Mo-Jo/Mobile Journalism

IMG_20160131_140853In vista del corso sulla phone-o-graphy che si terrà all’Associazione Stampa Romana il prossimo 11 e 12 aprile (qui i dettagli) sul blog della Beastgrip, una delle start-up più dinamiche nel mondo dell’uso degli smartphone per il video, è stata pubblicato un case history con una mia testimonianza.
Cliccate qui per leggere l’articolo in originale, che di seguito traduco in italiano omettendo la fin troppo benevola presentazione che mi hanno dedicato.
A proposito i posti disponibili per il corso stanno finendo, per cui se vi interessa affrettatevi (per ora il corso è destinato solo ai giornalisti iscritti a Stampa Romana).

“La miglior camera è quella che hai a portata di mano quando ne hai bisogno” – Nico Piro

Perché hai scelto di usare uno smartphone piuttosto che una DSLR o una telecamera professionale per il tuo progetto?

“Onestamente, non credo che uno smartphone possa sostituire una camera professionale – per via della qualità ottica e dei vari settaggi che una camera professionale offre rispetto ad uno smartphone – eppure direi che il 90% delle fotografie e dei video pubblicati on line sono stati scattati/girati con uno smartphone. Se guardiamo alle news, la maggior parte del cosiddetto “citizen journalist” si basa sugli smartphone, che spesso consentono di offrire al grande pubblico delle testimonianze incredibili magari su grandi eventi già ampiamente coperti dalle più importanti testate.
Per me il “mojo” (mobile journalism) postula un principio fondamentale che ricordo sempre: la miglior camera è quella che hai a portata di mano quando ne hai bisogno.

Se la metti così, uno smartphone è imbattibile – anche se io continuo a credere che devi “vestirlo” con degli accessori idonei, così da farne uno strumento efficace al servizio dei giornalisti”.

Che tipo di attrezzatura usi?

“Sto usando un “rig” della BeastgripPro con l’iPhone 6 ed un microfono esterno panoramico, oltre ad una luce Led. Uso anche la app FilmicPro ma quando la velocità è più importante della qualità cinematografica, uso solo la Camera app di serie.

Come giudichi la tua esperienza nell’usare uno smartphone? Come la paragoni ad una DSLR?

La cosa più bella dell’usare uno smartphone per il “news coverage” è che ti aiuta a tenere un basso profilo, cosa assolutamente necessaria – non solo in ambienti ad alto rischio – ma anche quando stai coprendo “human interest stories”, storie sulla condizione individuale di uno o più persone che possono aiutare a inquadrare eventi di carattere ed interesse generale.

Inoltre considerando che si tratta di attrezzatura estremamente facile da trasportare e usare, questo è un grande vantaggio nell’uso professionale. Quando sei sul campo e il tuo lavoro principale è quello del reporter (o anche del producer), non puoi gestire un equipaggiamento pesante o tecnicamente complesso.

Infine usare uno smartphone ti aiuta a condividere, distribuire e consegnare i tuoi “prodotti” in tempo reale.
I principali problemi di uno smartphone sono, invece,  la ridotta durata delle batterie – un fattore che può complicarti davvero la vita – e lo spazio di memoria interna che è difficile da gestire ed espandere.
Sono abituato a lavorare con diversi equipaggiamenti, dalla mia prima palmare MiniDv (che è stata cruciale durante un’imboscata notturna in Afghanistan, per via della sua funzione ad infrarossi e di visione notturna tanto da battere la telecamera professionale del mio cameraman) fino alla GoPro, che mi piace usare quando vado fuori anche con un cameraman perché è molto versatile e ti consente di girare scene (per esempio dentro o fuori un auto oppure in soggettiva) che non può riprendere con una camera tradizionale.

Ho cominciato ad usare il BeastGrip Pro e l’iPhone 6 a partire da dicembre, durante le elezioni politiche spagnole. Ero con un cameraman in Spagna ma tenevo sempre con me questo kit (montato con un grandangolo).
E’ stato decisivo quando sono entrato, durante la notte delle elezioni, nell’area privata del quartier generale di Podemos, senza essere “identificato” come giornalista dalla sicurezza. Mi ha anche aiutato quando il leader di Podemos è uscito dal seggio dove aveva appena votato e il mio cameraman era bloccato nella ressa di telecamere che lo seguiva. Io lo aspettavo all’esterno e quindi ho avuto l’occasione di filmarlo mentre veniva salutato dalla sua gente. Un altro momento importante è stato quando a mezzanotte, dopo la diffusione dei risultati, i leader dei due principali partiti erano attesi dai loro sostenitori per commentare l’esito del voto. Il mio cameraman ha coperto una delle due “piazze” e io sono stato in grado di coprire l’altra, sempre nella città di Madrid.

Dov’è il campo profughi che vediamo nelle fotografie?
Puoi raccontarci cosa sta accadendo lì?

Quello è il campo di Grande Synthe, nei pressi di Dunkerque, a circa 40km a nord-est di Calais, dove c’è il campo storico la cosiddetta “giungla”.
Migliaia di rifugiati e migranti sono bloccati nell’area, nel tentativo di raggiungere il Regno Unito attraversando la Manica, anche se ormai è completamente impossibile.
Negli ultimi mesi la sicurezza è stata incrementata in maniera radicale, così ormai non è più possibile nascondersi in un camion o saltare la recinzione del molo dei traghetti.
Le condizioni di vita a Grand Synthe sono al di là di ogni immaginazione. E’ una vergogna!
Sono stato lì con il mio cameraman – che ha fatto un gran lavoro – ma non è stato semplice girare viste le condizioni del campo e per via di rifugiati, comprensibilmente, stanchi di vedersi tanti giornalisti intorno.
Sul mio versante, c’è stato un grande sforzo per creare un clima di empatia, per poter stabilire un contatto con le persone e intervistarle, filmarle, raccogliere le loro storie.
Ma con il mio kit smartphone, ho potuto andare in giro nel campo senza dare nell’occhio perchè non avevo una grossa telecamera sulla spalla.
Sono stato in condizione di prendere dei “campi stretti” di gente, famiglie e bambini perchè avvicinarmi a loro è stato più “naturale” di quanto accade se già da lontano sembri quello che sei, ovvero una troupe televisiva.
Inoltre, in certe situazioni, abbiamo raddoppiato la produzione perchè ci siamo potuti separare o riprendere le stesse scene ma da punti di vista diversi

Come ti sei avvicinato alla video/fotografia e al giornalismo?

Ho cominciato come fotografo per una squadra di football americano nella mia città natale, Salerno. Avevo 16 anni, dopo di chè è stato un passaggio naturale quello all’informazione. Ho cominciato a lavorare come reporter dopo il liceo, quando avevo 18 anni. Successivamente ho lasciato la macchina fotografica, “scambiandola” con un taccuino.
Lavorando per la Rai, è cresciuta l’esigenza di tornare al mondo dell’immagine in prima persona. Anche se c’è sempre un cameraman con me, ho comprato una piccola telecamera da portarmi dietro in caso di “missioni” sul campo.
Ho cominciato con una palmare MiniDv e poi ho seguito l’evoluzione tecnologica, anno dopo anno fino ad arrivare al rig con lo smartphone che sto usando attualmente.
L’anno scorso sono stato per un circa mese in Sierra Leone dove ho girato con una “mirrorless”, ho scritto, prodotto e poi montato un documentario da 62” sull’epidemia di Ebola (“Killa Dizez”), una produzione indipendente che ho realizzato da solo durante le ferie.
Adesso che posso dire di aver usato diverse “camere” e diversi set-up sono emozionato nell’assistere e nel continuare a seguire l’evoluzione tecnologica del settore.

 

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Un pensiero su “Mo-Jo/Mobile Journalism

  1. Pingback: La “televisione” in tasca – TASHAKOR

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