Porte (temporaneamente) aperte

Il deserto tunisino era bellissimo ieri mattina, con il vento gelido che copriva di sabbia rossa il nastro d’asfalto. Io e Gianfranco l’abbiamo percorso a rotta di collo, due ore contro le quattro a cui pensava il nostro autista.

A Dhehiba, estremo lembo meridionale della Tunisia, il confine libico da ieri non è più presidiato: la polizia di frontiera è scomparsa. Lì ci aspettava un gruppo di ribelli per portarci a Nalut, un pezzo di Libia liberata. Il primo nell’ovest del Paese.

Frontiera libera o meno, è la strada per Nalut – 60 chilometri – che non volevo fare da solo, ieri ci hanno rapinato un gruppo di giornalisti e il vuoto di potere che si lasciano dietro le guerre a volte è più pericoloso della guerra stessa, dove almeno sai da chi difendersi.

Il piazzale intanto si andava affollando di giornalisti di tutto il mondo, una trentina ormai, ho visto anche qualche amico “afghano” come il big guy del London Times. Per le macchine dei ribelli eravamo troppi, così hanno mandato a prendere un pulmino. I primi segni di quanto fossero ben organizzati.

I miliziani che ci hanno scortato avevano armi saccheggiate nelle caserme e giacche o pantaloni di divise mimetiche. All’ingresso della città, ad un posto di blocco ci hanno salutato armi al cielo e la v di vittoria. Il consiglio degli anziani che governa ormai tutta la regione, ci ha ricevuto in una caserma tolta ai servizi segreti, al muro le foto di due martiri, uccisi anni fa da Gheddafi.

Le strade della città deserte, tutta la gente sembrava in fila per fare benzina. I ribelli ci hanno offerto merendine “confezionate” e tè, con il sorriso di chi aspettava le telecamere occidentali.

Distrutto il monumento al libretto verde, distrutta e saccheggiata la sede dei comitati ‘rivoluzionari’, bruciate tutte le facce di Gheddafi eppure in città non c’erano segni di combattimenti. A Nalut è bastata qualche smitragliata per mandare in fuga i venti soldati leali al Colonnello, tutti gli altri sono passati con la popolazione.

Quando siamo tornati alla frontiera tunisina, abbiamo trovato una colonna di forze di Tunisi, il loro comandante ci ha chiesto quale fosse la situazione; la loro intelligence (e poche ore dopo la Reuters) annunciava l’avanzata delle forze di Gheddafi su Nalut, a riprova di quanto la situazione sia instabile.

Da quello che ho visto ieri e da quello che ho sentito dai profughi, mi sto facendo sempre più l’idea che twitter e la Rete abbiamo ingigantito il volume delle violenze favorendo la sollevazione, ma anche che dietro la rivoluzione della Libia liberata ci sia una forte componente tribale che scorre invisibile agli occhi di noi occidentali. Per esempio, la stessa tribù che governa Nalut è presente nella zona di Zawia, vicino Tripoli, in parte finita nelle mani dei ribelli. Speriamo che queste linee tribali riescono ad intrecciarsi al meglio in un Paese dove Gheddafi ha raso al suolo ogni classe dirigente, dal sindacato ai militari, piazzando ovunque servi e fedelissimi. Le linee tribali che legano da secoli le genti libiche, quelle in 40 anni non si cancellano. E forse da lì partirà la nuova Libia, perchè è chiaro che per il clan Gheddafi (non per la sua tribù) in questo Paese non c’è più posto. Oltre a chi prenderà le redini del potere, resta da capire soprattutto quando il Colonnello mollerà, perchè più dura questa crisi più il Paese rischia di polverizzarsi e di vedere altro sangue.

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