Da Roma a Kabul


Oggi al liceo Mamiani di Roma, la FNSI e l’associazione Articolo 21 hanno celebrato la giornata mondiale per la libertà di stampa. Sono stato invitato a parlare della situazione dei giornalisti afghani, la giornata è stata dedicata ai 10 colleghi uccisi nel Paese il 30 aprile, ma ha affrontato le minacce all’informazione dalla Turchia all’Italia.

La giornata della libertà di stampa a Roma from Nico Piro on Vimeo.

 

La libertà di stampa in Afghanistan from Nico Piro on Vimeo.

Per riascoltare tutti gli interventi clicca qui (da Radio Radicale)

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Quando la speranza è persa

Shah Marai era il capo del fotografico di AFP a Kabul, ieri è stato ucciso assieme ad altri otto colleghi nell’attentato contro i giornalisti compiuto dall’ISIS. Gli altri colleghi sono: Yar Mohammad Tukhi, cameraman di Tolo Tv, Ghazi Rasooli e Nowruz Ali Rajabi di 1TV, Salim Talash e Ali Salimi, reporter e cameraman di Mashal TV, la giornalista Mahram Durani assieme a Abdullah Hananzai e Sabawoon Kaka di Azadi Radio (Radio Free Europe/Radio Liberty).

Nella stessa giornata (la peggiore per l’informazione afghana dal 2001) è stato ucciso nella provincia di Khowst anche Ahmad Shah, reporter della Bbc.

Qui traduco “When Hope is Gone” uno scritto di Shah Marai per il blog di AFP nel 2016 https://correspondent.afp.com/when-hope-gone
Parleremo della crisi afghana (crisi dimenticata) il 2 maggio alle ore 10 al liceo Mamiani di Roma, in un’iniziativa della Federazione Nazionale della Stampa per la giornata mondiale delle libertà d’informazione.
Di seguito il testo di “Quando la speranza è persa” (è una traduzione veloce, fatta per far circolare il testo rapidamente quindi scusatemi in anticipo per le imprecisioni dovute alla fretta)

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La guerra è finita. Non andate in pace

Il conflitto in Afghanistan è finito a dicembre 2014 quando è stato completato il ritiro del grosso delle truppe dell’ISAF nel Paese. L’obiettivo della politica occidentale era dimenticare Kabul per non fare i conti con il proprio elettorato e assumersi la responsabilità di errori grossolani che hanno imbarcato i Paesi della Nato in un conflitto più lungo della Seconda Guerra Mondiale, costato a noi le vite dei nostri soldati e miliardi di euro (cinque e mezzo solo all’Italia) tolti ai bilanci pubblici già piegati dalla crisi economica e dove si cercava di risparmiare su scuole e ospedali. Un conflitto costato all’Afghanistan danni incalcolabili.
La guerra è finita nel dicembre 2014, tanto che alla fine del 2016 l’Europa ha dichiarato l’Afghanistan “Paese sicuro”, una formula che serve ad rendere sempre più difficile la concessione dello status di rifugiato ai profughi afghani e ad autorizzare i rimpatri forzati.
La guerra è finita nonostante le vittime civili continuino a crescere senza sosta e oltre ogni record precedente, nonostante Kabul sia bersagliata da continui e sistematici attacchi kamikaze, nonostante le prossime elezioni parlamentari siano già bersaglio di bombe e di polemiche sui brogli. La guerra è finita anche perché i media occidentali hanno chiuso gli occhi: un po’ per assecondare il potere che preferisce si lodi il conflitto contro il terrorismo (come quella contro l’Isis) ma preferisce si dimentichino gli effetti devastanti che la stessa guerra al terrore può lasciarsi dietro; un po’ per la crisi economica che sta colpendo il giornalismo; un po’ per la crisi di idee che sta soffocando redazioni sempre più ridotte al lumicino da tagli e pre-prensionamenti.
La guerra è finita nonostante oggi un kamikaze si sia fatto esplodere nella capitale facendo una quindicina di morti, quando sulla scena sono arrivati i reporter afghani (quelli che rischiano la vita ogni giorno per raccontare l’Afghanistan al mondo) un altro kamikaze, intrufolatosi tra di loro, ha tirato l’innesco del suo giubbotto esplosivo. Ha spento così le voci di nove giornalisti afghani, coraggiosi e valenti professionalmente. Ha tolto, almeno in parte, al dramma afghano la possibilità di essere compreso dal resto del mondo. La tecnica (del doppio kamikaze) è quella che abbiamo visto per anni in Iraq e che l’ISIS ora ha portato in Afghanistan, un altro passo verso il fondo del baratro dell’orrore dopo l’attentato dei mesi scorsi contro la sede di “Save The Children” a Jalalabad. Nelle stesse ore un altro kamikaze alla guida di un’auto bomba – probabilmente legato ai talebani – si è fatto esplodere contro un convoglio militare a Kandahar, uccidendo – tra gli altri – undici bambini che studiavano in una vicina madrassa.

Io non voglio arrendermi alla favola che la guerra è finita, da anni nel mio piccolo provo a tenere la fiamma di una candela accesa, per illuminare l’Afghanistan. Nelle prossime settimane lancerò un progetto su questo tema, se vi interessa restare aggiornati (lo spero molto) per potervi partecipare, iscrivetevi alla mia mailing list cliccando qui.

In finale al premio Luchetta

Buone notizie! Con un mio lavoro sulla crisi dei Rohingya, sono in finale al premio dedicato alla memoria dei colleghi Marco Luchetta, Alessandro Ota e Dario D’Angelo, morti a Mostar mentre facevano il loro lavoro, e di Miran Hrovatin, assassinato a Mogadiscio assieme alla collega Ilaria Alpi.
È la seconda volta in tre anni.
Sono soddisfazioni che ti ripagano delle difficoltà del fare il giornalista in Italia senza sponsor, amici e parenti.
Grazie all’organizzazione del Premio, una realtà seria dove la qualità del giornalismo e non le passerelle restano in primo piano anche in questi anni difficili per l’informazione. Grazie Trieste!

Storie che attendono di esser raccontate

Nei giorni scorsi, con Enrico Farro dell’Associazione Italiana Filmaker, ho tenuto un breve seminario sul mobile journalism al 40mo convegno nazionale della Caritas, ad Abano Terme.
Le prospettive per il mojo sono entusiasmanti quando si tratta di sociale, insomma di dare voce a chi non ha voce perché è uno strumento leggero, semplice da usare e dotato di immediatezza nella distribuzione dei contenuti.
Se questa è una bella sensazione per chi divulga il mojo, resta però un rammarico: Continua a leggere “Storie che attendono di esser raccontate”

Quel bar di Damasco

Con un pugno di missili contro le odiose – in questo caso ancora presunte – armi chimiche, l’Occidente prova a riguadagnare quello spessore morale perso in anni di “attiva indifferenza” verso il conflitto siriano. Lo fa, tutto sommato, senza rischiare troppo e con un ottimo rapporto tra investimento e ricaduta mediatica. I tre capi di governo coinvolti, gonfiando i muscoli dei propri militari, appaiono (temporaneamente) più forti di quello che sono a casa loro.

Hanno messo un cerotto sui tanti problemi che li assediano nel rapporto con i rispettivi elettorati.

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Falsificare la guerra

Non è vero che si prepara una guerra in Siria, lì la guerra va avanti da otto anni (noi ce ne siamo accorti quando sono arrivati in Europa centinaia di migliaia di profughi – molti meno comunque che in Libano, Turchia e Giordania). Semplicemente (nel senso di “senza pensarci poi troppo”) gli Stati Uniti si preparano a farsi sentire militarmente perchè è ora di limitare il ruolo russo nella crisi (al riguardo, i loro missili serviranno comunque a poco).

Premesso che io, da sempre, sono convinto che una guerra è l’unico modo che ha Trump di alleggerire la pressione interna che lo spinge verso l’impeachment, aggiunto che il conflitto siriano è di una complessità unica con ripercussioni nell’area forse più strategica del mondo e che il trattamento occidentale subito dai curdi è una vergogna, non vi voglio tediare con analisi geopolitiche.

Sommessamente faccio un invito: quando sentite parlare di guerre, missili, bombe, intervento, cancellate dalla vostra mente le facce di Trump, Assad, Putin e compagnia bella (i giornali italiani aggiungono, oggi, a questa galleria di volti “siriani” anche Di Maio e Salvini) al loro posto metteteci città ridotte in macerie, corpi fatti a pezzi, arti che spuntano dalle rovine, fumi tossici, chiazze di sangue, fango misto a merda, l’acqua che non esce dai rubinetti e la fila per il pane, gente in fuga con la propria vita in un paio di buste o uno zaino. La guerra è questo, non un comodo e protetto ufficio, con il frigo bar, dove il potente di turno preme un bottone. A proposito, quasi mai lo preme, quel bottone, per colpire un cattivo anche se vi dirà che l’ha fatto proprio per questo.