Endgame

La fine dei dittatori ha sempre un qualcosa di illogico e di curioso come ci stanno ricordando questi ultimi due anni di rivoluzioni (seppur tradite) in Medio Oriente.
Parliamo di uomini che per anni hanno potuto decidere persino del destino del loro ultimo “suddito”, che hanno avuto la forza e la protervia di fare irruzione sin’anche nelle cose minime della vita di una persona ritrovatasi entro i confini dei loro “regni”. Uomini che hanno speso un fiume di denaro per costruire un’immagine della propria persona lontana dalla realtà e infilarla nelle menti della gente. Uomini che un fiume di denaro di portata ben maggiore lo hanno dirottato verso le proprie tasche e verso quelle della corte che li circondava; soldi di tutti: contratti petroliferi, commesse pubbliche, concessioni telefoniche, aiuti internazionali.  Uomini che non riescono a togliersi di mezzo per aiutare il proprio popolo nemmeno quando il loro destino è ormai segnato.
E’ accaduto in Libia come sta accadendo in Siria. L’operazione “vulcano” che per quasi sei giorni ha trasformato il quartiere di Maidan a Damasco in un campo di battaglia ha rappresentato il salto di qualità nelle azioni di quella che è ormai una guerriglia organizzata in un conflitto che da insurrezione spontanea è ormai diventato una guerra civile. La situazione siriana è in stallo, nè la diplomazia (ormai marginale dopo mesi di incertezze occidentali e di veti russo-cinesi) nè le armi sembrano portare ad una soluzione. La guerriglia armata dall’esterno (presumibilmente dagli stati sunniti del Golfo) è diventata molto più forte ma se avanza non riesce a controllare il terreno. L’esercito perde pezzi e deve spostarsi da una parte all’altra del Paese per tappare le falle aperte dai ribelli ma, seppur lentamente, alla fine ci riesce. E’ una situazione come quella libica (dove fu decisivo l’intervento Nato). Nonostante ciò, è chiaro che in Siria il regime è spacciato: tra sanzioni economiche, isolamento internazionale e defezioni varie, c’è solo da capire quanto tempo potrà durare. Bella domanda, dalla risposta difficilisima.
L’unica cosa che potrebbe risparmiare altre sofferenze ai civili siriani (al di là delle non verificabili cifre dell’opposizione siriana la loro sofferenza è fuor di discussione) sarebbero le dimissioni di Assad magari con il salvacondotto che gli ha offerto oggi la Lega Araba. Sarà che chi pensa di aver un potere assoluto (e di fatto l’ha avuto per anni) ha difficoltà ad ammettere che anche gli “altri” (ribelli, comunità internazionale, alleati, ex-alleati) possono avere un pur minimo ambito di potere. Sarà il desiderio di mantenere in piedi un sistema fatto di interessi economici, potere, relazioni o forse solo l’effetto di troppi anni spesi in una dimensione parallela di vita (la corte) che distorcela realtà. Eppure la via di fuga sembra non volerla imboccare nessuno, Assad in primis che pure verrebbe accolto bene in Russia come in Iran. Sarebbe un modo per evitare di finire sgozzati sul cofano di una macchina alla periferia di una città polverosa, sarebbe un modo per salvare (e godersi) la parte di quell’immane patrimonio rubato alla propria gente e sfuggito in qualche paradiso fiscale alle sanzioni finanziarie, sarebbe un modo per far fermare il bagno di sangue.
Ma si sa, i dittatori sono illogici quanto sanguinari. Anche quando decidono di suicidarsi portano con se nella tomba migliaia di persone innocenti in un salto nel vuoto lungo come una dolorosa agonia.
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