Crimini di guerra in Afghanistan: quando il bullismo vince

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Fantasmi turchesi nel traffico di Kabul

Bullismo è una parola relativamente nuova nel nostro lessico, ci ha aiutato a inquadrare meglio un fenomeno vecchio come il mondo: quello dei prepotenti che se la prendono – in particolare con i più piccoli o meno muscolosi – per mostrare la propria forza, per ottenere qualcosa, per creare un clima di terrore nel quale vivere meglio e con più privilegi. A scuola di mio figlio, ho scoperto esiste anche un programma anti-bullismo per spiegare ai più piccoli che certi comportamenti, magari assunti senza rendersene conto, possono essere molto dannosi per gli altri, che certe leggerezze come fare un video buffo col telefonino e farlo girare per farsi due risate possono portare a conseguenze devastanti.
E’ in questo quadro contemporaneo – non ci sono scuse, ormai tutti sanno di cosa si tratta – che il bullismo è ancora più grave, lo è doppiamente se viene dai vertici della democrazia più importante del mondo. Gli Stati Uniti non riconoscono la Corte Penale Internazionale de l’Aia, per capirci quella che ha fatto giustizia dei massacratori della ex-Yugoslavia. Non la riconosce, sostanzialmente, perchè non vuole che i suoi soldati possano essere giudicati da autorità non patrie. Ed era quello che sarebbe potuto capitare – seppur in contumacia – se la CPI (acronimo in inglese ICC) avesse portato nella fase operativa quel fascicolo aperto nel 2017 (in realtà preliminarmente redatto sin dal 2006) e che riguarda i crimini di guerra commessi in Afghanistan, dai talebani, dalle forze governative ma anche dalla CIA e dai soldati americani (per esempio – si veda “Taxi to the darkside” per un rapido promemoria – le sparizioni, torture e arresti senza base giuridica nella mini-Guantanamo di Bagram).
Gli Stati Uniti hanno impedito che tutto ciò accadesse non solo facendo la voce grossa con la ICC (minacce persino di sanzioni internazionali) ma negando il visto d’ingresso al suo procuratore-capo, come si fa con un sospetto terrorista. Di fronte a questo muro la Corte ha deciso di non procedere: non sarebbe stato nell’interesse della giustizia – ha decretato il giudice per le indagini preliminari, in altre parole senza la collaborazione del governo afghano e di quello statunitense si sarebbe andati a scavare nell’acqua. Una decisione forse managerialmente corretta perché avrebbe significato impegnare risorse in un’inchiesta destinata a non avere  nessuno sul banco dell’accusa, sottraendole a processi con più possibilità di successo ma idealmente sbagliata. E’ una sconfitta per l’immagine della Corte che dovrebbe garantir giustizia mondiale ma si fa bullizzare da Washington, lo sottolinea anche Amnesty International (qui la nota) che denuncia come le vittime siano state abbandonate.
Come ricorda l’AAN, il gruppo di analisti internazionali che lavora a Kabul, la decisione è doppiamente shockante perché non solo ribadisce che in Afghanistan non può esserci giustizia, dall’altro perché nella fase preliminare circa 6000 persone e 26 villaggi avevano aderito all’iniziativa della Corte offrendo di collaborare e finendo, come di prassi, nella lista degli afghani “traditi” dall’Occidente.

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