La guerra “prorogata”

Senza grandi clamori si sta consumando a Washington una svolta nella strategia afghana dell’amministrazione Obama che riguarderà, ovviamente, tutti gli alleati non solo le truppe americane. Se fossimo in Italia diremmo che la guerra è stata “prorogata”.

Quando Obama alla fine del 2009 aveva annunciato a West Point la sua “surge” afghana, l’aumento delle truppe americane in Afghanistan, aveva posto come data di inizio (e sottolineo inizio) del ritiro il luglio 2011. Una scelta onesta o politicamente ingenua, se volete, perchè il presidente avrebbe potuto scegliere una data successiva alla verifica elettorale, le presidenziali del 2012. Stupida secondo i Repubblicani e molti militari perchè poteva essere letta dai talebani come un “resistiamo per un anno e mezzo, tanto poi se ne vanno”. Alla conferenza di pace di Kabul del giugno scorso, Karzai però parla di forze di sicurezza afghane pronte a cavarsela da sole nel 2014, per la gioia di Petraeus. Ed ecco che lentamente nell’amministrazione Obama (visti anche gli scarsi progressi sul campo) si aggiorna il calendario, l’1 diventa 4 e si passa così al 2014. La svolta viene anticipata dal NY Times con questo articolo al quale segue l’anticipazione, pubblicata oggi, di un piano di passaggio dei compiti di sicurezza da truppe straniere ad ANA e ANP che verrà discusso nell’imminente summit di Lisbona. Se è la prima volta che il passaggio di consegne (requisito indispensabile per il ritiro) viene formalizzato e calendarizzato, si conferma in pratica che la guerra nella visione (inizialmente troppo ottimista, ora è certificato) di Obama durerà almeno fino al 2014. Tutto questo senza annunci, dirette televisive, titoloni. Sembra quasi che l’America sia sempre più contagiata dall’attitudine dei governi europei a stare in Afghanistan e far finta di non esserci.

Karzai e Petraeus. E’ su questo sfondo che l’altro grande quotidiano americano il Washington Post pubblica un’intervista a Karzai (qui il link) che ha fatto non poco arrabbiare il generale Petraeus (vedi qui le sue reazioni) chiedendo in pratica agli americani di ridurre l’intensità delle operazioni militari. In particolare, il presidente ha criticato i “night raids” che sono – per la verità – da sempre una delle attività che hanno scavato un solco tra la popolazione afghana e gli stranieri, che sfondano porte nel cuore della notte a caccia di talebani e spesso fanno vittime civili. C’è però da dire che i night raids negli ultimi mesi si sono fortemente concentrati sulla dirigenza talebana, in alcune aree letteralmente decimata, uno dei cambiamenti voluti da Petraeus (da qui la sua reazione negativa alle parole di Karzai). E’ chiaro che il presidente in un’intervista in buona parte condivisibile (se non avesse sbocchi irrealistici nell’Afghanistan di oggi) di fatto, visto anche il tempismo della sua uscita, manifesta la sua insofferenza per l’alleato americano e certifica come ormai i rapporti siano sempre più faticosi e poco recuperabili…insomma dalla vigilia della visita a Washington della primavera scorsa, poco è cambiato. Per non farci mancare niente, in un quadro sempre più complesso (all’afghana appunto), il mullah Omar si fa sentire e in un messaggio smentisce l’esistenza di colloqui di pace. Lo fa proprio all’inizio del periodo dell’haji, il pellegrinaggio a La Mecca, che già l’anno scorso era stata l’occasione per incontri tra il governo e i talebani. Perchè avremmo combattuto contro i russi, per lasciare posto agli americani? Si chiede il fondatore del movimento dei talib.

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