Play Up and Play the Man!

Mi capita ogni tanto di deviare dal sentiero afghano di questo blog, mi capita purtroppo solo in momenti particolarmente tristi. Sabato è morto Giuseppe D’Avanzo, per quei pochi che non lo conoscono o non l’hanno mai letto mi basta dire: un Giornalista.

Una notizia
che mi ha scosso perchè se n’è andato il più grande reporter investigativo di questo Paese e in un mestiere con sempre meno maestri è un doppio dramma quando se ne va uno di quei pochi.
Mi ha scosso anche perchè ha rafforzato quell’impressione, cementatasi nei miei occhi in Afghanistan ed emergenze varie, per cui alla fine nella vita i giusti (coloro che si battono per un po’ di giustizia, sociale o “legale” che sia) non riescono quasi mai a vedere la fine delle battaglie che conducono.
E poi, a sto’ giro, ho scoperto che perdere una persona conosciuta da pochissimo fa male come se la conoscessi da sempre; è come se la morte amplificasse quel senso di incompiuto che già di solito si trascina dietro, in catene, rigando il pavimento dei ricordi.

Penso ci sia molto poco da aggiungere a tutto quello che i quotidiani italiani hanno scritto di D’Avanzo ma anche quando ti sembra di aver letto tutto su/di una persona speciale ecco che arriva un territorio inesplorato. Alla sua cerimonia funebre mi ha colpito molto il brano di un articolo che il giornalista aveva scritto nel 2007 dedicandolo al suo sport, a quel rugby che aveva praticato da ragazzo.
Ora è che un appassionato di football americano, come me, si faccia colpire da un articolo dedicato al rugby beh non è cosa da poco…significa che Peppe era davvero un maestro e non solo di scrittura. Un pezzo che legge attraverso i valori di quello sport, lo stato dell’universo morale del nostro Paese.

Da anni vado ripetendo che se avessi un figlio non gli farei mai toccare un pallone (tondo), uno sport dove ormai sei bravo se simuli un fallo e guadagni un calcio di rigore e dove, dopo una botta rimediata da un avversario, non guadagni rispetto se ti alzi e alla prossima azione (lealmente) gliela restituisci (magari con gli interessi) ma se riesci a stare a terra gemendo il più possibile per consumare – furbescamente – tempo di gioco.
Partendo da questa base personale,  quando ho sentito lo scrittore Bruno Arpaia leggere quell’articolo, alla sorpresa si è unito un senso di calore nel cuore…
Anche se si parlava solo di rugby e non della palla ovale a me cara (sciocche rivalità sportive…aggiungo con autoironia) è stato bello ascoltare espressi in maniera straordinaria (chiara e dotta) anche quei concetti che vi raccontavo sopra, invece, con una sintesi un po’ “brutale”. E’ stato bello come trovare un “manifesto” da poter divulgare.

Perchè quello è un articolo prezioso non meno delle grandi inchieste per cui è famoso D’Avanzo e che mi sembra giusto ripubblicare su questo blog per contribuire (in piccolo) a farlo restare in circolo…L’articolo è uscito su Repubblica ma in rete l’ho trovato, in versione integrale, solo qui e anche se merita di essere letto tutto io mi concentro solo su questa parte:

Voglio dire che il rugby è spesso raccontato con una retorica che lo rende irriconoscibile. Ai molti che non ne conoscono le regole appare la sfrenatezza di un regime psichico primitivo segnata dai gesti di ragazzotti saturi di irrequieto testosterone. In questa luce, non se ne intravedono le metamorfosi di comportamento che si consumano nel gioco né quanto quelle metamorfosi siano indotte da un pratica auto-repressiva, governata dal Super-Io. Credo che non sia coerente allora parlare di “follia”, di “caos”, di «una partita di calcio che va fuori di testa». Il rugby è una faccenda per niente caotica o folle. Quindici uomini (o donne) contro quindici, separati con nettezza dalla linea immaginaria creata dalla palla, in gara per conquistare l’area di meta e schiacciarvi l’ovale. Si conquista insieme il terreno, spanna dopo spanna. Lo si difende insieme. Non esiste Io, se non vuoi andare incontro a guai seri per te e la tua squadra. Esiste soltanto Noi. Il rugby è lineare, addirittura spudorato nella sua essenzialità. È colto perché, nonostante l’ apparenza, è l’esatto contrario di tutto ciò che è naturale. Nelle sue manifestazioni migliori, mai scava nella cloaca degli istinti o nel gorgo emotivo. Al contrario, impone controllo. Dicono che educhi, ma istruisce. Dicono che dia carattere, invece accultura. Postula una placenta comunitaria; un pensiero ordinato; paradigmi condivisi senza gesuitismi o imposture. Nessun odio e, per riflesso, nessuna paura (l’odio è paura cristallizzata, odiamo ciò che temiamo). Sottende una forza spirituale prima che fisica. Esclude la mossa furbesca, la sottomissione gregaria, l’ arroganza del prepotente. Aborre ogni cinismo immoralistico perché è capace di essere schietto e leale nonostante la violenza o forse proprio grazie a quella. Dite, si può immaginare qualcosa di meno italiano? Ogni passo nel rugby (valori, pratiche, comportamenti, riti) è in scandalosa contraddizione con quella specificità italiana che glorifica l’ingegno talentuoso e non il metodo. La furbizia e non la lealtà. L’inventiva e mai la preparazione. Il “miracolo” e mai l’organizzazione. L’individualità e mai il collettivo. Il caldo piacere autoreferenziale del “gruppo chiuso” e mai il desiderio di farsi stimare da chi al “gruppo” (ceto, famiglia, corporazione) non appartiene: la più grande soddisfazione di un giocatore di rugby, anche se sconfitto, è l’ammirazione che suscita nell’ avversario. Il rugby – la comprensione del gioco, della sua nervatura, del suo spirito e consuetudine – spiegano, come meglio non si potrebbe, il deficit del carattere italiano e le debolezze del nostro stare insieme. Ecco perché a noi del rugby piace pensare che questo gioco così estraneo all’identità nazionale possa offrire, felicemente, un esempio per riformarla. L’appuntamento è al Velodrome di Marsiglia, l’ 8 settembre. Le prenderemo, ma non importa. Play up and play the man!  

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