Sharing is Power

È appena finito un altro ciclo di corsi di mobile journalism a Stampa Romana (a breve altri con il Centro di Documentazione Giornalistica a Bologna e Milano). Dopo quattro corsi “base” e uno “avanzato”, due anni di ripetuti aggiustamenti nella formula, con oltre 200 colleghi-studenti (con l’aggiunta di quelli del corso asr-erfap, e del seminario de DIG di Riccione) posso lanciarmi in riflessioni senza peccare di presunzione e senza il rischio di trarre conclusioni precoci.

Cosa mi ha insegnato/riconfermato questa esperienza:

Sharing is power (la condivisione è forza)

al posto di cercare di organizzare un corso per diffondere competenze all’epoca davvero “criptiche”, quando ero l’unico in Italia ad usare, sperimentare, studiare il mobile journalism avrei potuto tenermi il “primato” e mettermelo al bavero. Condividere è stata la scelta migliore perché abbiamo creato una piccola comunità, ci siamo arricchiti reciprocamente, abbiamo sperimentato insieme. È stata una crescita collettiva nello spirito dei tempi, quello del networking, ormai matrice di questa epoca. Due anni dopo mi sento più forte, perché sono in compagnia.

La sindrome del bottone

esisteva un’epoca in cui tanti difendevano la propria professionalità solo sapendo schiacciare un certo bottone. Quando quei “bottoni” sono scomparsi (con il digitale) si è capito che – tanto per fare l’esempio del giornalismo televisivo – certi colleghi non erano poi così bravi a narrare con le immagini ma sapevano solo “spingere” un bottone, esoterica arte dell’era elettromeccanica, non dominare un certo linguaggio.

All’inizio non ce ne siamo accorti perché c’è stato un effetto rimbalzo, scomparsi i bottoni tutti sono diventati operatori, montatori, video-reporter senza conoscere la grammatica delle immagini e senza nemmeno preoccuparsi di capire il senso dei bottoni, bastava andare in modalità “auto”. È stata la fase in cui abbiamo perso – vergognosamente – tanti signori giornalisti per immagini, montatori da applausi, specializzati di ripresa e fonici da primato. Ma in quella fase, confusi, abbiamo rimpianto anche i vecchi schiacciatori di bottoni che almeno sapevano leggere lo spettrometro su un’immagine. Poi è andata emergendo, nonostante la vergogna dei “5 euro a pezzo”, una generazione di videomaker, giornalisti, videoreporter – chiamateli come volete – che ha dimostrato di saper usare le potenzialità del digitale e di conoscere la grammatica delle immagino. Il disastro del mercato editoriale di oggi non ne fa emergere il valore. Con loro non ci sono più spingi-bottoni da rimpiangere. Il mobile journalism esalta questo concetto perché ti fa usare lo strumento che usano tutti, pure le nonne per fare i video dei bimbi, e ancora di più quindi ti sfida a fare la differenza con le competenze nella narrazione per immagini.

Incroci e confini

Quando cercavo di organizzare il mio primo corso, una collega della radio mi disse: “ok, ci insegni ad usare professionalmente uno smartphone ma chi ci spiega cos’è una buona immagine”. È stata l’indicazione che mi ha spinto a coinvolgere il vecchio amico Enrico Farro, diventato intanto presidente dell’Associazione Italiana Filmaker, fucina di talenti ed esperimenti, nella sfida. Abbiamo esplicitamente unito quelle che arcaicamente venivano divise tra competenze tecniche e competenze giornalistiche, rompendo un tabù (un tecnico che insegna ai giornalisti?! Un giornalista che insegna con un tecnico?!) per massimizzare l’impatto formativo e dichiarare la fine di un epoca.

Trasversale

Per una volta, mi tocca parlare bene del trasversalimo (attitudine che rovina l’Italia quando applicata alla politica). Il mojo è trasversale nel senso che risponde alle esigenze di giornalisti di diversa specializzazione.

Serve ai freelance che vogliono essere più competitivi nella loro caccia (sigh!) al lavoro; serve a chi lavora in un grande network tv e lavora con un operatore ma vuole moltiplicare le forze; serve a chi lavora per radio e carta stampata ma sempre più spesso si sente chiedere dal proprio desk contributi multimediali per sito di testata e per i social; serve a chi gestisce un ufficio stampa e vuole produrre non solo comunicati scritti ma anche contributi audiovisivi; serve a qualunque giornalista voglia essere sempre pronto a documentare anche quando “fuori servizio”.

Minimo indispensabile

Non mi piace il messianesimo hi-tech (anche alla luce delle mie esperienze sul multimedia negli anni ‘90) che spesso impera tra ingenuità e furbizia commerciale, non credo che l’ultima o la prossima “cosa” tecnologica sia destinata a cambiare il mondo. Rigetto l’enfasi e l’innamoramento digitale. Vale anche per il “mio” mojo.

Non credo che il mobile journalism sia destinato o debba essere l’unica forma di racconto giornalistico per immagini. Credo invece che sia uno strumento, come ce ne sono altri: dalla troupe con operatore e montatore (la classica eng) all’uso di camere con ottiche intercambiabili. Il mojo ha peró una unicità rispetto agli altri strumenti, è il minimo indispensabile (in termini di immagine e strumenti di pubblicazione) che un giornalista debba necessariamente conoscere e dominare.

Concludendo

Quando alla metà del 2015 proposi a Lazzaro Pappagallo, all’epoca neo-segretario di Stampa Romana, di organizzare un corso di quella che chiamavamo phone-o-graphy (il termine mojo, almeno in Italia, era in quella fase poco palatabile e volevamo tenerci “larghi” nelle definizioni) mi aspettavo un po’ di italico e burocratico tergiversare anche per via dell’ansia da divisione dei ruoli tra operatore e giornalista che, arcaicamente, ancora manda in fibrillazione la nostra categoria e scatena polemiche.

Lazzaro non solo mi ha dato l’occasione di sperimentare ma, con l’inserimento di altri corsi, ha fatto di Stampa Romana uno dei centri di formazione e riqualificazione dei giornalisti più all’avanguardia d’Italia, per giunta a prezzi “politici”.

Le giornate di formazioni sono intense e stressanti, corriamo per cercare di affrontare più temi, imbottendo le ore, combattendo con problemi tecnici e con il perenne problema Android. I colleghi sono puntuali, non vogliono perdere un minuto, a volte ci chiedono di cominciare prima o di finire dopo. Quando la sede chiude, restiamo fuori a parlare a volte per ore (complice anche la bella piazza di San Lorenzo in Lucina)

Alla fine i sorrisi, i ringraziamenti, l’entusiasmo di chi va via con l’espressione sul viso che dice “adesso ho lo strumento per provare a fare…”, beh quei momenti finali sono la più grande ricompensa per noi “docenti”. Assieme al senso d’unione che lega colleghi che fino al giorno prima avevano poco o nulla in comune e adesso che vengano da un ufficio stampa o dalla carta stampata, sono tutti mojoers.

Che poi la tecnologia non divide solo, riesce anche ad unire.

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