Malali, gli assassini e i talebani stanchi

Malali Joya, la donna più coraggiosa (e più odiata) d’Afghanistan, ha scritto sul britannico The Guardian questa analisi della vicenda del “killing team”, la squadra della morte all’interno della Stryker Brigade, che ha ucciso almeno tre civili afghani per divertimento (per quanto orribile suoni messa così, è una cosa vera). Di questa vicenda si è tornato a parlare negli ultimi giorni sia perchè davanti al tribunale militare, uno dei sospettati si è dichiarato colpevole ottenendo uno sconto di pena e testimoniando contro gli altri assassini in divisa, sia perchè Rolling Stone (dopo alcune anticipazioni del tedesco Spiegel) ha pubblicato un vasto dossier con foto e video, una Abu Grahib in sedicesimo.

Malali, in coerenza con le sue posizioni, contesta la natura di episodio della vicenda, per lei è semplicemente la vera faccia dell’occupazione militare straniera a difesa del corrotto governo Karzai. Malalai sta tornando in America, dopo settimane di tiro alla fune con le autorità statunitensi che non volevano concederle il visto per l’ingresso nel Paese dove terrà un secondo giro di presentazione del suo libro. Ammiro Malalai, è una voce necessaria, e ho paura per la sua vita, ma non sempre condivido quello che dice. Per esempio, in questo editoriale ipotizza la terza via afghana, ovvero una rivoluzione in stile tunisino, purtroppo – secondo me – ancora lontana, perchè l’Afghanistan, a parte il boom demografico, non condivide con quei paesi fattori importanti come, per esempio, la disoccupazione intellettuale e l’alto livello d’istruzione. Lo dico non tanto per distanziarmi da Malalai ma perchè alla fine se la presenza militare straniera deve finire e finirà, continuo a non vedere un’alternativa afghana al peggio che gli afghani hanno saputo fare sin’ora, pur con la collaborazione occidentale.

Il New York Times, intanto, ci fa sapere che “anche i talebani piangono…” , l’articolo di Carlotta Gall descrive gli effetti della strategia Petraeus, ovvero colpire i capi talebani, decimarli. 900 quelli uccisi nell’ultimo anno, con la difficoltà di sostituirli con nuove reclute. Inoltre si racconta di un Pakistan sempre meno sicuro, tra attacchi dei droni, nuova linea del governo e intromissione dei servizi locali nelle trattative con il governo afghano. Persino di scontri interni che hanno portato all’uccisione di alcuni comandanti pare da parte di altri talebani. Dell’articolo mi convince soprattutto la parte in cui imputa a questo contesto, la svolta talebana di attaccare “soft target” come i centri reclute o gli uffici pubblici piuttosto che obiettivi militari. La conferma della portata di questa crisi talebana l’avremo solo a partire dalle prossime settimane quando comincerà la stagione dei combattimenti. A me però rimane il dubbio che, pur dando ottimisticamente per acquisita la vittoria militare, la soluzione del problema non sia solo questa. In altre parole azzerati i talebani chi resterà vittorioso al comando? Il corrotto regime Karzai, la terza (improbabile) via di Malalai o il caos?

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