Diario dalla “jungla”

Fango Francese from Nico Piro on Vimeo.

Chiudo questa serie di post sulla mia trasferta nel nord della Francia, raccontando il dietro le quinte di una delle nostre giornata ne “la jungle”. Una serie di episodi “personali” magari utili a capire le tante contraddizioni della crisi rifugiati.

La zona industriale di Calais è avvolta da un persistente puzzo di candeggina, eppure l’enorme scalo dei traghetti dista in linea d’aria poche centinaia di metri quindi il vento dell’Atlantico dovrebbe soffiare forte e salmastro come sempre.
All’inizio sembra di stare in Sierra Leone, con gli onnipresenti bidoni di ipoclorito di sodio per disinfettarsi la mani e “bruciare” il virus dell’Ebola. Poi ti viene da pensare ad una procedura di sanificazione delle strade per via delle vicinanza con il campo. Invece all’ingresso della “jungla”, passato il cavalcavia sul quale scorre l’autostrada da e per gli imbarchi, il tanfo di fango, legno marcio, rifiuti putridi e cucine approssimative svela che quel puzzo di cloro è solo figlio della fabbrica più vicina.

All’ingresso della “jungla”, comincia sulla destra il “viale” sul quale si aprono ristoranti e negozi. Ormai questo non è più un campo di fortuna, è un vero e proprio villaggio, una baraccopoli come alla periferia di Freetown o di Nairobi. Le condizioni di vita sono terribili ma a vedere i tanti punti acqua, l’illuminazione del “viale” per la notte, la ditta comunale che pulisce le latrine chimiche persino questo squallore sembra lusso rispetto al campo di Grande-Synthe, quaranta chilometri a nord-est nei pressi di Dunkerque. “E’ com’era la jungla all’inizio” commentano in molti, il campo di Calais è nato più o meno dieci anni fa e oggi ci vivono all’incirca 5000 persone o almeno questa è la stima prevalente.

Abbiamo varcato l’ “ingresso” del campo da pochi metri, quando un uomo ci si scaglia contro, gridando che la dobbiamo smettere di riprendere perchè loro – i rifugiati – non sono scimmie allo zoo. Grida di una chiesa rotta e altre frasi confuse che faccio fatica a capire. L’operatore non aveva nemmeno cominciato a riprendere, abbassa la camera mentre io mi faccio incontro all’uomo, cercando di rassicurarlo e di stabilire un contatto anche “fisico”. Ci grida di andare a destra alla “broken church” mentre un gruppo di ragazzi sudanesi ci circonda sostenendo le ragioni dell’uomo (che poi scoprirò essere curdo). Lasciamo il gruppo, salutiamo senza mostrare paura, incamminandoci dal lato che l’uomo ci aveva indicato.

Sapevamo che gli interventi della polizia avevano fatto salire la tensione nel campo ma questo non è un buon inizio. Chiunque incontriamo ci fa segno di abbassare la camera. E’ una brutta atmosfera, un po’ come a Patrasso nel 2008, durante il mio primo giorno nella “piccola Kabul”, un luogo di uno squallore opprimente che rispetto alla “jungla” sembrava un hotel, fosse solo per il mite clima ellenico.
Di fronte ad uno dei ristoranti afghani, ho l’idea di giocarmi la carta del dharì. Entro e comincio a parlare in afghano, chiedo al cuoco-gestore come sta, come si chiami, da quale provincia venga e così via. Almeno non mi caccia via subito.
Quando gli dico che sono un giornalista italiano (e intanto il mio arrugginito dharì era arrivato al capolinea) comincia a parlare un po’ nella nostra lingua perché è stato in Italia prima di andarsene alla ricerca di lavoro. Faccio entrare Michele e finalmente si comincia a lavorare.

Continuiamo a camminare sul viale nelle direzione della “broken church” ma vicino alla “library”, la Chiesa dei ragazzi sudanesi è sempre in piedi. Andiamo avanti quando ad un certo punto, un ferro di cantiere, sepolto nel fango mi sgambetta. Inciampo anche se riesco a non cadere del tutto a terra, fermandomi con un mano sul vicino dosso scavato di fresco dalla pioggia della notte. Vengo circondato da un paio di ragazzi, uno di loro tira fuori dei fazzoletti di carta e mi pulisce la mano ma quando nota che non serve a nulla contro il fango nero e untuoso della “jungla” scappa via, gridandomi di aspettare. Quando, dopo qualche minuto, ricompare, lo riconosco: è l’uomo che all’ingresso ci aveva aggrediti verbalmente. Ha in mano una bottiglia appena riempita d’acqua e mi lava le mani. Poi prende a camminare con me verso la “broken church” che finalmente comincia a mostrarsi all’orizzonte. Si scusa per il suo sfogo e mi racconta della sua disperazione: è stato intervistato da molte tv negli ultimi mesi ma nulla è cambiato alla “jungla” che è ormai una trappola dove restare a tempo indeterminato.  E’ un curdo mussulmano  – dice – eppure non può accettare la distruzione della chiesa da parte della polizia.

img_7698Calais è ormai una zona militarizzata. Tutti i punti di possibile passaggio verso il Regno Unito sono difesi da almeno due barriere di rete metallica, alta – ad occhio – quattro metri  e coronata dal filo spinato. Vale per il tratto finale dell’autostrada verso il porto, per lo scalo merci dell’Eurotunnel, per la stazione del TGV, per i moli dei traghetti per Dover. Alla rete, si affianca la sorveglianza elettronica con scanner termici per individuare “esseri umani” tra le merci dei TIR e le telecamere a visione notturna. La sorveglianza umana è altrettanto intensa. Dall’autunno scorso, sono arrivati i rinforzi da Parigi: nuclei speciali della polizia e agenti anti-sommossa, sono piazzati strategicamente in ogni possibile punto di passaggio.
Ce ne vorrebbero altrettanti per fermare i trafficanti che vendono passaggi a 4000 sterline a cranio, un business che sembra scorrere come sempre.

Alla jungla, la polizia sta proteggendo l’attuazione del piano della locale Prefecture: creare una “buffer-zone”, una zona cuscinetto, tra la baraccopoli e l’autostrada. In sostanza per evitare che i rifugiati continuino a rallentare la corsa dei Tir per cercare di saltarci sopra e per fare in modo di avere una terra di nessuno, brulla e sgombra, quindi più facilmente sorvegliabile. Oggi le ruspe non hanno risparmiato nemmeno una chiesa, ecco cos’era la “broken church” che aveva fatto infuriare il mio nuovo amico curdo e che il giorno dopo finirà sulla prima pagina del quotidiano della regione.
La polizia francese in questi giorni di lavoro ci ha fermato una volta. Su uno dei cavalcavia nei pressi della stagione del TgV dove ci muovevamo – desumo – con fare sospetto (avanti e indietro ripetutamente, in realtà solo per trovar l’angolo giusto per le riprese). Due camionette del nucleo investigativo ci hanno affiancato e fermato, un controllo condotto con grande professionalità e rispetto. In tutte le altre occasioni in cui abbiamo chiesto agli onnipresenti presidi della celere di fare riprese, ci hanno sempre dato il via libera senza accampare motivi di sicurezza.
Anche nel corso di questa operazione di abbattimento, il capo del nucleo ci fa segno che possiamo passare il primo cordone di sicurezza per fare il nostro lavoro. Niente da dire, una prova di professionalità almeno verso la stampa (ci sono forti polemiche invece per violenze sui rifugiati).

Girando intorno al campo, scoprendolo sempre più grande, arriviamo nella zona dei container. Sono tanto bianchi da riflettere la luce opaca delle nubi di Calais. La Prefecture li ha fatti installare da un paio di settimane e gli operai continuano a lavorare a nuovi collegamenti alle fogne e all’acquedotto. Queste strutture hanno dell’irreale, sembrano astronavi candide e immacolate scese per caso tra le dune atlantiche di questa ex-discarica e le baracche da bidonville africana, piantate nel fango del nord Europa.

Ci avviciniamo all’ingresso, senza entrare, e veniamo allontanati a forza di grida. Una delle guardie private esce dal suo gabiotto e urla “no camera” tentando di spostare l’obiettivo, sembra un invasato. Mi avvicino all’operatore e allontano (con poche e decise parole) il bullo in divisa, spiegandogli che quella è nostra proprietà e non ha in diritto di toccarla. Poco più avanti continuiamo a riprendere il campo container attraverso la sua recinzione, del resto se ci potevano essere delle esigenze di sicurezza (mah!?) legate all’ingresso che pure il bullo non è riuscito a spiegarci, ora non ci può essere alcun motivo per impedirci di riprendere. Inoltre siamo su suolo pubblico e riprendiamo tutto ciò che è visibile dall’esterno, non è mica un’operazione di spionaggio! Il bullo riappare e continua a gridare attraverso la recinzione, a questo punto gli spiego (con un tono di voce analogo al suo) che non può impedirci di fare il nostro lavoro, che la libertà di stampa va rispettata e così via.
Non contento, il bullo comincia a minacciare con frasi da chi ha visto troppi film d’azione. Dopo poco ce lo ritroviamo dal nostro lato, al di qua della rete, si avvicina ad un centimetro dalla mia faccia ma non riesce ad intimorirmi, tenta anche di spintornarmi ma alla fine se ne torna indietro in buon ordine capito che non ero esattamente un cliente facile.
Intanto intorno a noi si era radunata una piccola folla di rifugiati che, ovviamente, tenevano per me, mentre altre due guardie private – abbastanza imbarazzate – restavano in silenzio di fronte alla sceriffata del bullo.
Nonostante le conseguenze minime sulla nostra incolumità, è un episodio gravissimo.

Se uno di quelli che passa la sua giornata a controllare l’accesso al campo “spaziale” si comporta così con dei giornalisti bianchi, occidentali, europei come si comporterà con dei rifugiati, dalla pelle più o meno scura e senza alcun diritto? La risposta mi sembra aiuti a comprendere perchè il campo “spaziale” pur avendo condizioni infinitamente superiori a quelle della “jungla” a pochi metri di distanza, in realtà sia semi-deserto. Tra l’altro ai rifugiati viene chiesta una registrazione biometrica (l’impronta non dei polpastrelli ma del palmo della mano) che dovrebbe servire solo a gestire gli ingressi al campo ma che ha suscitato molti sospetti tra i profughi, amplificando la loro paura di venir registrati in un Paese diverso dalla Gran Bretagna dei loro sogni. Senza considerare che la struttura è solo un dormitorio, non ha cucine nè altri servizi come le lavanderie che invece – per quanto nello squallore totale – le tende e le baracche possono offrire.

Circumnavigare la “jungla” è stato un viaggio di qualche ora ma carico di rivelazioni e scoperte.

 

 

 

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