Sollievo Lisbona

Un mio amico afghano mi ha fatto notare che TA’ON in dharì significa sconfitta, una parola che suona quasi come Nato/Otan pronunciata all’afghana. Eppure al summit di Lisbona, della sconfitta (sia come opzione del conflitto sia come situazione attuale sul campo) non si è parlato.
Anche la lettura dei giornali di oggi, mi ha confermato l’impressione che mi avevano fatto ieri i lavori del summit. Lisbona è stata usata dai Paesi membri e partecipanti come una specie di pillola anti-depressiva, un modo per darsi un po’ di sollievo rispetto a quello che è ormai il rompicapo afghano e offrire una prospettiva all’opinione pubblica nazionale.

Prima di tutto, nessuno (media inclusi) hanno sottolineato come a Lisbona la guerra sia stata prorogata di altri quattro anni, ovvero che si è passati dall’impegno di Obama di un anno fa di iniziare il ritiro nel 2011 alla data del 2014. E’ anzi “passata” la notiza che il 2014 è la data del ritiro, un sollievo per molti Paesi europei che vivono ormai con sempre più imbarazzo le difficoltà della missione afghana e non ammettono pubblicamente la sua evoluzione da missione di peace-keeping a missione bellica. Ma è bastato fissare la data del 2014 per far contenti tutti, perchè così i governi coinvolti potranno chiedere ai propri elettori di resistere un tempo prefissato in vista della fine della missione e magari sentirsi liberi da impegni verso l’alleato americano. Sia chiaro, non è cosa da poco che si sia deciso un calendario (2011-2014) per passare le consegne ad esercito e polizia afghani della sicurezza nelle province afghane, da quelle più stabili (per esempio la nostra Herat) a quelle più turbolente favorendo così il disimpegno delle truppe occidentali. Purtroppo però il ragionamento fatto a Lisbona è totalmente unilaterale e teorico, si dà per scontato che la situazione del conflitto in questi anni migliorerà, si dà per scontato che le trattative di pace produrranno risultati, si dà per scontato che le forze di sicurezza afghane, in condizioni discusse e discutibili, siano pronte effettivamente ad assumersi quelle responsabilità quando verranno chiamate a farlo. Tutte variabili non in totale controllo della coalizione Isaf e sulle quali, tra l’altro, c’è solo un apparente accordo visto che, per esempio, gli stessi Stati Uniti si sono rifiutati di dire che il loro “combat role” finirà nel 2014.

Senza dimenticare che anche se nel 2014 le operazioni di combattimento dovessero finire, l’assistenza militare straniera agli afghani e quindi la presenza militare straniera in Afghanistan non finirà in un attimo.

Inoltre il passaggio di consegne non necessariamente significherà una riduzione della pressione sui contingenti stranieri interessati. Facciamo il caso degli italiani che lasceranno agli afghani Herat, questo probabilmente significherà un maggior impegno in aree più calde come Farah e Bala Morghab. E’ già successo quando abbiamo lasciato agli afghani la sicurezza (tra virgolette) di Kabul per ritrovarci poi maggiormente impegnati nell’area ovest con un escalation non da poco.
Inoltre l’Italia è l’unico Paese (escludo riferimenti a Tonga e altri contributori minori di truppe) che continua ad aumentare il proprio contingente (i canadesi – complimentati come i nostri da Obama – stanno facendo i bagagli), come stabilito giorni fa dai vertici militari arriveranno altri 200 istruttori che sono in pratica il 5% in più rispetto ai 4000 uomini già schierati (o meglio rispetto ai quali abbiamo già preso un impegno).

A proposito, altra notizia passata sotto la copertura radar, i russi tornano in Afghanistan tra apertura delle rotte logistiche, invio di istruttori militari, fornitura di elicotteri, anti-droga. Vent’anni dopo la ritirata attraverso l’Amu Darya, corsi e ricorsi storici.

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