Morti col GPS

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Manifestazioni di supporto all’Afghanistan (“organizzate” con Photoshop… in chiave polemica per il disinteresse del mondo)

Nelle ore in cui una parte dell’informazione italiana (e di quella mondiale) faceva – inconsapevolmente – il gioco della propaganda del califfo, coprendo i fatti di Monaco all’inseguimento di paranoie e panico, non senza presenzialismi di sorta, a Kabul tre kamikaze si muovevano in mezzo ad una folla enorme che protestava pacificamente. Dei tre solo uno riusciva a farsi esplodere, ma il risultato – nell’algebra della morte – era comunque tremendo: ottanta morti e oltre duecento feriti. Un vero mattatoio come racconta questo tremendo video.

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Stemma dell’Afghanistan – utilizzabile per cambiare il vostro profilo FB “je suis…”

Erano tutti hazarà, il gruppo etnico figlio delle avanzate di Genghis Khan in terra afghana, quindi di discendenza mongola ma soprattutto sciiti. Anche per quest’ultimo motivo, trattati da sempre come “scarti”, una casta inferiore nella scala sociale. La folla protestava per chiedere che si ponesse riparo a quello che considerava come un altro segno di disprezzo verso gli hazarà: il percorso del nuovo elettrodotto dal Tagikistan a Kabul che, al momento, non passa per la “patria” dell’etnia, la provincia di Bamyan.
Non è la prima volta che una manifestazione sciita viene colpita in maniera tanto tremenda da macellai sunniti (al di là della percezione complessiva, sono proprio gli sciiti non gli occidentali le prime vittime del terrorismo islamico nel mondo). Questa volta però a rivendicare era subito l’ISIS, quei gruppi di miliziani in particolare della provincia di Nangharar, che hanno aderito al Califfato lasciando i talebani (che clamorosamente hanno condannato l’attacco).

Bene, nonostante la firma dell’ISIS fosse chiara, l’informazione – una volta si diceva “eurocentrica” – ha tenuto alta l’attenzione sugli “incerti” fatti di Monaco, fino a scoprire che in realtà si trattava di un attacco “all’americana” (lo dico per capirci, uno di quei mass shooting legati a instabilità psichica, all’odio ed emulazione) piuttosto che di un attentato di matrice islamica.
I fatti di Kabul sono praticamente scomparsi dai radar (e dalle scalette) oppure sono stati tenuti “a corredo” e “in chiusura”.

In quasi contemporanea con gli attacchi all’aeroporto di Bruxelles, un kamikaze dell’ISIS si era fatto esplodere durante un incontro di calcio amatoriale, vicino Baghdad, falciando i sogni e le vite di decine e decine di ragazzi aspiranti calciatori. Anche a loro era stato dedicato lo stesso trattamento da parte dei media occidentali.

Sono i morti con il Gps, contano solo a seconda di quale latitudine siano caduti. Che siano vittime del terrorismo sanguinario dell’ISIS o di paranoie associate, non conta nulla. Insomma, pur nel mondo della globalizzazione,  i morti continuano a non essere tutti uguali. Con poche eccezioni, in particolare la voce alta di Papa Francesco che parla anche a chi non ha il dono della Fede.

Nel caso dell’Afghanistan è una doppia colpa per la nostra informazione e per le nostre coscienze, perché in quelle terra abbiamo versato sangue e miliardi per anni, durante una guerra più lunga del secondo conflitto mondiale eppure ce ne disinteressiamo come se  gli obiettivi che ci eravamo preposti negli anni di ISAF fossero chiacchiere, tanto che ormai l’Afghanistan non è più cosa che ci riguarda, quando invece è anche quello che noi abbiamo contribuito (in negativo e in positivo) a farlo essere.

A proposito, l’Unama nei giorni scorsi ha presentato il suo ormai canonico rapporto sulle vittime civile del conflitto. Il 2015 era stato l’anno più sanguinoso dalla caduta dei talebani, il rapporto (parziale e riferito solo ai primi sei mesi dell’anno) conferma la tragica tendenza per il 2016 con 5,166 civili uccisi, un terzo dei quali erano bambini.

Anche questo non lo troverete scritto da nessuna parte o quasi. Sono morti con le coordinate geografiche sbagliate.

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