Il senso di Hollande per la guerra

Il presidente francese, fino a venerdì in totale caduta libera di consensi, sta ben cavalcando l’emergenza terrorismo in Francia, dando risposte forti ad un Paese sottoshock che ha bisogno di essere rassicurato. Ha dichiarato guerra all’ISIS, di fatto riconoscendo lo status di entità nazionale all’autoproclamato Califfato Islamico e imbarcandosi in un’avventura bellica dagli esiti molto incerti.
Va detto che Hollande è un presidente con la passione per la guerra, dopo aver ritirato le truppe francesi in anticipo dall’Afghanistan – come da promessa elettorale – si imbarcato nel conflitto in Mali e in Mauritania, ancora non finito ma anzi estesosi al Niger.

In questi anni, gli Stati Uniti sulla Siria hanno sbagliato tutto. Se Obama ha fatto bene a non imbarcarsi in un’altra missione in stile Iraq o Afghanistan, è evidente che la volontà di non aiutare Assad (de facto, lo sottolineo perchè non voglio esser preso per complottista!) ha finito con l’aiutare l’ISIS, il nemico principale del regime che non piace all’occidente.
Di mezzo ci si è messa l’ambigua Turchia che ha fatto come il Pakistan con i talebani, ha aiutato l’ISIS tentando così di abbreviare la vita di Assad per poi prendersi un pezzo di Siria. Gli attentati nelle strade turche sono la riprova che al diavolo terrorista puoi tirare i fili ma solo fino ad un certo punto perchè, comunque, ha la forza di muoversi da solo. Un cocktail di ingerenze al quale si è aggiunto l’elemento saudita o comunque dei Paesi del Golfo, sunniti nemici dell’Iran sciita
E’ innegabile che la Francia abbia rotto questo equilibrio perverso cominciando a colpire obiettivi (vedi quelli a Raqqa) che erano sotto gli occhi di tutti (i satelliti). Ma è chiaro che questo show muscolare non è una passeggiata e non risolverà il problema.  Sicuramente le bombe aiuteranno a fermare lo sfruttamento dei pozzi petroliferi, principale fonte di finanziamento dell’ISIS (o IS o ISIL o Daesh, come preferite), ma Raqqa – tanto per fare un esempio – non è una base militare, è una città, ancora abitata da migliaia di persone. Ogni bomba che cade, il bilancio delle vittime civili aumenta (presumibilmente, perchè tra la propaganda incrociata non possiamo verificarlo).

Inoltre il c.d. califfato ha avuto mesi per preparasi allo scenario peggiore e se un confine turco finalmente “sigillato” ha tagliato l’afflusso di reclute, restano grandi nodi di fondo da sciogliere. In Iraq i sunniti sono schierati con l’ISIS perchè non tolleravano più gli abusi del governo sciita, in aree – come Tikrit – riconquistate dalle forze governative di Baghdad, ci sono documentati casi di violenze ai danni dei sunniti. Quella in Siria, da rivolta democratica (inizialmente sulla scia della primavera araba) è diventata scontro religioso di sunniti contro la minoranza sciita (alawiti) che controlla il Paese. In Siria ormai si sta consumando uno scontro tra potenze regionali e globali: Russia, Iran, Hezbollah libanesi da un lato; Turchia, Paesi del Golfo, USA dall’altro. E’ difficile che le bombe di Hollande possano rimettere tutto a posto, ipotizzando che – cosa non facile – siano efficaci sul piano militare (dell’annientamento del nemico).
Del resto la storia recente è piena di campagne aree fallimentari senza truppe sul campo e gli attacchi turchi ai curdi, hanno messo nell’angolo l’unica fanteria disponibile contro l’ISIS.
In questo rompicapo, anche Obama è in serie difficoltà. La sua scelta di non imbarcarsi in un Iraq due è stata encomiabile, salvo il fatto che intanto l’ISIS è cresciuto e gli investimenti americani per creare forze moderate anti-Assad si sono rivelati come uno spreco di denaro pubblico. Ora il presidente è sotto attacco dei repubblicani (a difendersi dai quali ha dedicato buona parte della conferenza stampa al G20 turco) e ha contro i governatori di una trentina di stati che non vogliono i rifugiati.

Chi si illude che un po’ di bombe possano risolvere una crisi ormai tanto estesa, complessa e ramificata, o è troppo ingenuo o è in malafede.

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