La guerra è finita. Non andate in pace

Il conflitto in Afghanistan è finito a dicembre 2014 quando è stato completato il ritiro del grosso delle truppe dell’ISAF nel Paese. L’obiettivo della politica occidentale era dimenticare Kabul per non fare i conti con il proprio elettorato e assumersi la responsabilità di errori grossolani che hanno imbarcato i Paesi della Nato in un conflitto più lungo della Seconda Guerra Mondiale, costato a noi le vite dei nostri soldati e miliardi di euro (cinque e mezzo solo all’Italia) tolti ai bilanci pubblici già piegati dalla crisi economica e dove si cercava di risparmiare su scuole e ospedali. Un conflitto costato all’Afghanistan danni incalcolabili.
La guerra è finita nel dicembre 2014, tanto che alla fine del 2016 l’Europa ha dichiarato l’Afghanistan “Paese sicuro”, una formula che serve ad rendere sempre più difficile la concessione dello status di rifugiato ai profughi afghani e ad autorizzare i rimpatri forzati.
La guerra è finita nonostante le vittime civili continuino a crescere senza sosta e oltre ogni record precedente, nonostante Kabul sia bersagliata da continui e sistematici attacchi kamikaze, nonostante le prossime elezioni parlamentari siano già bersaglio di bombe e di polemiche sui brogli. La guerra è finita anche perché i media occidentali hanno chiuso gli occhi: un po’ per assecondare il potere che preferisce si lodi il conflitto contro il terrorismo (come quella contro l’Isis) ma preferisce si dimentichino gli effetti devastanti che la stessa guerra al terrore può lasciarsi dietro; un po’ per la crisi economica che sta colpendo il giornalismo; un po’ per la crisi di idee che sta soffocando redazioni sempre più ridotte al lumicino da tagli e pre-prensionamenti.
La guerra è finita nonostante oggi un kamikaze si sia fatto esplodere nella capitale facendo una quindicina di morti, quando sulla scena sono arrivati i reporter afghani (quelli che rischiano la vita ogni giorno per raccontare l’Afghanistan al mondo) un altro kamikaze, intrufolatosi tra di loro, ha tirato l’innesco del suo giubbotto esplosivo. Ha spento così le voci di nove giornalisti afghani, coraggiosi e valenti professionalmente. Ha tolto, almeno in parte, al dramma afghano la possibilità di essere compreso dal resto del mondo. La tecnica (del doppio kamikaze) è quella che abbiamo visto per anni in Iraq e che l’ISIS ora ha portato in Afghanistan, un altro passo verso il fondo del baratro dell’orrore dopo l’attentato dei mesi scorsi contro la sede di “Save The Children” a Jalalabad. Nelle stesse ore un altro kamikaze alla guida di un’auto bomba – probabilmente legato ai talebani – si è fatto esplodere contro un convoglio militare a Kandahar, uccidendo – tra gli altri – undici bambini che studiavano in una vicina madrassa.

Io non voglio arrendermi alla favola che la guerra è finita, da anni nel mio piccolo provo a tenere la fiamma di una candela accesa, per illuminare l’Afghanistan. Nelle prossime settimane lancerò un progetto su questo tema, se vi interessa restare aggiornati (lo spero molto) per potervi partecipare, iscrivetevi alla mia mailing list cliccando qui.

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