Effetto Mojo

DSC_1377.JPGNegli ultimi cinque giorni, da lunedì 23 a venerdì 27 ottobre, abbiamo affrontato due corsi, quello di Bologna (base) e quello di Roma (avanzato), sempre con lo stesso obiettivo tentare di diffondere tra i colleghi (di ogni ordine, grado e soprattutto “media”) gli strumenti di produzione che la rivoluzione degli smartphone ci mette a disposizione, possibile risposta alla crisi (economica) del giornalismo assediato dalla transizione digitale.
Questi corsi sono pensati come momenti di condivisione, il grosso flusso evidentemente va da noi che “insegniamo” (brutto termine ma non volevo ripetere la parola condividere) e chi partecipa. In realtà si tratta di momenti in cui, tutti imparano: noi per primi. Impariamo qualcosa in più sulle esigenze dei colleghi, distribuiti in campi e generi spesso lontani (dall’ufficio stampa di un comune di medie dimensioni ad un documentarista per testate di livello mondiale, passando per il cronista di un tg tra i più visti del Paese); impariamo qualcosa in più dagli strumenti che le richieste della platea spesso portano al limite.
Per esempio, lunedì a Bologna una collega era in difficoltà con una installazione. Uno di quei momenti dove la tentazione (errata) potrebbe esser quella di non approfondire e snobbare la cosa come un momento di “imbranataggine” personale (momenti di quelli capitano prima o poi a tutti noi). In realtà grazie a quel problema – sentendo anche la Filmic a Seattle – abbiamo capito che, silenziosamente e senza comunicazioni ufficiali, era stata ritirata dal PlayStore la app FilmicPlus ovvero la versione ridotta di FilmicPro.

La cosa più importante però l’ho imparata nella tre giorni del corso avanzato a Stampa Romana (NB: la durata di tre giorni non si ripeterà, torniamo all’antico perchè intanto è uscita la versione 6 di FilmicPro e questo ci agevola nell’insegnamento con una interfaccia unica).

A piazza della Torretta, sede di ASR, ho rivisto colleghi incontrati al corso di primo livello solo un mese fa e colleghi che, invece, il corso di primo livello l’avevano seguito in primavera. La cosa che mi ha colpito è stato vedere i loro progressi, colleghi che avevano dimostrato delle enormi difficoltà – per esempio – ad inquadrare il tema della luce (quindi la base della foto-grafia) in poche settimane hanno fatto passi da gigante e si sono credibilmente inseriti in un percorso di crescita professionale, come dire dall’esperimento, dall’episodio alla costante progressione.
Nelle due giornate di corso avanzato (che è poi soprattuto un laboratorio, dove ci si sporca le mani e si riempie lo schermo dello smartphone con tante ditate) abbiamo assistito anche a “crescite miracolose”, a voler ragionare con i vecchi parametri. Mi riferisco a colleghi che portano un video da loro girato prima del corso, assistono alla revisione da parte mia e di Enrico, partecipano alla discussione della platea e poi escono a “correggere” gli errori, ovvero a girare d’accapo alcune scene ove possibile oppure a mettere in pratica i consigli e le “correzioni”. Dopo poche ore trascorse sul campo, tornano in aula e i video sembrano fatti da mani più esperte. Appunto una crescita miracolosa.
Come mai? Sono colleghi particolarmente bravi o dotati? E’ davvero un miracolo? La spiegazione è forse molto più semplice ma non meno affascinante.
Il mobile journalism è una disciplina basata sulla flessibilità e sulla leggerezza, l’assenza di attrezzature ingombranti, iper-specializzate e pesanti consente a chi le usa di concentrarsi sulla sostanza: la composizione dell’immagine, la luce, l’esposizione, il movimento, la narrazione. Avere la possibilità di concentrarsi sul core-business piuttosto che sfiancarsi a portare in giro chili di roba (non pensate a quella che io ed Enrico Farro “traslochiamo” verso ogni corso) significa lavorare sull’essenza del nostro lavoro di narratori per immagini ed è per questo che i miglioramenti sono più veloci e più intensi. Io lo chiamo, l’effetto mojo.

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