KILLA DIZEZ – backstage (2)

Tre piedi…

IMG_2119Il cavalletto è probabilmente l’accessorio più odiato della storia contemporanea della video-fotografia. Avendone tre, una delle sue gambe te la ritrovi sempre tra i piedi.
Purtroppo se si intende usare una “macchina fotografica” (le virgolette sono d’obbligo) per girare video, è un accessorio non solo fondamentale ma irrinunciabile. La telecamera, con tutti i suoi limiti “fotografici”, resta l’attrezzatura d’elezione per “girare”, perché è bilanciata, è stabile e può essere utilizzata a spalle come a mano. Tutte cose molto più difficili con una “macchina fotografica”, per ovvi motivi di peso, ergonomia e dimensioni, per questo è necessario usare sempre il cavalletto e smettere di illudersi di poter usare la macchina in certi movimenti come se fosse una telecamera (per questo genere di esigenze sono stati sviluppati dei rig – dei telai – che tengono l’apparecchio bilanciato e ne consentono un’impugnatura ad uno o due mani, peccato che oltre ad essere molto ingombranti e quindi sconsigliati per questo genere di “assignment”, sono anche molto car).

Brillantemente, ho evitato di comprare un cavalletto negli Stati Uniti, visto che in Italia abbiamo tra i principali produttori al mondo di cavalletti ma alla fine – ovviamente – sono finito a comprarne uno americano pagandolo ben più di quanto avrei fatto oltreoceano.
Il MeFoto RoadTrip è tutto in alluminio con parti ricavate dal pieno ed elettrocolorate, leggerissimo (circa 1,6kg – i grammi che si risparmiano con la versione in carbonio non giustificano la differenza di prezzo, in caso di budget limitato) e piccolo, particolarmente compatto in chiusura grazie al rovesciamento del classico “verso” di ripiegamento dei tripod.
Dal cavalletto ho dovuto rimuovere la testa a sfera, per sostituirla con una testa fluida ovvero adatta ai movimenti del video (la XPro della Manfrotto). L’aggiunta mi ha fatto perdere un po’ di compattezza in chiusura ma niente di davvero problematico. Il risultato finale era – secondo me – ben migliore per peso e dimensione rispetto ad un cavalletto video già pronto, almeno guardando a quelli disponibili sul mercato a prezzi ragionevoli.

La Seconda Camera
La GoPro (una 3+Silver) è stata una scelta praticamente obbligata come seconda camera. Inizialmente pensavo di usarla solo per controcampi all’interno delle auto, riprese di trasferimenti (all’esterno dell’auto), piccoli dettagli a completamento delle riprese. Invece mi tornerà molto utile…tra poco vedremo come.

A livello di accessori (che come al solito messi insieme finiscono per costare molto Nico Piropiù della singola GoPro!) ne ho portato vari con me, quelli che ho usato maggiormente sono stati: la ventosa (dentro/fuori l’auto), la Stedicam Curve, il Power Pole e la fascia elastica con l’attacco sulla fronte.
La Stedicam Curve è la più piccolo della famiglia che ha inventato il concetto stesso di stabilizzazione di Camera, è molto difficile da bilanciare ma il suo costo ridotto e la sua semplicità d’utilizzo valgono molto di più della miglior performance di uno stabilizzatore elettrico o meccanico ma più complesso da mettere in marcia.
Per utilizzare la Stedicam ho dovuto comprare il monitor posteriore della GoPro sul cui peso sono tarati i dischi che mettono “a bolla” il tutto.
Il Power Pole (comprato su KickStarter) è un’asta come tante disponibili sul mercato per “estendere” il punto di visione della GoPro, ma in aggiunta ha un pacco batterie interno e la possibilità di agganciare (con un’apposito accessorio) l’iphone alla sua base in maniera tale da usarlo come monitor (tramite l’app e il wifi).
In realtà la possibilità di usare la batteria è pensata per una “camera nuda”: una GoPro assicurata al classico innesto a vite, tramite il telaio perimetrale. Ma portare in giro la camera – soprattutto in area di crisi – senza la protezione offerta dallo scafo esterno non era nemmeno pensabile, per questo – avendo un case esterno in più con un chiodo caldo e una lima per legno ho provveduto a realizzare un buco nella zona dell’ingresso usb che mi ha consentito di utilizzare la fonte di alimentazione (ovviamente a quel punto lo scafo non era più anti-acqua ma di sicuro anti-shock) oltre al microfono esterno che la stessa Power Pole aveva inserito nel kit lanciato su Kick Stater.
In realtà ho utilizzato anche un altro supporto per la GoPro, l’attacco “capture” della Peak Design che consente di agganciare la camera allo zaino – non stabilissimo ma molto utile per andare in giro avendo sempre una camera “puntata” e pronta al fuoco con un semplice click. Della stessa linea della Peak Design ho utilizzato lo “strap” (la fascia porta camera) per l’a6000 che vestivo “a bandoliera” in pratica lo stesso effetto di una classica “action strap” ma senza dove impegnare il perno sotto la macchina, come invece richiede la linea della BlackRapid (nel mio caso, perno già molto impegnato).

Le interviste

Se il LensHopper ha risolto il problema dell’audio ambiente, restava da risolvere quello delle interviste. Se
mpre in mancanza dell’audio-in, non era possibile usare né un collarino a filo, né uno radio senza un registratore esterno, ipotesi già esclusa a priori. Per motivi di costo e di affidabilità (dubbi sulla), è stata scartata l’ipotesi della soluzione offerta da Sony (una “pulce” bluetooth connessa alla slitta “intelligente” del flash).
Tentando una disperata Set intervistemanovra di rianimazione del budget, la soluzione è stata trovata nello SmartLAV un collarino a filo della Rode da connettere allo smartphone con l’apposita app della Rode (con molte opzioni di configurazione).  E’ ovvio che si sta usando l’iPhone per fare qualcosa per cui non era stato progettato – il registratore broadcast – ma oltre al costo, la soluzione aveva un grosso vantaggio: il telefono è sempre con te, quindi non c’era un ulteriore “pezzo di tecnologia” da portarsi dietro.
Il risultato complessivo (a parte un po’ di saturazione sui picchi) è stato buono, l’esperienza mi ha insegnato una cosa che l’app Rode ha un grosso difetto, facilmente aggirabile se se ne conosce l’esistenza ma potenzialmente “letale”. In pratica se non si mette il telefono in “blocco” all’avvio della registrazione, la stessa si interrompe quando il “blocco” parte in automatico. Di certo il “pano” è un buon back ma da usare solo in casi d’emergenza visto il rumore di fondo che entra da ogni versante. In generale sarebbe meglio attivare anche la modalità aereo, vuoi vedere qualcuno ti chiamasse nel mezzo di un’intervista (capita, credetemi…dopo ore e ore di solitudine).
Sempre a proposito di interviste, in generale pur nell’essenzialità della situazione e nell’approccio necessariamente spartano ho sempre cercato di allestire dei “set” con una certa profondità di campo, meglio se uno sfondo dinamico e con un bilanciamento della luce tra naturale e artificiale. Per questo ho usato la Genarey a led (modificando la temperatura della luce) e piazzandola dove possibile grazie ad un GorillaPod con testa a sfera. In pratica è il mini-cavalletto che – in altre occasioni – uso per la GoPro o per rapidi “appoggi” di macchine fotografiche ma che in questo caso è diventato strategico perché grazie alle sue estremità “flessibili” poteva arrampicarsi su reti, panche, sedie, pareti…un po’ come l’uomo ragno e puntare quindi la luce alla bisogna.

Il trasporto

Set interviste Solitamente, gli zaini fotografici sono dei pessimi zaini e inoltre sono spesso pensati per corredi che nessuno porterà mai in giro (risultato finale un sacco di scomparti vengono utilizzati per riporvi dentro altra roba (dalle bottigliette d’acqua alle mutande sporche, passando per il kit di pronto soccorso) che non dovrebbe stare tanto a contatto con strumenti di lavoro delicati come le ottiche, i corpi o le luci) mi sono “inventato” una soluzione che sul campo si è rivelata assolutamente pratica ed efficace. In pratica ho messo insieme la protezione delle borse rigide e la praticità degli zaini tattici.

Ho comprato una borsa rigida water-proof della Nanuk e ho ricavato nella spugna
shock-proof dell’interno, gli alloggiamenti per l’a6000, le due ottiche, la GoPro con il monitor, il microfono (con il “cane”), la luce led. La borsa l’ho infilata in uno dei miei zaini preferiti (diciamo che la collezione è vasta) ovvero un BlackHawk STRIKE (azienda statunitense di forniture militari) in cordura balistica (con sacca idrica estraibile) e con sistema “molle” che consente di aggiungere – senza problemi di carico – una pressoché infinita serie di tasche e borsette. Io ne uso solitamente due, sui fianchi dello zaino: una per il pronto soccorso, l’altra per le evenienze del caso (ovvero assieme alle due tasche frontali esterne) tutto ciò che deve essere rapidamente reperibile e che ha meno problemi di protezione e di impatto.
A prescindere dalla protezione fisica (e dalle preghiere del caso) la parte “sensibile” dell’attrezzatura, all’acquisto, è stata protetta con un’assicurazione sui danni accidentali, sia B&H che BeachCamera hanno una propria compagnia che assicura il materiale tecnico da loro venduto (rispettivamente SquareTrade e Mack) e ne garantisce la riparazione in tutto il mondo, in caso di incidente. Una consolazione di certo ma nulla che può davvero risolverti il problema di una macchina rotta nel mezzo dell’Africa occidentale e con dei tempi limitati di produzione, per questo meglio affidarsi alla borsa e all’attenzione.

PS: giusto a scanso di equivoci, la produzione non ha avuto alcuno sponsor (tecnico e non) il materiale è stato tutto comprato, i link – siano essi ad aziende o negozi – sono inseriti solo allo scopo di aiutare chi legge

2 – Continua

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