Quel passaporto siriano a Parigi

Qualche settimana fa, mentre ero in Nord-Europa a seguire le ultime tappe del viaggio dei rifugiati nel vecchio continente, un benestante signore dell’ex-Germania dell’Est mi raccontava di treni carichi di rifugiati stoppati – con il freno d’emergenza – nel mezzo delle campagne per far scendere decine e decine di “soldati” salafiti sottraendoli all’identificazione.
Questa storiella. che circola ampiamente, non ha alcun riscontro nei fatti, è solo un rumor ma ben descrive la paura dell’ “invasione” ovvero dell’utilizzo da parte dell’ISIS e di organizzazioni assimilabili del flusso dei rifugiati come di un canale attraverso il quale far scorrere – indisturbato – un bel numero di miliziani sotto copertura, la quinta colonna.

Teoricamente è possibile. Tra l’altro la stupida rigidità dell’accordo di Dublino è tale da far coincidere identificazione/registrazione con la presentazione della domanda d’asilo, ciò ha spinto migliaia e migliaia di rifugiati e ha costretto diversi Paesi a saltare il primo passaggio (l’identificazione) visto che i richiedenti asilo vogliono presentare richiesta d’accoglienza in Paesi dove hanno parenti e dove, comunque, è più facile ottenere lo status di rifugiato (il Nord Europa in generale). Tutto ciò ha creato un ambiente ideale per consentire a centinaia di possibili “infiltrati” di fermarsi “per strada”, nei Paesi europei di transito, e passare in clandestinità.

Il passaporto siriano ritrovato a Parigi sul luogo di una delle stragi (documento transitato attraverso i balcani) altro non è che la conferma di questa teoria o almeno così appare a molti. Se non fosse che potrebbe essere falso o manomesso, potrebbe essere di una vittima, potrebbe essere stato piazzato lì proprio per confondere le indagini.

Lasciando perdere il lavoro degli investigatori, di per sè già difficile, ci dovremmo invece fare una domanda: l’ISIS, Al Qaeda, il Califfato, Boko Haram o chi per loro, avrebbero bisogno di trasferire “soldati” sul suolo europeo? La risposta è chiaramente negativa, per due semplici motivi: 1) ce li hanno già 2) conquistare l’Europa non è esattamente il loro obiettivo.

La storia degli attentati compiuti dopo l’11 settembre in territorio europeo e statunitense è punteggiata di immigrati di seconda/terza generazione, cittadini nazionali di origini straniere, nati nel Paese che hanno poi colpito, quasi sempre dopo uno o più viaggi di “studio” in campi d’addestramento. Non esiste riscontro su pendolari del terrore arrivati appositamente per colpire il bersaglio,
quella che viene definita “radicalizzazione” cioè trasformazione di un cittadino “della porta accanto” in un “lupo solitario” o in un membro di una “cellula dormiente” di solito avviene nelle periferie (ricordate quelle in fiamme in Francia un’estate di circa dieci anni fa?) e nelle moschee di un sottoscala in una metropoli europea.

L’ISIS, l’ISIL, l’iS o i “cattivi” (semplifichiamo dai!) non hanno bisogno di soldati anche perchè questo non è un conflitto d’attrito o di trincea, qui non c’è terreno da conquistare, la seconda guerra mondiale o la terza immaginata ai tempi della “cortina di ferro” è roba del passato. Quello che il terrorismo islamico vuole è da un lato indebolire la volontà e l’impegno militare di quei Paesi che stanno aiutando (direttamente o indirettamente) Damasco e Baghdad perchè hanno bisogno del loro “stato”, del loro nuovo “Afghanistan” dove fare base e soprattuto fare soldi (petrolio, reperti archeologici, donazioni dal Golfo, dazi su traffici di ogni genere). Dall’altro lato, l’ISIS vuole diffondere il terrore e dare prove di forza per reclutare nuovi adepti (non solo in Europa ma in tutto il mondo) e soprattutto per colpire l’opinione pubblica radicalizzando lo scontro e amplificando l’odio; per raggiungere questo obiettivo non ha bisogno di un esercito, gli basta anche solo una persona e una rete d’appoggio (per inciso quella franco-belga, probabilmente la stessa dietro l’attentato a Charlie Hebdo e gli attacchi di venerdì sera, non è stata ancora individuata e smantellata).

Insomma che quel passaporto sia un indizio o solo una distrazione è sicuramente importante da capire ma è anche un dettaglio marginale, materia buona per gli accattoni del voto e i professionisti della paura, che sta facendo consumare fin troppo inchiostro.
Se vogliamo davvero capire qualcosa di questo mondo parallelo insediato alla periferia di molte metropoli europee, cominciamo a favorire l’ “emersione” delle moschee; togliamole dai sottoscala e consentiamo il loro insediamento in edifici e luoghi “più trasparenti”, a quel punto sarebbe più facile anche individuare e togliere combustibile a quei predicatori radicali a quei reclutatori che nelle stamberghe trasformate in luoghi di preghiera sfruttano la marginalizzazione per costruirsi degli habitat all’interno dei quali impongono le loro regole, una “bolla” isolata all’interno del tessuto sociale. Ma questa non sarebbe una mossa utile solo all’intelligence, sarebbe anche integrazione ovvero distruggere l’ecosistema dove si insedia la “radicalizzazione”. Quando si smetterà di parlare per slogan? Forse quando sarà troppo tardi?

cament

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