Il processo e le vittime anonime

I media, come solo in America riescono a fare, stanno scavando nella vita del soldato Bales, il massacratore di Kandahar. Dopo un silenzio (senza precedenti) di sei giorni sulle generalità del sergente, ora che si trova in un carcere americano, inzia ad emergere il ritratto di un soldato modello, arruolatosi dopo l’11 settembre, finito in un bel po’ di situazioni calde sul campo di battaglia iracheno, sopravvissuto ad almeno un ordigno ied, con molti debiti sulla casa (tanto da doverla vendere) e un paio di episodi spiacevoli nella sua vita da civile. 
Non è solo curiosità morbosa ma una parte della cultura americana; è la voglia di capire per correggere l’errore, la pretesa che anche le forze armate siano una “learning organization”. La Stryker Brigade era la stessa coinvolta nello scandalo della “squadretta della morte” che uccise tre civili afghani per il gusto di farlo e ora ci si chiede se, in quell’unità, siano stati sottovalutati i casi di stress da combattimento e, quindi, quante altre mine vaganti con la divisia siano attualmente in giro. Si cerca di capire, inoltre, se Bales aveva o meno subito danni cerebrali quando il suo mezzo si era ribaltato dopo un esplosione in Iraq.

La cosa che però mi colpisce è come la stampa americana non stia dando seguito ai dubbi che gli afghani sollevano sulla dinamica dell’episodio. La tesi del soldato fuori controllo, con problemi familiari, debiti, stress da utilizzo troppo prolungato in zona di guerra e troppo alcool in corpo, sembra stia soddisfacendo tutti negli Stati Uniti.
Gli afghani, invece, sin dal primo momento parlano di più soldati in azione e ora la commissione d’inchiesta governativa riferisce di un dettaglio non compatibile con l’opera di un solo soldato ovvero lo stupro di due tra le donne uccise. Due tra le vittime di cui – per inciso – non conosciamo nè i nomi nè quanto dovessero ancora per saldare il tradizionale prestito (ad usura) che i contadini di Kandahar ricevono alla semina per ripagarlo poi al raccolto.

Attendibili o meno che siano le fonti afghane, in questa storia resta da capire come sia possibile che in uno dei distretti a più alto rischio della provincia di Kandahar un soldato possa camminare due chilometri senza essere fatto a pezzi dal “nemico” e, soprattutto, come abbia potuto lasciare indisturbato e da solo – contro ogni procedura – una base seppur piccola ma sorvegliata di notte come di giorno. Per giunta una base dove, secondo le prime ricostruzioni, c’erano anche “berretti verdi” ovvero uomini delle forze speciali.

Comunque sia la scelta americana di “estrarre” dal teatro afghano il presunto colpevole (pur essendo in linea con la tradizione americana di gestione di casi del genere e con l’accordo firmato con l’Afghanistan nel 2003) e di riportarlo in patria dove verrà sottoposto ad un processo dal dubbio esito, non fa altro che esasperare i rapporti tra Stati Uniti e Afghanistan.

Se dopo l’incenerimento delle copie del corano gli afghani sono scesi in piazza a migliaia, dopo la strage di Kandahar le proteste sono state ben più limitate ma questo non deve far pensare che i danni siano meno gravi in termini di relazioni tra i due Paesi.
A livello di rapporti tra governi siamo ormai arrivati alla frutta (per approfondire vedi, per esempio, questo articolo del New York Times).
L’ondivago Karzai da anni protesta contro i bombardamenti che fanno vittime civili (e qualcosa è sicuramente cambiato intanto) ma anche contro i raid notturni che offendono nel profondo la dignità e la cultura afghana (e qui ha sempre ricevuto, invece, un no totale). Questa volta la richiesta afghana era quello di un processo in Afghanistan per Bales, una richiesta era logica ed accettabile anche se, di sicuro, avrebbe creato in patria grossi problemi ad Obama con l’opinione pubblica.
Non averla in alcun modo assecondata oltre a moltiplicare i dubbi sulla strage, ha ormai contribuito al paradosso di un Paese (gli Stati Uniti) che ha speso miliardi di dollari e migliaia di vite per sostenere un altro governo con il quale sono più i motivi di scontro che di incontro. Tutto ciò, nonostante, la stessa sicurezza e la sopravvivenza dell’uomo forse più a rischio di attentato al mondo, Hamid Karzai, dipendano proprio da quell’alleato con il quale il presidente non riesce quasi più a parlare.

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