Il baratro

I tre episodi di violenza che hanno squassato Kabul in una raffica di orrore e
quello avvenuto poche ore fa ad Herat sono paragonabili al cornicione di un alto palazzo, standoci sopra in precario equilibrio possiamo inclinare lo sguardo e vedere l’orrido abisso che si splanca sotto i piedi del Paese.

Non si tratta solo di un governo che controlla poco meno del 60% del suo territorio e di forze di sicurezza, stremate, dispetate, corrotte tanto da non riuscire nemmeno a sigillare le due principali città afghane.

A preoccuparmi di più è la manifestazione anti-governativa di venerdì finita con diverso morti, uccisi con spari della polizia ad altezza d’uomo. La manifestazione è stata strumentalizzata dal movimento di jamiat-e-islamia, in pratica il più antico partito islamico del Paese che univa mujahedin come Rabbani e Massoud (oggi tocca ai loro parenti).

Dal suo canonico periodo di cure in Turchia, modo per sottrarsi alle ultime accuse di brutalità, il vicepresidente Dostum, l’uzbeko, fa sapere di essere a favore dei manifestanti che, nei fatti, chiedono la fine del governo di unità nazionale. Singolarmente i tagiki di jamiat se la prendono anche con Abdullah che dovrebbe rappresentarli nella sua veste di premier “de facto” (la figura non esiste in costituzione, è stata inventata per uscire dallo stallo post-voto causa reciproche accuse di brogli tra Abdullah e Ghanì).

Le uniche notizia della (inutile) conferenza di Pace di oggi a Kabul le ha date Ghanì: il religioso letteralmente diviso a metà dalle esplosioni ai funerali di sabato era a pochi metri da Abdullah, vivo per miracolo; l’attentato di mercoledì a Kabul ha raggiunto quota 150 vittime, è il peggiore di sempre. Di pace, oggi, nemmeno a parlarne, mentre l’India vuole mandare truppe in Afghanistan e il Pakistan ancor di più vuole comandare oltre il passo Khyber.

Insomma è tornata a bollire la brodaglia dei signori della guerra, quelli della guerra civile post-sovietica, quelli che hanno tolto ogni speranza al Paese del post-2001 rendendo impossibile per la gente di scegliere tra taglia-gole talebani e corrotti governativi, condannando così ogni sforzo di counter-insurgency dell’Isaf al fallimento.

La manifestazione di venerdì dimostra che ormai gli elementi ci sono tutti per una nuova guerra civile. Il  conflitto aprirebbe, come da prassi afghana, ad alleanze impensabili solo fino a pochi istanti prima e ad una frammentazione delle forze di sicurezza in milizie degli uni e degli altri. Con la variabile ISIS (e più in generale fazioni estremiste delle ex-repubbliche sovietiche d’Asia) in cerca di rifugio dopo il collasso siriano, e le aggravanti del doppiogiochismo pakistano e dall’interventismo indiano, davvero si fatica a restare in piedi su quel cornicione senza scivolare nel baratro.

 

 

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