La fine della Storia

Stiamo tornando in Italia, lasciamo Zarzis e Ras Jedir. Nel mondo della crisi finanziaria e della globalizzazione aerea ormai il giornalismo è sempre più pendolare, addio ai “presidii” in attesa che accada la notizia, in questo caso l’attesa della caduta di Gheddafi, data per imminente una settimana fa oggi parte di un rompicapo senza soluzione, quello libico. Partendo mi restano dentro le emozioni di questi giorni passati tra gli ultimi della Terra, che vivessero in una tenda battuta dal vento con tutta la loro vita schiacciata in una valigia di fortuna o che fossero pronti a saltare su una barca inseguendo un sogno e, a volte, trovando la morte.

L’esodo dei profughi libici ha avuto una rilevanza straordinaria sui media di tutto il mondo, a quella frontiera c’erano 2-300 giornalisti di tutto il mondo che attendevano il crollo di Gheddafi per entrare in Libia. Invece sono arrivati lunghi giorni attesa e poi il fiume in piena dei profughi, che almeno nella loro tragedia hanno avuto la fortuna di trovare già sul posto chi poteva raccontarne il dramma e dargli la giusta attenzione. Con spirito autocritico verso il nostro lavoro, ammetto che non sempre capita e non è giusto.

I discorsi tra giornalisti che bivaccano ad una frontiera in attesa che un tiranno cada o di chissà quale altra notizia, dovrebbero costituire una nuova fattispecie di reato, qualcosa del tipo: “annoiamento cronico” oppure “eccesso di previsione colposa”. In realtà fanno parte del folklore del nostro bellissimo lavoro. Si parla tanto, ci parliamo tanto addosso ma spesso il fiume di chiacchiere, di aneddoti e di “io c’ero” nascondono dei grandi insegnamenti. Di questo viaggio, porterò con me la riflessione di un collega, Ugo. Secondo lui, in questi giorni abbiamo avuto il privilegio di assistere alla Storia: l’esodo di oltre centomila profughi che ricorda eventi come la fuga dal Rwanda e che – al di là di ogni valutazione sul nostro operato professionale – ci rende persone migliori, ci fa crescere come donne e come uomini. Noi giornalisti spesso perdiamo ore di sonno per difendere il nostro lavoro, per evitare che finisca sepolto in ultima pagina o venga alterato nel processo produttivo, per esempio con un titolo sbagliato. Fa parte del nostro istinto di sopravvivenza – raccontava Ugo – ed è così che a volte non riusciamo a renderci conto che ci sta passando la Storia tra le mani. Per noi è sempre cronaca: un minuto e trenta da consegnare prima della messa in onda del Tg o cinquanta righe da spedire entro sera. E allora ringrazio lo strumento del blog, che mi ha consentito di avere una visione laterale, personale sui fatti di questi giorni, staccata appunto dalla “macchina” delle notizie.

L’entusiasmo e la solidarietà della gente tunisina; la dignità, la pazienza e la compostezza di questo fiume di poverissimi; la durezza delle condizioni del loro viaggio e – ora – della loro vita in quella spianata di sabbia e igloo di tela bianca; la capacità eterna del mare di portare sogni a chi lo aspetta sulla riva; la disperazione dei laureati di Zarzis che mettono in conto di morire su una carretta del mare per cambiare la loro vita; la composta disperazione di un padre con le mani spaccate dalla fatica che chiede solo il corpo di suo figlio ad un abisso profondo centinaia di metri.
Tutte queste cose me le porterò dietro, per sempre nella mia vita, come il senso di fratellanza che ti unisce alle persone con le quali lavori, in questo caso il grande Gianfranco Botta, uno dei migliori cameraman (giornalista per immagini!) che abbiamo in Italia. Ieri avanzavamo insieme nella tempesta di sabbia che spazzava il campo, la sabbia sembrava polvere di vetro,  mi aspettavo quasi che arrivassero Rommel o Montgomery. Abbiamo lavorato senza parlarci, perchè tanto non si sarebbe sentito nulla, ma ci siamo capiti – come sempre. E’ un’altra delle immagini che non dimenticherò di questo mestiere afflitto dal tecnicismo ma che resta, secondo me, fatto di suole delle scarpe consumate e di sensibilità condivise.

Eppure, nonostante tutte questo, non mi sento sereno. Nella comodità della redazione e di una città come Roma, sono profondamente inquieto molto più di quanto lo fossi in quel pezzo di deserto, perchè so che la storia non è finita. Nel campo continuano a vivere quasi 20mila profughi, altri ne arrivano ogni giorno e non abbastanza vengono portati via; il confine libico resta chiuso e dall’altra parte – sul fronte occidentale – non sappiamo cosa sta succedendo davvero nè sappiamo quanto sangue dovrà ancora scorrere prima che si arrivi alla pace. Per ora questo diario libico-tunisino finisce qui. Per ora.

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