KILLA DIZEZ – Backstage (3)

Che calore!

Descrivo separatamente le difficoltà operative legate al contagio, in questa sezione mi concentro su quelle strettamente tecniche.

Diciamo che, in generale, tutto ha funzionato al meglio: il kit ha fatto il suo lavoro egregiamente.
Il problema più grande che ho dovuto fronteggiare è stato il calore. Tutte le mirrorless, per motivi legati alle loro ridotte dimensioni, hanno problemi di sovra-riscaldamento in particolare in modalità video per intervalli prolungati di utilizzo. Nel caso dell’a6000 diciamo che – in condizioni normali – il problema si presenta dopo circa 40/45 minuti di lavoro continuativo, Il viewfinder diventa nero e compare l’ “overheating warning”. La macchina va spenta e lasciata raffreddare.
E’ ovvio che se si unisce lo scafo in metallo nero al sole a picco africano, il problema può diventare un handicap pesante, soprattutto se si cerca di lavorare ogni giorno il più a lungo possibile.
C’è poco da fare per porvi rimedio, quel poco possibile l’ho fatto.
Io ho provato sostanzialmente a sostituire le batterie il più possibile perchè la batteria produce calore esattamente come il chip, se non di più.

Sostituire le batterie di frequente anche se a metà carica (magari per lasciarle raffreddare e sostituire quella in uso che intanto si è riscaldata) è un buon modo per estrarre il carbone ardente dal corpo macchina. Fermo restando che estrarre il chip è impossibile, alias è la camera stessa a produrre calore.
L’altro espediente abbastanza efficace è allontanare il display dal corpo macchina ma ciò ovviamente crea problemi con l’allineamento (e il fissaggio) del viewfinder esterno.
Ops…l’ultimo rimedio, stavo quasi dimenticandolo: togliersi la camicia e coprire la camera (incuranti delle ustioni da abbronzatura non desiderata) oppure portarsi dietro una t-shirt bianca e usarla come parasole di fortuna (vedi foto).

Batte-Ria

Mercato FreetownIn generale l’a6000 ha un consumo massiccio di batterie (io ne avevo con me ben nove e in media ne ho sostituite dalle 5 alle 6 al giorno, perché completamente esauste) quindi bisogna procurarsene un numero adeguato, evitando i ricambi originali Sony perché anno prezzi proibitivi. Di batterie di “terze parti” se ne trovano in abbondanza tra Amazon, B&H e negozi specializzati. Ovviamente non basta comprare le batterie, c’è bisogno di più carica-batterie per poterle trovare pronte in carica all’inizio della giornata senza essere costretti a mettere la sveglia durante la notte. Anche in questo caso, il mondo delle “terze parti” offre soluzioni alternative a prezzi più che accessibili. La macchina in realtà può caricare una batteria grazie al cavetto usb in dotazione (nel senso che dalla scatola non viene fuori un caricabatterie) ma è lento e contribuisce, ovviamente, a tenere ben caldo il corpo macchina.

A proposito di consumi, l’utilizzo dell’EVF (in pratica l’oculare) li fa schizzare alle stelle quindi va assolutamente evitato se si hanno di fronte delle lunghe sessioni di lavoro. Sotto il sole abbagliante d’Africa, allo stesso tempo è impensabile usare il display. Da questo punto di vista il view finder esterno che ho montato sulla camera è stato una salvezza.
Per la cronaca, l’EVF dell’a6000 ha una resa fantastica e realistica, è una delle innovazione (una mini-camera che guarda al sensore) che hanno consentito alla Sony di trasformare le mirrorless in vere alternative alla reflex.

In viaggio

Diciamo che le batterie hanno rappresentato un enorme problema in questa produzione anche per un altro (banale ma drammatico) motivo.
In generale, in viaggio, pur sapendo di dovermi sottoporre a perquisizioni corporali, passaggi multipli sotto il metal-detector, controlli anti-esplosivo ed ogni genere di complicazione che un addetto alla sicurezza può crearvi quando si trova di fronte una valigia piena di fili e circuiti stampati, porto tutta l’attrezzatura “sensibile” con me, nel bagaglio a mano.
Questo per evitare che ritardi nella consegna dei bagagli, furti e smarrimenti mettano a rischio la produzione in posti dove non è esattamente facile procurarsi dei “ricambi”.
Ovviamente forte di questa regola mi sono presentato al check-in con un bagaglio a mano molto sopra il tetto dei sette chili che la Royal Air Marocco, ho dovuto spostarne una parte nel bagaglio imbarcato. La mia mania di proteggere tutto mi ha probabilmente fregato: le batterie e il carica-batterie erano in un piccolo camera-case imbottito. Qualcuno (presumibilmente all’aeroporto di Casablanca, ben noto per episodi del genere) ha ben pensato che si trattasse di una macchina fotografica o di una telecamera. Risultato finale: io mi sono ritrovato impossibilitato a lavorare (tranne che per un paio di batterie che avevo per ogni evenienza in tasca) e l’anonimo ladro imbecille si è ritrovano con qualcosa per le mani senza alcun valore di mercato.

Dopo il panico iniziale, mi sono messo al lavoro per cercare di recuperare quella che sembrava essere il “de profundis” sull’intero progetto. Dopo aver scoperto che Amazon non consegna in Sierra Leone che i pochi corrieri espresso che servono il Paese lo fanno con tempi più lunghi della media, ho cercato una soluzione in Italia. L’ho trovata in un (fantastico) negozio on line ma i tempi di consegna (pur nelle 24 ore) erano incompatibili con il viaggio di un team di esperti in arrivo dall’Italia, pronti a fare da “corrieri”. A quel punto non potevo che cercare batterie e carica batterie in un negozio “fisico” a Roma. Missione pressoché impossibile da Freetown (Skype o non Skype) e persino da Roma, dove intanto mia moglie e un po’ di amici si erano messi al lavoro (aiutati da un mezzo-nubifragio in corso, con corollario di allagamenti, ingorghi e traffico romano). Alla fine grazie alla mia collega Celia Guimaraes e al fotografo Marco Sforzi (suo marito, entrambi citati nei titoli di coda) le batterie e i caricabatterie sono stati trovati da un fornitore romano, all’apice di una sequela di chiamate andate a vuoto in altri negozi. Il materiale era originale Sony – costato una bella cifra – ma di evidente qualità superiore, a cominciare dal caricabatterie universale per tutti i formati della casa giapponese. Alla fine sono riuscito ad incastrare un altro arrivo dall’Italia e quindi ho potuto anche ordinare più batterie (altre cinque) e caricabatterie (altri due) on line, in maniera tale da averne il numero necessario mentre con il materiale “originale” sono riuscito a coprire i primi due giorni di produzione e quindi di relativo “ambientamento”:

Assenti

In generale, penso di aver avuto a disposizione tutto il materiale necessario. Con il Dal serbatoio dell'ETCsenno del poi, avrei dovuto portarmi dietro una cuffia “riflettore”, sarebbe stata utilissima in varie occasioni ma soprattutto nel “viaggio” a casa con la piccola Memunatu per bilanciare la luce sul divanetto posteriore del pick-up, tagliato a metà dall’ombra sulla destra e il sole che entrava del finestrino a sinistra, con il lunotto di sfondo a complicare ulteriormente l’esposizione.
L’altra cosa che volontariamente non ho usato sono stati i filtri, pensando di evitare altre complicazioni in “fotografia” ma temendo che nelle giornate di caldo più intenso il cielo sarebbe diventato un abbagliante panno bianco da contrastare appunto con un filtro. In realtà, è andata diversamente perché il cielo d’Africa non mi ha mai tradito e la colorimetria dell’a6000 è stata fantasticamente fedele rispetto all’esplosiva
Con un budget diverso, avrei potuto integrare il kit con un lcd hd esterno, da usare con l’apposito oculare taglia-sole. Di certo mi avrebbe aiutato ad avere maggiore accuratezza nel fuoco e nella composizione dell’immagine ma, a pensarci bene, avrebbe significato: altro peso, altre batterie, altre “fragilità” elettroniche esposte alla rudezza d’Africa. I vantaggi non avrebbero compensato questi svantaggi.

L’altra cosa che non ho pensato a portarmi dietro sono le mie care, vecchie, ginocchiere della Blackhawk, pensate per sparare in posizione inginocchiata, ideali per fare riprese da terra su terreni accidentati o, comunque, sui quali una piccola ferita, un graffio possono porre grossi problemi di contaminazione.
Di sicuro, la cosa che vorrei aggiungere al mio kit è un set di filtri, ma in realtà vorrei aggiungere ai miei skills la capacità di gestirli senza dovermi trovare di fronte un tale numero di parametri aggiuntivi che mi spingano – com’è stato in questo caso – a farne a meno.

My way

SurvivorPrima di passare alla prossima puntata di questo “backstage” che sarà tutta sul tema del contagio e quindi delle “condizioni di lavoro”. un nota finale. L’ho ripetuto qui e lì, ma preferisco dirlo chiaramente: questo non è il kit ideale, è il mio kit ideale quindi potrebbe non andare bene per tutti e per tutte le situazioni. Sono sicuro di una sola cosa: le ricerche “di mercato” ovvero la selezione dei prodotti è stata fatta con il massimo scrupolo e a largo raggio, navigando tra gli iceberg delle “descrizioni tecniche” e delle promesse spesso non mantenute oppure mantenuto da certi device a prezzo di grosse complicazioni.
Per esempio, se avete le spalle più larghe e le gambi più forti delle mie potete scegliere una full frame e magari portarvi dietro un boom con un registratore esterno mixer. Insomma tutto è opinabile ma dovendo rifare una “solo mission” nelle condizioni estreme equivalenti a quelle della Sierra Leone in piena epidemia, beh…riconfermerei questa “squadra”.

Addendum….
Dopo aver pubblicato il post, tra gli appunti è spuntato qualcosa che mi era sfuggito. Il bianco è sempre stato fatto in manuale ma per calibrarlo non sono state usate delle “schede” colore, al contrario mi sono servito dell’ExpoDisc, un diffusore di luce che si appoggia sull’obiettivo per effettuare uno scatto test, sul quale poi la macchina calibra il bianco. Il sensore del bianco nelle nuove macchine è ottimo e sbaglia raramente (lo fa soprattutto in penombra) ed è persino rischioso cercare di fare la taratura manuale ma è stata una scelta che non rimpiango.
Ultima cosa…rinunciando a non fare entrare l’onnipresente polvere d’Africa nella macchina al cambio lente (si fa prima ad indovinare i numeri vincenti del SuperEnalotto) in quanto a pulizia mi sono limitato a quella della lente non osando tentare quella del sensore, per farlo non potevo usare panni o spray (avrebbe significato trovare il panno già inzuppato di polvere) al contrario mi sono servito di una “penna”.

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2 pensieri su “KILLA DIZEZ – Backstage (3)

  1. Pingback: KILLA DIZEZ – backstage (2) | TASHAKOR

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