 febbraio su RaiTre, clicca qui.

Su Facebook potete trovare i pezzi andati in onda al Tg3, eccoli:

Grand Synthe, l’altra (diversa) Calais

Gli angeli di Calais, i volontari

La sicurezza che non basta mai

Fango, Pietre, Lacrimogeni

Calais, andata via la jungla i migranti restano

 

Dopo la jungla

Poco più di un anno fa, la jungla veniva rasa al suolo. Era il secondo e conclusivo abbattimento della squallida baraccopoli che per vent’anni aveva ospitato una popolazione di rifugiati e migranti, ad ondate variabili.
Tutto era nato come un piccolo accampamento nei pressi dell’autostrada e del porto, il punto ideale per tentare ogni notte di passare clandestinamente il confine e arrivare nel Regno Unito. Al momento del primo parziale abbattimento, la jungla ospitava duemila persone, ridotto a metà della sua estensione il campo aveva raggiunto una popolazione record di diecimila anime con latrine, luoghi di culto, cucine, negozi, ristoranti, scuole, asili, biblioteche.
Un anno dopo, la jungla se n’è andata ma i migranti continuano ad arrivare a Calais, dopo una fase di stanca adesso siamo a circa un migliaio di presenze. Come ha ribadito Macron nelle scorse settimane, durante una visita nella cittadina (o meglio alla polizia locale), la Francia non consentirà più la formazione di un’altra jungla. Purtroppo, quelli del presidente sono chiaramente proclami mediatici senza alcuna sostanza in termini di soluzione al problema, utili per lo più a lanciare un messaggio all’elettorato su un tema “sensibile” e a cercare sostegno per un controverso progetto di riforma del diritto d’asilo. Continua a leggere “Dopo la jungla”

Per un anno migliore

con un po’ di ritardo pubblico gli auguri inviati in mailing list (a proposito per iscrivervi cliccate qui)

Non vi posso assicurare che le cose andranno così ma auguro di cuore al nostro mondo che il prossimo sia un anno migliore del 2017.

Dentro di me spero che l’anno che si è concluso vi abbia portato cose belle (a me tante, assieme a qualche problema che ho taciuto, concentrandomi sulla sua soluzione) e che altre ve ne arrivino a breve.
Ma se guardiamo al nostro pianeta c’è da preoccuparsi:
si è tornati a parlare di guerra nucleare non come di un’ipotesi di scuola ma come una possibilità concreta, magari frutto di un banale scatto d’ira; il clima impazzito continua a fare danni che da soli ripagherebbero i costi di qualche politica ambientale; il tema dei rifugiati/immigrati continua ad essere usato dalla politica come una palla da tennis, per mandare il collo degli spettatori da destra a sinistra e viceversa, mentre sotto agli spalti covano problemi enormi; l’Afghanistan è ormai prigioniero di una serie di attentati che impediscono a quel popolo persino di riprendere fiato, la riprova di quanto incompiuta sia stata la missione; in Bangladesh sono arrivate nel giro di poche settimane oltre 650mila persone, in fuga dalla pulizia etnica dell’esercito e dei buddisti dell’ex-Birmania, una crisi tanto grave quanto completamente dimenticata; in Italia il giornalismo è sempre più in crisi economica e occupazionale, proprio ora che ce ne sarebbe bisogno per arginare le “fake news”, le “bufale” travestite da notizie, capaci di indignare “a prescindere” il popolo dei social.
La lista potrebbe continuare ma preferisco fermarmi per lasciare un po’ di spazio alla speranza: la convinzione è che le cose possono cambiare se riusciamo ad agire partendo dal nostro piccolo.

Ecco volevano essere degli auguri e forse vi ho scoraggiato ma
– è inutile illudersi – solo allargando lo sguardo possiamo davvero vedere quanto complessa sia la piccola arancia blu sulla quale galleggiamo nello spazio.

Al mondo e a tutti noi, BUON 2018

Pordenone, dallo stomaco alla testa

 

 

 

Il 30 novembre si è chiuso alla Casa dello Studente di Pordenone, il ciclo di incontri organizzato dall’IRSE (Istituto Regionale di Studi Europei del Friuli Venezia Giulia) su “Europa Inquieta”. Io sono stato invitato a parlare sul tema “Aiutiamoli a casa loro”. Ma cosa sta succedendo “a casa loro”?
Con me c’era Roberto Reale che ha tenuto il “filo” di tutto il ciclo degli incontri e che, oltre ad essere stato mio vicedirettore al Tg3, è anche il media watcher più accorto d’Italia (e forse per questo meno presente nel teatrino quotidiano degli opinionisti “tuttologi”, pronti a passare da qualsiasi argomento all’altro pur di stare in tv).
Sarebbe difficile riassumere qui oltre tre ore di conferenza, con un vivace dibattito finale con il pubblico. Forse, una sintesi può essere trovata in questa frase: siamo passati dallo stomaco alla testa. Con Roberto – collega dal quale ho imparato di più e continuo ad imparare – abbiamo provato a raccontare non solo “quello che succede a casa loro” ma anche la situazione italiana (a partire dai numeri degli arrivi passando all’andamento della criminalità) per numeri, dati, storie.
E’ esattamente quello che ci vorrebbe per riportare il dibattito politico in Italia ad un livello di minima palatabilità (con l’informazione a traino, nella speranza di certi editori/giornalisti che il sensazionalismo risollevi le vendite). E’ una necessità talmente ovvia che nessuno se ne farà carico, proseguendo nella sana ed italica (ma ormai contagiosa a livello globale) tradizione della divisione tra tifoserie che fanno delle proprie “ragioni” un dogma al di là di ogni ragionevolezza.