Mogadiscio, Afghanistan

Sabato scorso un camion bomba ha fatto centinaia di vittime a Mogadiscio. In certe “aree di crisi” è complesso persino contare i morti fosse solo perché, considerate le condizioni dell’assistenza sanitaria, la lista dei feriti gravi (che purtroppo facilmente passano nel conteggio dei morti) non viene rapidamente aggiornata. Questa volta poi c’erano di mezzo le macerie dell’hotel Safari, tra le quali cercare possibili sopravvissuti, e l’esplosione di una piccola rivendita di carburante che ha reso molti corpi assolutamente irriconoscibili, resti umani carbonizzati.
Tra sabato e domenica, si è passati da 50 vittime ad oltre 200, nei giorni successivi fonti varie si sono accavallate a quelle ufficiali: c’è chi ha parlato di 500 e persino di 600 morti.
Una settimana dopo, oggi, è arrivato il bilancio che potrebbe essere prossimo a quello finale: 358 morti, 228 feriti, 56 dispersi per un totale di 642 vittime.

Un morto è sempre uno di troppo, un ferito è sempre uno di troppo eppure c’è da restare increduli nel vedere come è stato tratta il caso somalo dai media occidentali tutti, con qualche eccezione (nella mia testata il Tg3, ce ne siamo occupati sia sabato che domenica ndr).
A guardare i numeri quello di sabato 14 ottobre 2017 è uno dei dieci peggiori attentati dopo l’attacco dell’11 settembre, anche a voler considerare quest’ultimo bilancio ufficiale che è evidentemente prudenziale (112 feriti gravi sono stati portati all’estero per tentare di salvare loro la vita e i 56 dispersi è quasi sicuro che siano morti salvo fortunate, e auspicabili, coincidenze).
Da increduli si passa ad essere pietrificati, se si paragona la copertura mediatica dell’attentato di Mogadiscio a quella ricevuta dall’attacco fallito alla metropolitana di Londra, stazione di Parson Green, 15 settembre, con il vile ferimento di una trentina di persone in nome di ideologie criminali.

Nell’ultima settimana, nonostante la stagione di combattimenti sia ormai pressochè finita, in Afghanistan ci sono stati circa 250 morti in sette diversi attentati terroristici: sabato a Kabul contro l’accademia militare, venerdì a Kabul contro una moschea sciita, venerdì contro un’altra moschea (sunnita) nella provincia di Gwhor, giovedì contro una base dell’esercito a Kandahar (mentre un autobomba uccideva alcuni poliziotti a Ghazni), mercoledì contro una sede della polizia nella provincia di Paktia e nello stesso giorno contro un edificio governativo a Ghazni.
A queste vittime è toccato lo stesso trattamento mediatico (forse peggiore) di quelle di Mogadiscio.

Intanto, il governo somalo parla di “stato di guerra” e contando sull’impegno militare statunitense sempre più intenso nell’area promette nuove operazioni contro Al Shaabab, quelle “corti islamiche” (una sorta di talebani somali) a cui si imputa l’attacco. Secondo alcune ricostruzioni, lo stesso attentato è stato compiuto da un parente di vittime innocenti di un fallito raid contro Al Shaabab dei mesi scorsi. A riprova di quanto soffocante sia la spirale della guerra, dove sangue chiama altro sangue.

In questa grande lavatrice che è diventa l’informazione nell’era digitale, con l’ultima notizia che scalza la precedente, con trend che dominano per alcuni giorni e finiscono poi nelle ultime pagine perché è arrivata una nuova “big thing” a polarizzare l’attenzione, dare “spazio” alle crisi lontane è diventato paradossalmente ancora più difficile.
Prendersela con il mondo dell’informazione è però troppo facile.

Fermo restando che io sono il primo a dover fare autocritica (utile pratica per tutti, giornalisti e non), va anche detto che in un mondo dove ogni cosa è diventata interconnesso, dove con pochi euro si arriva dall’altra parte di un continente, dove l’11 settembre ha dimostrato chiaramente come non esistano più luoghi “remoti” e forme di “isolamento” geografico, dove non c’è “muro” che tenga, il sentire comune continua a classificare i mali del mondo con il conta-chilometri dando un valore minore (“inferiore”) a quelli più lontani.
Quando poi un mare di disperati arriva in Europa realizziamo che sull’altra sponda del Mediterraneo che c’è una guerra  lontana (nello specifico, in Siria) e ce ne “accorgiamo” dopo quattro anni dall’inizio di quel conflitto.

Un atteggiamento, alla fine, non solo poco umano ma anche poco utile a noi stessi (altro che buonismo!), perché occuparci delle crisi dimenticate – categoria che di per sé non dovrebbe esistere – significa anche beneficiare di un mondo migliore, in un pianeta ormai interconnesso dove la globalizzazione non riguarda solo le merci ma anche le emergenze, le quali prima o poi vengono sempre a bussare alla nostra porta.
Se l’informazione deve fare la sua parte, è un salto culturale quello di cui tutti noi abbiamo bisogno: uscire dall’algebra della paura che ci imprigiona dal dopo 11 settembre, considerare i morti altrui esattamente come consideriamo i nostri, guardare al mondo e non illuderci che “casa nostra” (dietro un immaginario muro) sia poi così lontana da Kabul, da Mogadiscio, dalla Siria, dai luoghi del dolore.

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