La carovana

No gli sms solidali – un messaggino, un euro – qui non sono ancora arrivati! In Tunisia, la gente ha fatto prima e meglio: ha raccolto i soldi nel suo quartiere, tra i parenti, tra gli amici, in moschea. Ha comprato cibo, acqua, coperte, vestiti ed ha caricato tutto in auto.

Oggi a Ras Jedir è stata la giornata delle carovane. Quando sono arrivato una settimana fa la prima cosa che mi ha colpito è stato vedere le macchine andare imbandierate al confine. Ho pensato – deformazione afghana – che volessero così evitare di essere bombardate. Invece portavano aiuti alla frontiera. Oggi però è successo qualcosa di diverso, ad arrivare sono state intere carovane di auto, pick up, furgoni, camion imbandierata di rosso tunisino e persino del tricolore dei ribelli libici.

Sono arrivati da tutto il Paese, ho incontrato gruppi venuti da Biserta, dieci ore di strada, altri da Monastir e Tunisi, non solo dalle vicine Zarzis e Ben Guarden come nei giorni scorsi.

È stata la potenza delle immagini a dare un’altra spinta alla già incredibile solidarietà tunisina. Le immagini di ieri di quella fila lunga otto chilometri, di quel calvario fatto di piccoli ragazzi e grandi bagagli hanno scosso il Paese.

In Tunisia la rivoluzione contro Ben Alì è nata via Internet ma la tv, qui, conta ancora. Ne ho avuto la riprova quando, qualche sera fa in albergo, il portiere ha chiesto a Gianfranco come avesse trovato la Libia. Prima di entrare nel territorio liberato di Nolut, alla frontiera, una trouppe della tv nazionale aveva intervistato un po’ di giornalisti tra cui Gianfranco e ci aveva ripreso mentre entravamo con i ribelli. Un’intervista che aveva molto impressionato il personale dell’albergo!

Oggi a Ras Jedir ho visto persone felici di dare, poveri che aiutano poverissimi. Mi è sembrato di stare in Italia, vent’anni fa o giù di lì. I tunisini auto-organizzandosi hanno “sfidato” anche la comunità internazionale con le sue lentezze ed i suoi “advanced team” che, arrivati una settimana dopo, si muovono nel campo alla ricerca di spazi dove installare nuove tende-ufficio dalle quali coordinare le rispettive missioni nazionali.
I tunisini hanno messo in scacco anche le organizzazioni islamiche internazionali arrivate anch’esse in ritardo e che ora vanno in giro nel campo con i loro gilet catarifrangenti alla ricerca di spazio, in tutti i sensi.

I militari tunisini (perché non ci sono solo i volontari) invece – senza volerlo -hanno dimostrato che si può allestire un campo grande come un paese in poche ore e soprattutto senza alcuna arrogante prosopopea (…ogni riferimento a quel che succede a casa nostra è puramente casuale…)

Nel campo ci sono quindicimila persone circa, tredicimila sarebbero – si stima – del Bangladesh, gli altri: africani sub-sahariani, gli ultimi tra gli ultimi, inseguiti dall’accusa di essere i mercenari ‘africani’ (perché i libici non sono africani?) di Gheddafi.

Su come risolvere il problema di Ras Jedir, consiglio di sentire Leilà, una volontaria che ho incontrato oggi al campo: “A questa gente noi tunisini abbiamo dato tende dove dormire, cibo da mangiare. Dal mondo abbiamo bisogno di aerei e navi per portali tutti a casa!”.
Sarebbe il caso di ascoltarla, altrimenti i ragazzi del Bangladesh faranno più in fretta se riprenderanno a marciare…

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