Che cos’è la guerra?

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KABUL – Se volete rispondere davvero a questa domanda – che cos’è la guerra – questa volta potete farlo senza grosse difficoltà, senza dovervi sorbire gli esperti di turno o leggere qualche impegnativo saggio. Guardare questi tre bambini, sono tra le dozzine di feriti arrivati oggi all’ospedale di Emergency a Kabul. Li ho seguiti da quando sono entrati attraverso il “main gate”, l’ingresso dove arrivano taxi carichi di feriti, ambulanze e dove si accalcano i parenti, feriti, una folla a volte persino feroce; l’ingresso dove stamattina un agente dell’NDS (i servizi afghani) mi ha chiesto di togliermi da lì perché aspettavano che l’attacco di un kamikaze un giornalista che faceva riprese avrebbe “incentivato” l’azione, alzano il valore del target colpito. Continua a leggere “Che cos’è la guerra?”

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Attacco a Shamshad

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Passando davanti allo stadio “olimpico” di Kabul, mi è sempre piaciuta Shamshad, l’unica tv al mondo al cui esterno sono esposti elicotteri e aerei, residuati bellici della guerra ai sovietici.
Shamashad è una tv molto popolare nelle aree pasthun, in particolare nelle aree dell’est al confine del Pakistan. Una tv che da fastidio e che oggi è stata colpita con la tecnica dell’attacco multiplo: un commando che si fa largo con un’esplosione e poi si barrica all’interno per fare vittime fino all’ultima cartuccia. La firma è quella dell’ISIS ma francamente poco importa perchè le vittime sono sempre le stesse, vittime innocenti. Che sia l’ISIS, i Talebani, il clan Haqqani a colpire ormai resta incontrovertibile il dato che Kabul è il luogo più vulnerabile (e di conseguenza pericoloso) dell’Afghanistan.
“Questo è un attacco alla libertà di stampa ma non possono fermarci” ha detto Abid Ehsas, direttore di Shamshad Tv che è tornata in onda dopo poche ore dall’attacco, la foto diffusa su twitter (da ) di uno dei conduttori con la mano fasciata in onda a parlare dell’attentato dice molto sulla forza del popolo afghano, prigioniero di una guerra quarantennale.
Il fallimento della “ricostruzione” pagata dai noi contribuenti occidentali e la “missione incompiuta”, una guerra più lunga del secondo conflitto mondiale, si solo lasciati dietro poche cose buone: una di queste è un sistema dell’informazione, forte, libero, vibrante dove centinaia di colleghi ogni giorno ridono in faccia alla morte per fare il loro lavoro.
Le vittime di oggi a Shamshad (che già in passato aveva perso un suo giornalista, ucciso nella zona del passo Kyber) non sono le prime nè saranno le ultime per l’informazione afgana.
Sono vittime dimenticate esattamente come dimenticato è il conflitto in corso, l’oblio sulla “lunga guerra” ha tante cause, di certo impedisce di riflettere sugli errori dell’intervento militare costato all’occidente cifre astronomiche e sui rischi, in genere, di interventi in situazioni complesse e spesso, ai nostri occhi, oscure e indecifrabili. Eppure nel campionato delle notizie, con i tornei di serie A e di serie B, il fatto che la crisi afghana resti tra quelle “dimenticate” fa particolarmente rabbia, fosse solo perché dimostra la nostra disattenzione non solo verso i morti degli “altri”, verso il dolore purché lontano, verso i drammi del mondo ma anche verso quegli italiani mandati a combattere e caduti in Afghanistan.

Dieci candeline per una guerra

Se qualcuno vi dice “11 settembre”, voi a cosa pensate? Ci scommetto: alle immagini degli aerei che finiscono nelle torri gemelle. Troppo facile indovinare, del resto parliamo della tragedia più mediatizzata di sempre, una pagina di storia vissuta in diretta.

A questa domanda credo però sia giusto dare una risposta diversa: Afghanistan.
E non per “mania” monotematica ma perchè lo dicono i fatti. L’11 settembre è cominciato due giorni prima, in una delle più remote province afghane, quella di Takar, quando (il calendario segnava il 9 settembre) due uomini (presumibilmente) di Al Qaeda fecero saltare un ordigno nascosto in una telecamera e uccisero il comandate Massoud ovvero il loro avversario più pericoloso.
Si stavano preparando alla guerra perchè era chiaro che gli Stati Uniti non sarebbero rimasti a guardare dopo quelle che Al Qaida voleva fossero tragedie a New York e Washington.
Anni dopo, con Karzai sulla poltrona presidenziale, avremmo capito quanto letale fosse stata quella mossa per la stabilità futura del Paese.

La guerra puntualmente arrivò il 7 ottobre del 2001. Venne bombardato un Paese dove quasi nessuno sapeva cosa fossero e nemmeno dove fossero le torri gemelli.
I talebani vennero fatti a pezzi da missili e bombe a guida laser. I sopravvissuti finirono a soffocare nei container del signore della guerra Dostum, un altro criminale con il quale l’occidente stava facendo patti. Lo stesso occidente che, ritiratisi i russi, si era felicemente dimenticato dell’Afghanistan e della sua guerra civile (ben peggiore dell’occupazione sovietica) salvo provare a farci passare in mezzo un oleodotto con marchio di fabbrica americano.

Una guerra facile, le “cassandre”  che ricordavano come quel Paese fosse noto come la “tomba degli imperi” vennero subito messe a tacere: una manciata di giorni, per arrivare in una capitale che puzzava perennemente di macerie e di rifiuti.
Ci volle un’altra guerra, basata sulle bugie delle armi di distruzione di massa, quella in Iraq, per dare l’occasione ai capi talebani rifugiatisi in Pakistan di riorganizzarsi.

Del resto a quel punto c’erano meno militari americani in Afghanistan che poliziotti a New York. La spirale della guerra cominciò ad avvitarsi, poche truppe sul terreno, molte bombe dal cielo ovvero vittime civili quindi l’odio della popolazione. Se nel frullatore afghano, metti le mancate promesse della ricostruzione ed un governo corrotto che fa rimpiangere il passato, ecco che ne viene fuori un gran pantano dal quale l’occidente a tutt’oggi non riesci a tirarsi fuori.

L’Afghanistan, lo sperduto Afghanistan, anche in questo nuovo secolo, è tornato ad essere il crovevia del mondo. Lo era stato quando si scontravano l’impero russo e quello britannico, quando si scontravano l’impero americano e quello sovietico o quando un macedone costruiva un nuovo ordine mondiale. Lo è ora che l’America ha perso il nemico di un tempo e si è trovato a combattere alla periferia di un pianeta, riscoperto circolare.

In dieci anni (ma le statistiche delle Nazioni Unite sono disponibili solo dal 2007) sono morti diecimila civili afghani e oltre duemilasettecento militari stranieri (41 erano italiani). Prima dell’aumento delle truppe voluto da Obama, la missione (solo quella americana) è costata 100 milioni di dollari al giorno. Oggi molto di più, contribuendo al tracollo del debito pubblico di Washington.
E Bin Laden? L’uomo per cui era cominciata questa guerra? L’uomo che avrebbero potuto prendere a Tora Bora se solo ci fossero stati più militari americani (70) che giornalisti (100)?
L’hanno ammazzato in Pakistan e per giunta lontano dal confine, a maggio di quest’anno. Ma sembra contare poco, la guerra continua e continuerà. Del resto era chiaro a tutti che Al Qaida c’entrava poco o nulla nella destabilizzazione dell’Afghanistan negli ultimi anni.

Ormai qualsiasi cosa faccia l’occidente è chiaro che nel 2014 l’Afghanistan verrà lasciato al suo destino ed è molto poco probabile che non ce la potrò fare viste le forze negative messe in moto in questi anni di guerra, morte, oppio, fiumi di denaro legale ed illegale.

L’Afghanistan deve essere dimenticato come le speranze sollevate in quel Paese dopo il 2001, dove sui tappeti si intessevano immagini di bombardieri americani che  spazzavano via gli aguzzini del mullah Omar. Dimenticare, sembra essere questa l’unica via di uscita per l’occidente da una guerra che potrebbe durare altri dieci anni o forse più. Dimenticare, sembra questo l’ordine di scuderia del potere politico in occidente.
Dimenticare; anche per questo nel decimo anniversario dell’11 settembre penserete solo alle tremila povere vittime degli attacchi barbari al Pentagono, al volo United 93 e alle torri gemelle.
Dieci anni dopo, la guerra continua come il conto dei morti ammazzati in Afghanistan.

Perchè rischiare vittime civili?

Le salme dei quattro alpini della Julia uccisi a Farah sono arrivate a Ciampino; piove senza sosta a Roma quasi a voler rendere l’atmosfera ancora più cupa. Domani le esequie dei caduti italiani nel lontano Gulistan, ai quali – sono sicuro – va il pensiero di tutti gli italiani, è una magra consolazione per le famiglie ma fa bene saperlo in giorni di retorica più o meno interessata. Eppure il grosso dell’attenzione mediatica è sulle bombe da mettere sui nostri caccia in Afghanistan. Il ministro La Russa è un ministro molto attento alle richieste dei militari, come lo era il suo predecessore Parisi ma con una Rifondazione in meno. Non è una cosa di per sè sbagliata, è come un ministro all’Educazione che tiene a cuore ed ascolta le richieste di professori ed alunni. Durante la conferenza stampa convocata poco dopo la diffusione della notizia della strage del Gulistan, sabato, il ministro La Russa ha parlato anche del tema delle bombe sugli aerei italiani. Non so se l’ha fatto sull’onda dell’emozione o perchè, da navigato politico, pensava che quella sarebbe potuta essere l’occasione giusta per rilanciare un dibattito (da mesi “intestino” alle forze armate) in un momento di grande emotività per l’opinione pubblica.

Sono necessarie le bombe? La risposta probabilmente è sì, sono necessarie. In Afghanistan senza copertura aerea è praticamente impossibile per i militari occidentali tirarsi fuori dai guai, vincere alcune battaglie o almeno “pareggiarle”. Sin’ora i militari italiani sono stati “coperti” nelle operazioni di CAS (close air support) dagli elicotteri d’attacco italiani Mangusta, che però hanno dei limiti (per esempio la velocità d’impiego, quella per arrivare da un punto all’altro) e dai caccia americani. Gli americani però sono sempre più impegnati nell’Helmand e a Kandahar per poter rispondere a tutte le richieste d’intervento e quindi a volte sono “unavailable”. L’Italia ha due predator, aerei senza pilota, disarmati e diversi caccia AMX che hanno sostituito i Tornado, utilizzati prevalentemente in ricognizione ma per i quali è stato poi autorizzato l’utilizzo del cannoncino di bordo. Un’autorizzazione, a quanto pare, simbolica visto che notizie sul suo utilizzo non ne sono mai arrivate, del resto sparare con una mitragliatrice in picchiata da duemila metri è roba da mandrake.

Armare i caccia è una mossa opportuna? La risposta è probabilmente no. La missione italiana sin’ora – per quanto è dato sapere dalle comunicazioni ufficiali, in zona mancano fonti indipendenti – ha fatto registrare una sola vittima civile, la bambina letteralmente decapitata da un colpo di mitragliatrice calibro 50 sulla strada verso l’aeroporto di Herat, nel maggio 2009. Si trattò all’epoca di uno dei tristemente classici (in Afghanistan) incidenti di “escalation of force”: la macchina corre, viene avvertita dall’equipaggio del veicolo militare, non si ferma, i miltari pensano sia un kamikaze…e poi, poi…
Iniziare a bombardare per gli italiani significa correre il serio rischio di entrare nel “settore” delle vittime civili, dal quale sin’ora ci siamo tenuti per fortuna fuori. In Afghanistan, il grosso delle vittime civili uccise dalla coalizione, viene uccisa in bombardamenti aerei, non a caso la prima direttiva di McChrystal riguardava proprio una restrizione all’utilizzo di supporto aereo. Il suo precedessore McKiernan era “saltato” dopo la strage nella provincia di Farah, area a controllo italiano, dove i commando afghani e gli statunitensi avevano ammazzato “per sbaglio” oltre cento innocenti scambiati per talebani. Una brutta storia che il New Times svelò, dopo i tentativi di copertura militare.
Tra l’altro iniziare a bombardare significa farlo non solo per le proprie truppe, di cui magari puoi conoscere lo scrupolo nella richiesta di Cas, ma anche per tutte le altre. E’ giusto correre un rischio del genere? Ne vale la pena? Probabilmente no. Se ne parlerà in Parlamento – leggo – spero se ne parli con cognizione di causa, cosa che sin’ora è raramente avvenuta, preferendo le posizioni ideologiche alla competenza.

Le parole. Torniamo a parlare di “parole”, sulla scia del post di ieri. Ogni volta che c’è stato un caduto nei tempi recenti, il ministro La Russa ha tirato in ballo anche tecnicismi militari. Dopo la morte del parà Alessandro di Lisio, mitragliere di un Lince saltato in aria proprio a Farah, il ministro aveva parlato di torrette blindate per proteggere il mitragliere. E’ una storia esemplare per capire di cosa stiamo parlando: una decina di Lince con torretta modificata (ovvero automatizzata quindi senza mitragliere “esposto” all’esterno) sono arrivati in Afghanistan e – per quanto se ne sa – non sono stati quasi mai usati perchè troppo pesanti, a rischio di “ribaltamento” e soprattutto perchè quello che l’ “uomo in ralla” riesce a vedere non è quello che si “vede” attraverso una telecamera.  Si è poi discusso dei nuovi mezzi Freccia, per poi scoprire l’acqua calda ovvero che non possono sostituire i Lince, proprio come un fuoristrada non può sostituire un pulmino. Ora invece stiamo parliamo di armare i caccia. Non metto in dubbio che lo spirito di fondo sia quello di dare più pezzi e più protezione ai nostri soldati, il punto è che tutti questi tecnicismi allontano il cuore del problema: quella afghana è una guerra e come tale ha dei rischi altissimi, ad ogni blindatura più resistente si risponde con un esplosivo più potente. L’Italia è pronta a correre i rischi di questa guerra? Ad accettarla per quello che è? Oppure di volta in volta, di caduto in caduto, si continuerà a cercare di parlare d’altro, di dettagli magari mediaticamente intriganti ma pur sempre dettagli?

Afghanistan, ultima corsa

Domani si vota, i media di tutto il mondo sono in giro per l’Afghanistan o meglio in buona parte a Kabul e nel resto del paese al seguito dei militari occidentali, per lo più americani. L’atmosfera afghana è sempre più da “ultimo giro, ultima corsa”. Sarà il grigio che ci è calato addosso oggi dalle vette dell’Hindo Kush, sarà il fatto che le elezioni sono un momento catalizzatore. E’ l’ultima occasione per il governo Karzai di dimostrare che può rispettare la fiducia dei suoi cittadini, di chi magari rischia la vita per imbucare una scheda e non vuole vedersi scippare il voto da un broglio di terz’ordine come accaduto l’anno scorso alle presidenziali. Petraeus, fa sapere oggi il New York Times, vede segnali di miglioramento e sta rafforzando il suo rapporto col Presidente Obama. Ieri sera ho incontrato il capo della missione Onu in Afghanistan, l’italo-svedese Staffan De Mistura, che sembra aver ripreso in mano le redini di una presenza delle Nazioni Unite un po’ appannata. Mi è sembrato ottimista e fiducioso anche su alcuni punti critici, come per esempio la commissione per i reclami elettorali ridotta da Karzai a “cosa sua”. Dà l’impressione di aver riallacciato un canale di rapporti con gli afghani che è l’unico modo per ottenere delle garanzie in un Paese dove niente è mai come sembra anche quando lo metti nero su bianco.  Ho incontrato anche molti candidati che sembrano aver scoperto, grazie alla stampa digitale, la forza dei manifesti col “faccione”, che ormai tappezzano Kabul.

Vedo entusiasmo ma anche i soliti noti che non vogliono mollare e qualcuno magari manovrato da chi (Karzai, in primis, ed Abdullah dall’esterno) dovrà fare i conti con la nuova maggioranza parlamentare. Molti si sono buttati, fiutando il business della politica e finiranno con l’alimentare il fiume di migliaia di reclami post-elettorali. De Mistura ha abbassato la barra delle aspettative, si accontenta di una giornata del voto con un affluenza intorno ai 4 milioni, con pochi brogli (o almeno brogli su piccola scala) e un numero contenuto di incidenti. Anche oggi Karzai che ha incontrato un ristretto numero di testate internazionali nel suo blindatissimo palazzo (grazie presidente per l’attesa all’esterno!), ha detto che si aspetta irregolarità ma ha invitato il popolo a votare senza considerare il peso del potere o dei soldi dei candidati (compresi quelli arricchiti dai contratti della missione internazionale – la sua ormai immancabile frecciata antioccidentale del giorno).

I morti ammazzati di questa campagna (tra candidati e loro collaboratori) sono già 19, una decina i rapiti per quanto si è saputo nelle ultime ore. Domani sarà la giornata peggiore per l’Afghanistan nel suo peggiore anno dalla caduta dei talebani, ce lo dice la statistica non la sibilla cumana. Incidenti sono attesi in tutto il Paese, centinaia di seggi non apriranno perchè è impossibile proteggere gli elettori e le schede lasciate in bianco dagli assenti, finite l’altra volta votate dai funzionari governativi. I soldati dell’Isaf uccisi nel 2010, con le ultime vittime di questi giorni, sono 507, nel drammatico 2009 erano stati 521. Degli elettori che resteranno barricati in casa nell’est e nel sud sapremo poco, impossibile avventurarsi in quelle aree per i giornalisti, grazie ai talebani. Chissà se un giorno potremo andare a Kunar o nell’Helmand senza essere presi per spie, a raccontare le sofferenze di questo popolo che sta morendo dissanguato da trent’anni, una goccia al giorno

Aumentano le vittime civili

Il paragone, condotto dall’Onu, riguarda i primi sei mesi del 2010 e lo stesso periodo dell’anno precedente, il risultato è scoraggiante ma – purtroppo – non è una sorpresa. Le vittime civili sono aumentate del 31%, del 55% se si considerano i bambini uccisi e feriti. “Donne e bambini stanno pagando il prezzo più alto” ha detto il capo della missione Onu in Afghanistan (vedi qui la trascrizione della conferenza stampa di Staffan De Mistura). In totale le vittime civili sono state 1271 (3,268 considerando anche i feriti) e la maggior parte di loro si devono ai talebani (76% contro il 58% dell’anno precedente). 386 vittime sono da attribuire alle “forze filo-governative” (cioè truppe straniere, esercito e polizia locali), un dato che riflette il calo del 64% nelle vittime da attacchi aerei – un risultato che va attribuito alla dottrina del defenestrato McChrystal. La maggior parte delle vittime è dovuta all’incremento nell’uso delle IED e anche agli omicidi mirati, aumentati del 95% – un’arma decisiva per diffondere il terrore nelle comunità locali e bloccare la cooperazione con gli “infedeli”. I dati sono diversi da quelli forniti domenica dalla “AFGHAN INDEPENDENT HUMAN RIGHTS COMMISSION” che aveva parlato di 1325 vittime (quindi “solo” +6%), ma mantenendo bene o male invariate le proporzioni (68% di queste attribuite ai talebani). Qui la sintesi della BBC.

In generale, questi dati possono essere letti come il sintomo dell’aumento di scala del conflitto, un assioma del tipo più truppe sul terreno, più combattimenti, più vittime. Oggi Karzai ha anche annunciato una data limite (ancora non comunicata) per la chiusura di tutte le società private di sicurezza (i security contractors) che impiegano circa 40mila persone e incassano milioni e milioni per servizi come garantire la sicurezza ad abitazioni e sedi (diplomatiche, aziendali e di ong) o la scorta a convogli logistici. Il governo Karzai ha già fallito, l’anno scorso, nel registrare queste compagnie che sono praticamente piccoli eserciti senza un controllo governativo (se straniere non sono sottoposte alla legge afghana) e senza regole. Il loro ruolo è però cruciale, Karzai pensa (spera) che i loro compiti possano essere assunti da polizia ed esercito.

La banalità della morte, in guerra

Come ho scritto più volte, la uso perchè è necessaria per farsi capire in un servizio magari di un minuto e quindici o in un pezzo di venti righe. Eppure odio la definizione “vittime civili”. Il fatto che un innocente, disarmato, che nulla ha a che fare con le parti in combattimento venga ucciso (magari si tratta anche di un bambino o di una donna, di un anziano non in età combattente) per è un segno di grande inciviltà, l’esatto opposto di quello che questa definizione “tutta-pulita” ci suggerisce. Al riguardo, oggi rilancio un video pubblicato poche ore fa da WikiLeaks un sito che si mette a disposizione di chi voglia diffondere “indiscrezioni” e “verità” su episodi politico-militari e similari, senza esporsi personalmente.

Nel video, registrato da uno degli Apache in servizio nel cielo di Baghdad nel 2007, si vede l’attacco ad un gruppo di civili – tra loro due stringer della Reuters, stimatissimi colleghi, le cui macchine fotografiche e telecamere (sempre lo stesso film no?) vengono scambiate per armi – è la scusa per avviare l’attacco.
Penso sia difficile immaginare persino i buchi che il cannoncino di bordo dell’Apache ha lasciato su quei corpi. Quando il convoglio di terra con bradley e humvee arriva sul posto troverà anche due bambini, feriti ma ancora in vita. Il contesto è quello di un colosso militare, quello americano, ormai sull’orlo di una crisi di nervi nel suo anno peggiore in Iraq, una guerra nel quale stava affondando dopo la scellerata invasione del 2003. Lo dico per dare il giusto contesto ad un video che altrimenti sembra venuto fuori da un videogioco. Dedicate 17 minuti a questa visione, ne vale la pena. E’ un grande esempio (reale) di quanto la morte in guerra possa essere “banale”, avvenire in un attimo, arrivare dall’alto senza nemmeno potersi chiedere “perchè proprio io?”.

CLICCA QUI PER IL VIDEO INTEGRALE


SINTESI: IL MIO SERVIZIO DAL TG3

Ps: sembra quasi di vedere la stessa scena (ma senza elicottero) nei pressi di Gardez, Afghanistan nel febbraio scorso (vedi post sotto)