Reparto Transiti

A volte t’arrabbi perchè devi aspettare venti minuti per un tavolo in pizzeria. La prossima volta che vi capita pensate ad una fila così lunga che ci vogliono otto ore per percorrerla tutta, pensate al sole che picchia, al vento che gela il sudore, alla sabbia che ci si attacca sopra. Pensate soprattutto che alla fine della fila vi daranno un piatto di plastica e una mestolata di cous cous. Io non me la immaginerò perchè oggi l’ho vista questa fila, ho visto i pentoloni con le seimila porzioni da distribuire e ho visto le facce di chi aspettava tranquillo il passaggio di un autobus, non il primo pasto caldo in giorni.

Se qualcuno volesse lanciare un brand, un copyright per la disperazione, avrei pochi dubbi. La scritta azzurra su fondo bisnco dell’Unhrc è come la ‘marca’ di ogni tragedia fatta di persone in fuga. Lo spondor ufficiale di chi fino ad ieri avevano una casa, una vita, un futuro e oggi hanno solo una valigia, riempita quasi sempre con cose sbagliate, prese in fretta.

Su quella che ormai è la spianata di Sciùscia, è come se ogni notte la scritta Unhrc si moltiplicasse. Adesso hanno tirato fuori persino una partita di tende cerate, verdine, forse degli anni ’50. Se l’odore dei rifiuti arrostiti dal sole non fosse così forte, giurerei che quelle tende odorino di naftalina.

So che ci sfugge a noi abituati a pensare che se sono mille per gli organizzatori, per la questura saranno duecento, ma mille persone sono tante.

Riavvolgo il nastro: ogni giorno al confine di Ras Jedir passano tra le mille e le mille e quattrocento persone, perché l’esodo si è fermato ma non è finito. Beh, sarà banale ma se aggiungi mille persone al giorno in un campo dove già ci sono diciassettemila, l’algebra del bisogno fa scoppiare presto un’altra crisi.

Il campo di Sciùscia è tecnicamente un campo transiti, i profughi arrivano, ci passano un paio di notti e poi vanno via. Questo almeno in teori. Dei tredicimila ragazzi del Bangladesh non ne è partito nemmeno. Il campo di Sciùscia non è più un campo transiti, è una tendopoli. Se l’evacuazione procederà di questo passo, c’è gente che ci vivrà per settimane ed a quel punto la crisi che scoppierà sarà tutta colpa della comunità internazionale che ha lasciato sola la Tunisia.

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