Ogni maledetto venerdì

No, non stiamo parlando di football americano. Il titolo di questo post è solo una citazione amara del film di Oliver Stone. Perchè parliamo di una partita ma di una di quelle dove ci si gioca tutto, dove ci si gioca la vita: l’incolumità personale, immediata, quanto la sopravvivenza futura in un Paese ridotto ad una macelleria a cielo aperto, la Siria.
In quel Paese, ogni maledetto venerdì – tradizionale giornata di preghiera diventata da più di sei mesi anche giornata di protesta – vanno in campo ormai sempre le stesse due squadre: da un lato la folla che chiede il cambiamento, la fine del regime quarantennale degli Al Assad e del partito Baath (la tv di stato li descrive come terroristi al soldo di potenze straniere e massacratori di poliziotti).
Dall’altra, le forze di sicurezza, fedelissime al presidente che ne ha scelto i componenti all’interno della sua minoranza religiosa, quella degli alawiti, come ha fatto per la restante parte della classe dirigente del Paese.

Ieri i morti sarebbero stati, secondo fonti dell’opposizione, almeno quarantaquattro. Nella banalità del male, non è una novità ma un metodo. Il regime ha deciso di fare in questo modo – sparando ad altezza d’uomo –  i conti con le proteste, con il vento della primavera araba che qui si mescola con le mai sopite istanze religiose della maggioranza sunnita.
Del resto Al Assad, padre, negli anni 80 aveva fatto 20mila morti per stroncare proprio una rivolta filo-sunnita e normalizzare il Paese. Un metodo di successo.

Mentre scrivo queste cose mi indigno ma mi sento anche come un disco rotto, sono mesi che la stampa internazionale parla di Siria e nulla è cambiato – compresa la precisazione (a me, molto cara) che le notizie raccontate da noi giornalisti non possono essere verificate in via indipendente perchè agli inviati stranieri (salvo alcune eccezione) non è stato concesso l’ingresso nel Paese.

Certo una cosa è cambiata: l’attenzione della stampa internazionale. Anche questa cosa è cambiata in peggio.
 All’inizio, durante la rivolta della città di Daraà (ribattezzata la “porta della libertà” prima che i carri armati dell’esercito ne “placassero” gli animi) sembrava che il regime stesse per collassare come in Tunisia, Egitto, Yemen. All’epoca, era marzo,  si scriveva e parlava di Siria quotidianamente. Oggi è un conflitto “cronicizzato” e a cadenza settimanale. I media ne parlano, più o meno, ogni sabato perchè c’è un bagno di sangue ogni venerdì. Ogni maledetto venerdì.

http://tashakor.blog.rai.it/2011/09/17/ogni-maledetto-venerdi/ 

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