Non parlatemi più di giornalisti che non vogliono cambiare

1250 posti occupati, 15 seminari “tutto esaurito”, 45 ore di formazione gratuita, circa 700 persone presenti tra giornalisti e videomaker, un’ondata di energia e gioia che ha (senza far danni!) investito la Casa del Cinema e la sede di Stampa Romana. Tutto questo è stato “Mojo Italia”, due giorni e mezzo di aggiornamento professionale gratuito per introdurre i colleghi al mobile journalism (da cui la sigla “mojo”) ovvero all’uso dello smartphone per creare video professionali e più in generale contenuti giornalistici da fruire multipiattaforma, in quei “luoghi” dove oggi si è spostato il pubblico che un tempo i nostri giornali “incontravano” in edicola e i nostri tg facevano “radunare” davanti uno schermo televisivo.

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MObile JOurnalism è in libreria

 

 

Questo libro io non l’avrei mai scritto. Non perché non se ne sentisse la necessità ma perché girare l’Italia per fare corsi e seminari diffondendo il verbo (le tecniche e la filosofia) del mojo dalla fine del 2015 sta consumando il mio tempo libero. La sfida di diffondere il mobile journalism è stata tante cose insieme: offrire i corsi più compatti e più economici d’Europa, condividere nuovi strumenti utili a lenire la crisi del giornalismo nell’era del digitale, creare una comunità di mojoers in un momento in cui il già ipercompetitivo mondo dei reporter è più frantumato che mai.

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La guerra, le storie, la Storia spiegata ad un bimbo di sei anni

 

Pietro Masturzo è uno dei più grandi talenti del fotoreportage italiano, nel 2010 gli è stato assegnato un premio che vorrebbe qualunque fotogiornalista: il Word Press Photo Award. per un suo straordinario lavoro sulla rivoluzione “verde” in Iran, la visione “laterale” di un evento che era sotto gli occhi di tutti e che tutti raccontavano allo stesso modo.
Grazie al Premio Subito (diretto da Francesca Milano e Daniele Bellasio) e agli enti locali di Gressoney e della Val d’Aosta, al pubblico è stata data la rara opportunità di visitare una mostra di fotogiornalismo (genere negletto nel nostro triste Paese) intitolata “Excursus”, l’antologica di Pietro.
Domenica, pochi minuti prima della sua chiusura, ho avuto l’occasione di visitarla con mio figlio Alex, 6 anni, a cui Pietro ha spiegato la Storia dentro e le storie dietro le sue fotografie. E’ stata una di quelle esperienze uniche e che – anche per via del dislivello “verticale” tra i due protagonisti – ho deciso di girare per il mio canale instagram, comunque ve la ripropongo anche sul mio canale Vimeo. Comunque la pensiate credo sia   vera “informazione di servizio”, la realtà del mondo quella che puzza di carne bruciata, cordite, sangue rappreso e feci raccontato con la delicatezza di un padre (Pietro è papa’ di Nina, tre anni) ad un bimbo, senza dover calcare la mano con aggettivi e dettagli che spesso servono sono a spettacolarizzare l’informazione ma non a raccontare di più.
Clicca qui per vedere tutti i video (al di fuori da InstagramTv), quindi senza necessità di log in su Instagram.

Manca meno di una settimana a Mojo Italia. Ecco cosa dovete sapere

Ottocento venti opere in concorso da 82 Paesi del mondo, più di mille posti occupati nei seminari (su circa mille e duecento disponibili), diversi workshop già “sold out” e con lunghe liste d’attesa.
Manca meno di una settimana a Mojo Italia e questi sono i primi numeri sulla manifestazione. A guardarli così verrebbe voglia di parlare di successo della più grande operazione di divulgazione e aggiornamento professionale, gratuita, che si ricordi in anni. Ma è troppo presto per fare affermazioni del genere: siamo una piccola squadra di volontari, la nostra è una manifestazione “povera” (non di contenuti ma di soldi), la stiamo realizzando con un budget ridicolo, senza soldi pubblici e con il solo sostegno di sponsor (per lo più internazionali). Dopo mesi di duro lavoro, la sfida comincia ora per far funzionare al meglio la macchina.
L’invito ai partecipanti è: “dacci una mano a superare eventuali inconvenienti e abbia pazienza se non tutto funziona alla perfezione. Sappi che ce la stiamo mettendo tutta”.

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Le storie degli altri

Chi fugge da un luogo pericoloso, dalla guerra, dalla pulizia etnica, da una faida tribale, dalla persecuzione etnico-religiosa, crea una distanza fisica dal suo passato ma è destinato a portasi dietro la propria storia, per sempre, anche se riuscirà “altrove” a ricostruire per sé un’apparente dimensione di vita.
La diffidenza, l’ignoranza e le generalizzazioni (di ogni segno, comprese quelle sull’accoglienza “esibita”) ci impediscono di capire le storie di chi fugge e di comprendere come il suo passato, troppo spesso, sia destinato a tornare nel presente perchè chi se ne è allontanato, l’ha potuto fare solo in termini di coordinate geografiche.
Si tratti di un parente ammalato, di un amico in pericolo, di un’estorsione, di un ricatto o della richiesta di un favore a cui non puoi opporti, il passato ritorna sempre o quasi, è statistico ; sempre o quasi attraverso quei cari che ti sei lasciato alle spalle e che ti hanno aiutato a fuggire.
Presentato oggi alla stampa alla Casa del Cinema (dal 20/9 nelle sale), il film di Costanza Quatriglio “Sembra mio figlio” ha il merito di aprire un varco nella barriera “invisibile” che separa noi dalle storie di rifugiati e migranti. Ha il merito di mostrarci uno spaccato che è specifico, dettagliato, individuale: una storia vera, di certo verosimile ma non per questo “universalizzabile”, categoria che , in un modo o nell’altro, finisce sempre per sminuire il dramma del singolo.
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Una giornata da dimenticare

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Diciassette anni fa il mondo stava per cambiare e come è spesso accaduto durante la storia, quel cambiamento partiva dall’Afghanistan. Due giorni prima dell’attacco alle “torri gemelle”, veniva ucciso Ahmad Shah Massoud, signore della guerra (meno famigerato degli altri ma non meno feroce), alleato dell’occidente seppur “abbandonato”, soldato straordinario e temuto rivale di Al Qaeda e dei talebani: una mossa preventiva in vista della reazione post-11 settembre degli Stati Uniti.
Come ogni anno, domenica, a Kabul è stata celebrata la sua memoria. Sarà per il fascino della sua complessa figura, sarà per l’investimento anche americano sulla “creazione” di eroi per il nuovo stato afghano, sarà perché rappresenta la vittoria dei tagiki sull’etnia storicamente dominate, quella dei pasthun.

Purtroppo alle celebrazioni ufficiale se ne sono aggiunte altre, di ben diverso tenore. Un corteo di auto – alcune delle quali all’apparenza delle forze speciali dell’esercito o comunque delle forze di sicurezza – ha attraversato per ore la città, a bordo ragazzi armati che hanno sparato in aria senza sosta. Non sempre in aria, visto che alla fine si sono contati decine di feriti. La protesta è montata sui social, perché la città era come sotto assedio con negozi sbarrati e gente chiusa in casa mentre le forze di sicurezza non muovevano un dito per fermare questo corteo di “bravi”.
Nel caos è scattato anche un doppio attentato suicida: un primo kamikaze è stato ucciso dalle forze di sicurezza, un altro si è fatto esplodere facendo sette vittime. Un fatto passato inosservato, collaterale vista l’indignazione per il far west in corso.

Perchè è così grave questo episodio? Perchè dimostra che il governo non è in grado di intervenire nemmeno su un problema minore di ordine pubblico (alla fine della giornata di caos circa 200 persone sono state finalmente arrestate ma poi rilasciate, secondo ToloTv, su pressione di persone influenti). Perchè è una macabra anticipazione di quello che potrebbe accadere in Afghanistan, una nuova guerra civile. Perchè dimostra la determinazione di alcuni gruppi, interni all’assetto di potere, di esasperare la tensioni tra gruppi etnici, un gioco pericolosissimo che può finire facilmente fuori controllo. Che fossero sostenitori di Massoud o provocatori, conta poco.
Se a ciò associamo che poco ore dopo quella pericolosa sceneggiata, in quattro province del nord (Sar-e-Pul, Kunduz, Jawzjan and Samangan) è cominciata un’offensiva talebana che ha fatto decine di caduti tra le truppe governative…beh, il cerchio si chiude.