La (non) nuova strategia di Trump in Afghanistan

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Uno dei numerosi interventi di Trump (da imprenditore, prima, e da candidato, poi) contro la guerra in Afghanistan

Per anni si era espresso contro la guerra in Afghanistan, bollandola come eterna, costosa e senza senso. Donald Trump da ieri è il terzo presidente, dopo Bush e Obama, a mettere la sua firma sul conflitto più lungo che gli Stati Uniti abbiano mai combattuto. Lui stesso lo ha ammesso, nell’incipit del suo discorso alla nazione, che l’istinto gli diceva di ritirare tutti i soldati americani ma – da presidente – ci ha dovuto ripensare. Ha quindi ammesso l’inversione di marcia ad “u” e il tradimento delle promesse di campagna elettorale. Per questo ha già subito le critiche del variegato mondo della alt-right, la destra estrema americana sulle colonne di BreitBart.
L’ormai famoso sito di controinformazione (e di teorie del complotto) negli ultimi giorni è tornato nella mani del nazionalista, anti-globalista, Steve Bannon che alla svolta afghana si era a lungo opposto in nome del suo anti-interventismo (“America First”) prima di uscire dal gabinetto del presidente, di cui era il consigliere strategico.

Ma vediamo se e in cosa, si differenzia la strategia Trump da quella dei suoi predecessori.

PAKISTAN: come ai tempi dell’invasione sovietica (ma con l’aggiunta dei talebani e del gruppo Haqqani, entrambi vicini all’ISI, i servizi di Islamabad) il Pakistan è non solo rifugio per i militanti che combattono oltre-confine in Afghanistan ma è anche un attore molto attivo nella destabilizzazione di Kabul.
Obama aveva usato la definizione Af-Pak per affermare che la sua strategia non si fermava a Kabul ma ricomprendeva anche Islamabad, Trump fa praticamente lo stesso mettendo tra i pilastri della sua strategia proprio un aut aut ai Pakistan (come specificherà Tillerson dopo il discorso, i pakistani rischiano di perdere lo status di alleati di Washington – alleati per giunta di “prima fascia”).

off-script LINEA DURAND: il confine artificiale creato durante i conflitti anglo-afghani tra il territorio afghano e quello dell’allora colonia indiana, causa molte delle tensioni tra i due vicini (gli afghani sostengono, tra l’altro, che l’accordo sia scaduto e il territorio conteso debba tornare a loro). Nessuno ne parla (né Obama né Trump) ma la soluzione della disputa territoriale potrebbe togliere dal tavolo un grosso casus belli tra Afghanistan e Pakistan, oltre a ricreare quell’unione etnico-lingustica del diviso “pashtunistan”.

MICROMANAGEMENT: nell’era Bush prevaleva l’ “economia di forza”, in pratica la presenza degli americani era talmente ridotta (impegnati com’erano in Iraq) che non si è mai creato un vero conflitto tra Casa Bianca e generali. Con Obama la situazione è radicalmente cambiata, tutte le principali decisioni militari (in primis quella sulla “surge” afghana) piccole e grandi venivano sottoposte al presidente e al suo staff (da qui l’accusa di micro-management mossa da Trump) prima di essere restituite emendate/bocciate/approvate alle stellette.
Trump ha fatto l’esatto opposto – complice anche il partito dei generali ormai vincente alla Casa Bianca – ha delegato scelte e decisioni al Pentagono, non solo in Afghanistan (e lo ha espressamente detto, condannando appunto il “micro-management” fatto da Washington e non dai comandanti sul campo) ma anche per esempio in Africa.

NUMERI E DATE: Trump non ha dato i dettagli operativi sulla sua versione della guerra afghana, in coerenza con la delega piena al Pentagono ma anche per dare uno “schiaffo” ad Obama. Quando l’ex-presidente annuncio la “surge” afghana non solo dettagliò il numero delle truppe aggiuntive (del resto dovrebbe essere un dovere del capo di una nazione far sapere ai suoi concittadini quanti di loro andranno a rischiare la vita dall’altra parte dell’oceano) ma soprattutto fissò una data per il ritiro.
Era un modo – l’aveva fatto pure il Politburo – per dire ai generali: vi do una finestra d’opportunità, non è una fiducia illimitata, se in questo tempo non vincete si chiude baracca e si torna a casa.
La fissazione di quella data è sempre stata vista dai generali come un favore al nemico alle cui orecchie sarebbe risuonata come “resistete un anno e mezzo tanto poi ce ne andiamo”. Peccato che quel nemico “resista” da sedici anni.

CALENDARIO: se uno slogan sembra uscire dal (generico) discorso di Trump è quello dell’approccio al conflitto basato sugli eventi, sulle condizioni sul campo e non sul “calendario”, non solo una risposta ad Obama ma anche – nello stile delle forze armate americane – un modo per “vendere” al pubblico e ai media la nuova fase.

off-script NUMERI: I numeri sull’incremento delle truppe vengono dati pochi minuti prima del discorso in diretta tv di Donald Trump da Fox News: un aumento del 50%, quindi da 8mila a 12mila unità circa. Il Segretario alla Difesa, Matthis aggiungerà poi che non ha ancora preso decisioni al riguardo. L’impressione è che il grosso dell’aumento riguarderà le SOF, le operazioni speciali.

KABUL: la storia dell’assegno in bianco (l’aiuto americano non è un…) l’abbiamo già sentita e più volte ai tempi di Hillary e Obama, in particolare sul tema della corruzione. Non servì a molto.

INDIA: questa è un assoluta novità e potrebbe essere positiva. Il Paese è un antico rivale del Pakistan ma sta svolgendo un ruolo sempre più forte nel Paese dal punto di vista economico e della cosiddetta ricostruzione, l’idea di coinvolgerla nella stabilizzazione del  Paese è teoricamente ottima se solo si riuscisse a “gestire” la convivenza con il Pakistan che considera l’Afghanistan come “suo”.

TALEBANI: Trump non li ha praticamente mai nominati nel suo discorso se non incidentalmente, nel corso del quale si è concentrato su Al Qaeda e Isis (il braccio locale dello stato islamico è sempre più pericoloso e radicato nell’area orientale del Paese). Mossa servita – in maniera evidentemente coordinata – al segretario di Stato Tillerson, che ha ribadito la volontà di trattative di pace con i talebani, dopo il discorso del presidente.

off-script PACE (TRATTATIVE DI): l’unica fiammata nelle trattative di pace in questi anni, c’è stata grazie all’intervento del Qatar che ora è sotto “assedio” commerciale e politico dagli altri Paesi sunniti del Golfo (sostenuti dagli Stati Uniti) e di fatto sempre più spinto nelle braccia dell’Iran. Quando Tillerson parla della ripresa delle trattative di pace non si capisce su chi possa contare per riaprile queste trattative, che – al solito – sta sottoponendo ad una condizione implicita: che i militari americani mettano una tale pressione ai talebani sul campo di battaglia che convenga loro sedersi al tavolo piuttosto che aspettare il crollo del governo di Kabul (come stanno facendo invece ora).

NATION BUILDING: questa è forse la vera svolta, il vero punto di differenza tra Trump e i suoi predecessori. Per Bush l’esportazione della democrazia era la cifra morale della guerra stessa, per Obama il nation-building (la ricostruzione in senso ampio delle istituzioni e del Paese) era parte di quella strategia di counterinsurgency che di per sé teorizzava l’insufficienza della forza militare da sola.
Per Trump è roba da archiviare.

KILLING TERRORIST: l’affermazione di Trump (“non esporteremo la democrazia, uccideremo terroristi”) può essere letta da vari punti di vista: in primo luogo torna il “body count” (il numero di nemici uccisi) che era stato abbandonato dal Pentagono ai tempi di McChrystal e della sua algebra sulla moltiplicazione del nemico, quando bisognava conquistare il supporto della popolazione per vincere la guerra.
La frase potrebbe anche segnalare che la presenza americana si limiterà ad assistere le truppe afghane e ad eliminare i gruppi terroristi per evitare che tornino ad usare l’Afganistan come base in stile pre-11/9

VUOTO: Trump giustifica il suo cambio di strategia, in nome del “vuoto”, il fatto che il Paese si possa trasformare di nuovo in una base per attaccare gli Stati Uniti in caso di frettoloso ritiro americano. Di certo dopo la caduta del sedicente califfato in territorio siriano-iracheno e dopo il fallimento dell’opzione libica, l’Afghanistan è un candidato “ideale” per ospitare foreign fighter in fuga e quel che resta dell’Isis.

off-script RISORSE MINERARIE E BASI: restiamo nell’off-script quello che il presidente non ha detto, ma che il suo discorso ha chiamato in qualche modo in causa.
Dopo aver investito mille miliardi di dollari su un conflitto più lungo della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti non possono abbandonare l’Afghanistan perché perderebbero quel poco che hanno ottenuto ovvero la loro base più grande (Baghram) al di fuori del proprio territorio; base dalla quale possono sorvegliare e colpire: l’Iran, la Cina, le repubbliche ex-sovietiche d’Asia e l’inquieto alleato pakistano.
Inoltre da anni sappiamo (grazie ai dati dei geologi sovietici, approfonditi dal Geological Survey americano) che l’Afghanistan non è la “scatola di sabbia” che conoscevamo, è ricchissimo di materie prime, in particolare quelle – come il litio – indispensabili per le produzioni hi-tech. Sarà difficile sfruttarle senza una stabilizzazione del Paese (chiedere a Mosca, per conferma) ma resta un altro buon motivo per gli Stati Uniti per restare legati a Kabul.

ALLEATI: come aveva già fatto Obama, Trump chiede partecipazione agli alleati (lo fa in maniera sobria ma sempre nell’ottica “economicista” con la quale li aveva già attaccati all’epoca della polemica sulla Nato – spendete di più per le forze armate). Al riguardo va detto che l’Italia ha nel paese 1037 uomini (ultimi dati ufficiali, dati che comunque fluttuano di giorno in giorno) ed è il secondo contributore dopo gli Stati Uniti che di uomini ne hanno seimila più altri duemila nella loro missione anti-terrorismo, sulla scia di Enduring Freedom.

off-script SUB-APPALTO: tra i delusi di Trump c’è Erik Prince, il capo della ex-Blackwater, la società più grande del mondo di security contractors molto vicino a Trump, tanto da svolgere per il presidente una mai chiarita missione diplomatica. Prince, con la benedizione politica di Bannon, era riuscito a inserire tra le opzioni sulla strategia afghana quella di un sub-appalto della guerra ad un esercito di mercenari. Ipotesi sconfitta, la guerra resta un prodotto “in house” al Pentagono (anche se in Afghanistan, già oggi ci sono più mercenari che militari stranieri di professione)

off-script CINA: Pechino è diventato un protagonista dell’economia afghana che ha alluvionato con i suoi prodotti a basso costo, monumento ai limiti di quei consulenti ed esperti in ricostruzione che non hanno pensato a dare all’Afghanistan un minimo di capacità manifatturiere almeno per l’auto-consumo (come se fosse un Paese occidentale, globalizzato, post-industriale). La Cina sta anche giocando un ruolo primario nello sfruttamento delle risorse minerarie dell’Afghanistan. In risposta alle minacce americane al Pakistan (la perdita dello status di alleato di prima fascia), la Cina si è prontamente schierata con Islamabad segno di quando arduo sia il percorso degli Stati Uniti per portare il Pakistan dalla “parte giusta”, senza favorire un nuovo “polo” asiatico guidato da Pechino.

off-script MINIGONNE:
tra le varie “leve” usate dal consigliere alla sicurezza nazionale McMaster per convincere Trump a cambiare idea rispetto al ritiro c’è – nella “narrativa” di questo lungo ripensamento – anche la foto delle donne afghane in minigonna a Kabul. Un dato storico, certo, ma che paradossalmente racconta di quel periodo sovietico che gli Stati Uniti fecero di tutto per abbattere (senza considerare poi la separazione “temporale” prima che spaziale tra la capitale e le aree rurali in quegli anni e che permane ancora oggi)

conclusioni IN SINTESI: c’è poco di nuovo nella strategia afghana di Trump, c’è solo un presidente che, forse inconsapevolmente, sta togliendo scuse ai generali. Dai tempi della sconfitta del Vietnam, il mantra dei generali è di attribuire le colpe della sconfitta ai limiti imposti dalla politica; limiti che questa volta sembrano “saltati”.
Il punto è – al di là della missione Afghana che sembra essere diventata un’operazione di “mantenimento”, dagli scopi molto limitati rispetto al passato – dove porterà il peso dei generali all’interno dello staff della Casa Bianca.
I militari sono pagati per far arrivare sul tavolo del presidente opzioni militari a seconda delle crisi presenti o future, se si lascia loro (che abbiano o meno ancora le stellette o che abbiano indosso la giacca e la cravatta) di fatto si perde quella mediazione della politica esiziale per moderare i venti di guerra.

conclusioni UN’OSSERVAZIONE PERSONALE: Proprio perché c’è molto poco di nuovo, non si riesce a capire perché la strategia di Trump debba avere successo. In realtà non si riesce a capire nemmeno bene quale sia il successo in Afghanistan visto che lo stesso Tillerson ammette che la sconfitta dei talebani non è raggiungibile, non si riesce a capire in cosa consista quella “clear victory” di cui parla Trump. Probabilmente si tradurrà nell’aumento del numero dei terroristi (presunti tali) uccisi, non senza – è inevitabile – un incremento delle vittime civili come la storia della guerra afghana insegna.
La missione americana sembra conservare la sua natura di sostegno alle truppe afghane (che poi è lo scopo di Resolute Support, a guida Nato) ma nel suo complesso – in particolare sul fronte delle forze speciali, quelle il cui numero verrà di certo aumentato – pare una missione di “mantenimento”, dagli scopi molto limitati come appunto colpire una serie di leader e di gruppi, messi nel bersaglio dalla CIA e dall’NSA afghano e dare del tempo in più al governo di Kabul per cercare di fare qualcosa che ne consolidi il potere e il rapporto con il proprio popolo.

Trump dice una cosa innegabile: ha ereditato un “brutta mano”, una situazione complessa e non può riportare la macchina del tempo indietro, omette di dire che forse il solo modo per arrivare al “reset” era chiudere la guerra, azzerare questi sedici anni di violenze brutali e di costi spropositati, dejavù di tutti i conflitti della storia afghana. Quando quei tagliagole dei talebani gli hanno scritto la settimana scorsa, invitandolo a non mandare altre truppe in Afghanistan gli hanno scritto che l’occupazione straniera alimenta la guerra; non è vero del tutto ma di sicuro questi anni di “missione incompiuta” hanno contribuito a destabilizzare il Paese non a rimetterlo in sesto.

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