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Le storie degli altri

Chi fugge da un luogo pericoloso, dalla guerra, dalla pulizia etnica, da una faida tribale, dalla persecuzione etnico-religiosa, crea una distanza fisica dal suo passato ma è destinato a portasi dietro la propria storia, per sempre, anche se riuscirà “altrove” a ricostruire per sé un’apparente dimensione di vita.
La diffidenza, l’ignoranza e le generalizzazioni (di ogni segno, comprese quelle sull’accoglienza “esibita”) ci impediscono di capire le storie di chi fugge e di comprendere come il suo passato, troppo spesso, sia destinato a tornare nel presente perchè chi se ne è allontanato, l’ha potuto fare solo in termini di coordinate geografiche.
Si tratti di un parente ammalato, di un amico in pericolo, di un’estorsione, di un ricatto o della richiesta di un favore a cui non puoi opporti, il passato ritorna sempre o quasi, è statistico ; sempre o quasi attraverso quei cari che ti sei lasciato alle spalle e che ti hanno aiutato a fuggire.
Presentato oggi alla stampa alla Casa del Cinema (dal 20/9 nelle sale), il film di Costanza Quatriglio “Sembra mio figlio” ha il merito di aprire un varco nella barriera “invisibile” che separa noi dalle storie di rifugiati e migranti. Ha il merito di mostrarci uno spaccato che è specifico, dettagliato, individuale: una storia vera, di certo verosimile ma non per questo “universalizzabile”, categoria che , in un modo o nell’altro, finisce sempre per sminuire il dramma del singolo.
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A Calais

I “calesiani arrabbiati” scendono in autostrada e bloccano migliaia di turisti britannici di rientro dalle vacanze alla fine dell’estate. Chiedono la demolizione della jungla: la baraccopoli, nella zona industriale della città, dove 10mila rifugiati vivono in condizioni drammatiche inseguendo il sogno di raggiungere clandestinamente la Gran Bretagna; sogno ormai impossibile tra recinzioni altissime e sorveglianza armata.
Ma tutti i calesiani sono arrabbiati? E soprattutto come si vive a Calais? Qual è il rapporto tra la realtà e l’immagine mediatica della città? Con in tasca il libro “A Calais” di Emmanuel Carrère («Quello che mi interessa è poter scrivere un reportage esattamente nello stesso modo in cui scriverei un libro»), ho provato a esplorare questi temi tornando sulla “costa d’opale”, un’altra di quelle piccole comunità in Europa come Idomeni, Lampedusa o Lesbos su cui grava tutto il peso della più grande crisi di rifugiati dalla seconda guerra mondiale.
Ne è nato un reportage (il mio terzo da/su Calais) per il montaggio di Guido Tombari e le immagini di Giuseppe De Angelis, che va in onda nello spazio di “Agenda del Mondo – Tg3”, sabato sera su RaiTre, alle 0.55, orario ideale per insonni e appassionati della materia (ma anche per chi vuole videoregistrare). Buona Visione!

Le spalle di Calais

I miei pezzi da Calais – Settembre 2016

Anche a fine estate, il cielo è sempre di piombo qui a Calais ma quando il sole riesce a farsi varco tra le nuvole, picchia come in ogni altra località di vacanze sul mare. Anche grazie alla luce dorata, Calais sembra ancora di più una città giardino, con le sue aiuole curatissime, draghi di fiori e arbusti che sembrano finti per quanto sono belli. Vorrei fare un esperimento: prendere un gruppo di persone e portarle qui, senza dirle che sono a Calais, nessuno immaginerebbe di trovarsi in una delle capitali della crisi rifugiati in Europa.
La giungla – squallida baraccopoli dove si vive in condizioni disumane – è come in una dimensione parallela, a chilometri di distanza, nella zona industriale, tra le dune gibbose di una vecchia discarica. Ma allora perché i calesiani sono “arrabbiati” come proclamavano lunedì mentre bloccavano l’autostrada ?
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Fango in finale

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Mi è appena arrivata una telefonata da Trieste, era il segretario dell’Usigrai – il sindacato dei giornalisti Rai – Vittorio di Trapani che mi diceva: complimenti! Io non capivo per cosa e lui pensava che io, al solito, fossi sarcastico o critico. In realtà lui mi stava dando una notizia in tempo reale dalla conferenza stampa del Premio Luchetta. Continua a leggere “Fango in finale”

Live from Calais

Live from Calais

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In diretta, sull’argine a tre metri d’altezza con Michele Cristofoletti (e Danilo Ceccarelli)

Ecco alcuni dei servizi/dirette realizzati in sinergia Rai per Tg3, Rai3 e RaiNews24, prima e durante le operazioni di sgombero della cosiddetta “giungla” di Calais, la baraccopoli dove – in condizioni drammatiche – vivono tra i quattro e i cinquemila rifugiati che sognano di arrivare in Gran Bretagna

Arresto in diretta nella giungla di Calais – Da Agorà dell’1/03/2016

 

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Sempre più minori in fuga dall’Afghanistan

Secondo le Nazioni Unite, tra il 2008 e il 2009, si è registrato un incremento nel numero dei minori afghani richiedenti asilo nei paesi occidentali pari al 60% in più, oltre 6000 contro i circa 3800 dell’anno precedente. Si tratta di dati assolutamente parziali, perchè molti di loro – arrivati illegalmente in Europa – ormai non chiedono nemmeno più asilo per non ritrovarsi schiacciati nel meccanismo dell’accordo di Dublino che obbliga a fare domanda nel primo paese d’arrivo, che quasi sempre è la Grecia (con bassissima propensione a riconoscere il diritto all’asilo) e non i paesi del Nord (che invece per motivi quantitativi e culturali sono più propensi a farlo). Per avere un’idea di quali storie si nascondano dietro le statistiche segnalo questo speciale dal sito della BBC e (scusate l’auto citazione) lo speciale “La Trappola” che ho girato nella “piccola Kabul” di Patrasso con Mario Rossi per il Tg3 nella primavera del 2009.


A proposito di immigrati (afghani)

Le decisioni del governo sui rimpatri forzati e più in generale l’attenzione mediatica sul flusso di migranti dall’Africa sub-sahariana via Libia fino alle coste italiane, hanno fatto passare in secondo piano un altro dramma quello dei richiedenti asilo che arrivano dall’Afghanistan, ieri il gesto disperato di uno di loro all’Altare della Patria a Roma.

Per avere un idea del loro dramma non basta pensare al paese dal quale vengono ma anche capire a quali sofferenze si sottopongono per arrivare in Europa, dove restano intrappolati nelle maglie dell’accordo Dublino II . Ecco il mio reportage “La Trappola” (girato in aprile con il collega del Tg3 Mario Rossi) da Patrasso, la loro porta d’accesso al resto del continente. Un tema che approfondirò in uno dei prossimi post. Intanto (la notizia l’ho trovato solo qui) domenica in Grecia i primi segnali di quello che potrebbe succedere a breve a Patrasso se il governo ellenico non dovesse cambiare le sue (inesistenti) politiche di accoglienza e concessione d’asilo.