Ma in che Paese vivo?

12985582_987496281336956_3338295588566100073_nIn questi ultimi tre giorni mi sono svegliato con lo stesso dubbio in testa, assomigliava ad un attacco di sinusite ma purtroppo non lo era.
Era un’ingombrante domanda: ma in che diavolo di Paese vivo se un giornalista del servizio pubblico che, per quanto gli è stato possibile, ha camminato nei posti peggiori del mondo e ha condiviso – nei suoi limiti – le sofferenze degli ultimi della Terra provando a raccontarle, per far uscire un libro che parla dell’Afghanistan – Paese dove noi italiani abbiamo investito anni, vite e milioni, mica un posto qualunque -deve fare una campagna di crowdfunding (che è poi una pre-vendita porta a porta, nonostante il fascino trendy del termine!) mentre il figlio di un boss che ha contribuito ad affondare l’Italia scrive un libro che pare racconti nulla, trova un editore che glielo pubblica e soprattutto viene ospitato in uno spazio televisivo che vale oro, in termini di visibilità mediatica e di ricadute sulle vendite?
Ma in che Paese vivo se scrivo su Google “libro” e i robot di aiuto alla ricerca completano la frase così: “libro figlio di riina”…basandosi sulla mole di ricerche effettuate?
Ma in che Paese vivo se per realizzare un documentario sulla peggior epidemia di un virus letale dell’epoca contemporanea che ha affondato come una carretta del mare carica di profughi tre Paesi africani , dove lottavano contro un nemico misterioso e invisibile solo un pugno di eroi locali e stranieri (compresi gli italiani di Emergency), un giornalista del servizio pubblico deve fare tutto da solo investendo il proprio tempo e il proprio denaro?
Me lo continuavo a chiedere, poi ho pensato a quell’avviso messo nella vetrina di una libreria di Catania, che rifiutandosi di vendere un’apologia di mafia sta rinunciando ad un bel po’ d’incassi lasciandoli alla concorrenza, in tempi di drammatica crisi del mercato editoriale .
Alla fine il mal di testa mi è passato. Ho pensato al Cristo fermatosi ad Eboli di Levi come alla Storia d’Italia di Ginsborg e mi sono ricordato che questo è un Paese diviso, che – purtroppo – ricorda pochissimi momenti d’unità, mondiali di calcio esclusi. E’ un Paese fratturato non solo tra Nord e Sud, tra città alto e quella bassa, tra centro storico e periferia, tra frazione montana e quella di fondo valle ma soprattutto diviso tra “noi” e “loro”.
Lascio a voi scegliere quali aggettivi dedicare a “loro” (qualcuno suggerirebbe raccomandati, furbi, figli di, amici di, servi, vili, ecc. ecc.) perché ognuno di “noi” li ha incrociati e li incrocia nella propria vita.
L’importante è stare qui, dall’altra parte. Almeno fin quando ci saranno persone come le due libraie di Catania, alle quali ho scritto e ho chiesto di ospitare una presentazione del mio libro se mai riusciremo ad arrivare alla fine della campagna.
Almeno fin quando ci saranno le persone che stanno partecipando al crowdfunding, comprando il libro nonostante – mi scrivono – lavorino solo sei mesi all’anno con un reddito ridicolo oppure perché stanno cercando le storie dei nostri morti dimenticati in Afghanistan per raccontarle.
Fin quando ci saranno quegli italiani che ieri sera sono stati in piedi per vedere su RaiStoria “KILLA DIZEZ” decretandone un buon successo di pubblico (considerando le curve d’ascolto di questo piccolo canale di qualità).

Vuol dire che parlare a “quelli come noi” non è poi tempo perso, se lo dovrebbero ricordare anche quelli che si esercitano nella battaglie facili, da esibire all’occhiello come un fiore imbalsamato e insensibile al vento e alla pioggia.
Quelli che criticano il servizio pubblico perché tanto non rischi nulla, mentre dovresti impegnarti a sostenere quelle forze che dentro il servizio pubblico – senza esibire nei salotti del patriziato di sinistra le proprie ferite o senza capitalizzarle sotto altre bandiere di comodo – tentano di fare informazione e racconto non solo per “loro” ma per tutti quanti quelli che pagano il canone.

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2 pensieri su “Ma in che Paese vivo?

  1. Donatella Di Mauro

    Dopo aver sentito del libro di Riina e dell’intervista su rai 1, ho fatto le stesse identiche considerazioni e, dopo lo sconforto, ho preso il telefono e ho chiamato un po’ di amici e parenti “piazzando” almeno 7-8 copie del tuo libro che verrà. Resisti Nico e continua.

  2. Pingback: L’anteprima (e l’identità) – TASHAKOR

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