Tashakor, Grazie

Sono tornato in Italia dopo quattro settimane trascorse in Afghanistan, è stato un periodo di lavoro duro e denso di incontri. Kabul è una delle città più pericolose al mondo, probabilmente persino peggiore di una Baghdad del 2006/7 e giù di lì. Ogni passo e ogni spostamento vanno gestiti con attenzione anche se si muove “low profile” ovvero in mezzo alla gente, come la gente comune, evitando macchine blindate e scorte arrabbiate. Se a questa fatica “tattica”, ci aggiungete quella dell’ordinario lavoro giornalistico (tra appuntamenti, ricerca di persone, contatti con le istituzioni e via dicendo) avrete un’idea della fatica.
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Corso: Giornalismo di Guerra

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Il 30 novembre presso la sede della FNSI (corso Vittorio Emanuele II n 349) a Roma, l’Ordine dei Giornalisti del Lazio e l’Associazione Stampa Romana organizzano un corso gratuito sul giornalismo di guerra. Assieme ad Amedeo Ricucci, Alberto Negri, Francesca Mannocchi, Alfredo Macchi, Emanuele Satolli, tra i docenti ci sarò anche io.
Il corso comincia alle ore 9, per iscriversi bisogna – come di prassi – utilizzare la piattaforma Sigef. Ripeto: il corso è gratuito.

Se siete a Teramo il 24 novembre

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Se siete dalle parti di Teramo il 24 novembre con Roberto Maccaroni, infermiere di Emergency, parliamo di Afghanistan, la guerra infinita e la crisi dimenticata per eccellenza. L’appuntamento è alle 18 nella sala consiliare di Mosciano Sant’Angelo. Modera l’amica e collega Pina Manente, l’organizzazione è del gruppo locale di Emergency (qui per altre info).
Trattandosi della prima “uscita” dopo il mio ritorno dall’Afghanistan, sarà anche l’occasione per fare il punto sui racconti e le storie del mio nuovo libro in uscita a febbraio 2019.

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Contro l’impunità


KABUL – Negli ultimi 12 anni nel mondo sono stati uccisi circa 1000 giornalisti, l’anno scorso il numero dei giornalisti uccisi in aree non di conflitto ha raggiunto quota 55% sul totale, superando quindi il numero dei reporter uccisi in zone non di conflitto. Questi crimini restano quasi sempre senza un colpevole, è l’ “impunità” alla cui sconfitta l’Unesco ha dedicato la giornata del 2 novembre (vedi la pagina “End Impunity Day”).
A Kabul abbiamo “celebrato” la ricorrenza con un giorno d’anticipo perché domani è venerdì, giornata di preghiera e di festa, l’equivalente della nostra domenica. Non è stata un celebrazione rituale ma il tentativo di mettere intorno allo stesso tavolo al Ministero per l’Informazione, i vari soggetti che si muovono in una realtà tanto complessa.
Purtroppo l’Afghanistan è il luogo probabilmente più pericoloso al mondo dove lavorare come giornalista, nel 2018 in una sola giornata sono stati uccisi 11 colleghi in diverse aree del Paese, 9 di questi in un singolo attentato “mirato” a Kabul.
Dando seguito all’orrenda linea partorita dall’abisso del sedicente “califfato”, anche in Afghanistan lo Stato Islamico (qui definito “del Korasan”) ha classificato i giornalisti non per quello che sono – civili – ma come obiettivi militari, possono quindi essere colpiti e trattati come forze combattenti nemiche.
Protagonista della giornata qui a Kabul, il “Comitato per la protezione dei giornalisti afghani” (AJSC): un’organizzazione che si occupa di formazione (non solo per i giornalisti ma anche per le forze dell’ordine che si trovano a rapportarsi con i reporter), di sensibilizzazione delle autorità locali, di tutela legale e anche di misure d’emergenza (i giornalisti sotto minaccia nelle province vengono evacuati in località sicure in attesa che il pericolo decanti).

Questi sono i rischi che centinaia di giovani afghani affrontano ogni giorno per raccontare, per costruire un Paese migliore, per far sapere al mondo cosa accade in Afghanistan. Purtroppo i media occidentali li hanno abbandonati, da un lato chiudendo o riducendo al minimo gli uffici di corrispondenza, dall’altro ricacciando nell’oblio questo Paese, il suo destino, la sua tragedia quotidiana e soprattutto gli errori commessi negli ultimi 17 anni di guerra.

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La fabbrica delle gambe


Quando una bomba esplode può uccidere qualcuno, tanti o pochi (fermo restando che un morto è sempre uno di troppo) dipende dalla carica esplosiva e dal momento della detonazione. Tra ieri e oggi a Kabul abbiamo avuto 2 attacchi suicidi (ingresso commissione elettore; ingresso carcere) e un attentato contro un posto di blocco della polizia con lancio di granate.
Quando una bomba esplode non uccide solo, cambia anche la vita di molti dei sopravvissuti. L‘onda d’urto strappa via arti, gambe e/o braccia. L’onda d’urto trasporta schegge che spezzano ossa e tranciano mani. Non sei morto ma poi ti ritrovi a fare i conti con difficoltà enormi nella tua “normalità” quotidiana.
A Kabul da 29 anni vive un italiano, si chiama Alberto Cairo. Lavora per la Croce Rossa Internazionale e restituisce gambe a chi le ha perse. Non è la stessa cosa una gamba di plastica (sempre più spesso due) ma almeno ti rimetti in piedi e provi a riprendere in mano la tua vita.

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Noi siamo le “guerriere”

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Sono stato invitato a festeggiare un evento speciale con un gruppo di ragazze speciali: la nazionale di pallacanestro femminile dell’Afghanistan.
Due volte a settimana attraversano la città per andarsi ad allenare, guardano la NBA su internet e vogliono restare nel loro Paese nonostante tutto. Per questo si definiscono “le guerriere”. Non hanno armi ma solo un pallone.
Cosa abbiamo festeggiato? La torta della pasticceria Arg – ricoperta al cioccolato, buonissima, con i cerchi olimpici disegnati sopra – era dedicata al loro capitano che è da poco diventata il primo membro che l’Afghanistan abbia mai avuto nel comitato olimpico internazionale.
Non la prima donna, il primo in assoluto.
Lo sport riesce a far fiorire la speranza anche nel deserto senza gioia.

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Il fattore D

F3A04391-4EA6-4452-A3D8-D421B94B41F5.JPGSono tornato a Kabul dopo un viaggio, alquanto complesso per organizzazione, nella provincia di Nangarhar, un pezzo di territorio strategico non solo perché è da sempre la porta d’accesso in Afghanistan dal sud ed è una provincia ricca di risorse, in primis agricole, ma perchè dal gennaio del 2015 è diventata la “capitale” del califfato che l’ISIS afghano – per la precisione lo stato islamico del Korasan – sta cercando di costituire nel Paese.
I talebani hanno da poco “ripulito” l’area del critico distretto di Achin dove la gente sta lentamente tornando dopo una grande fuga (risultato sfuggito per anni ad americani e forze governative) ma il pericolo di Daesh non è affatto svanito.
Me ne torno dal confine pakistano con molti dubbi e una convinzione: Daesh sarà una variabile chiave nel determinare l’andamento del futuro afghano.

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