20 sigarette…0 bandiere

E’ un film che sorprende “20 sigarette a Nassyria”,: qualità sempre più rara in un Paese come l’Italia dove la logica da “curva” ormai domina; dove o sei tifoso di una parte oppure devi essere dell’altra; un Paese dove le sfumature, le complessità vengono sempre più cancellate dalle linee rette della collisione.
La storia, raccontata in prima persona, è quella di uno dei sopravvissuti dell’attentato del 2003, Aureliano Amadei, cameraman ritrovatosi laggiù per girare un film chiamato dal regista Stefano Rolla che poi morirà nell’attentato.

Amadei, nonostante le gravi ferite, è un miracolato; salvato – pare – dal “cono d’ombra” dell’onda d’urto che scavò davanti all’italiano Camp White Horse, una voragine  senza fondo. Un baratro nella quale, il 12 novembre del 2003, finirono tutte le illusioni e le ipocrisie della missione italiana in Iraq e con loro, purtroppo, le vite di 19 connazionali e almeno nove iracheni. Una missione nata sulla scia di una delle guerre “più sbagliate” di sempre (non che esista una guerra giusta…ma quella irachena era anche ingiustificabile). Un attentato favorito, forse, dalla convinzione che quella missione fosse di pace (o meglio che poco avesse a che fare con la precedente guerra di Bush); convizione portata all’estremo tanto da volere una base nel mezzo di un centro urbano, difesa in maniera risibile come ha poi accertato anche la magistratura.

Mi hanno sempre affascinato le storie personali che raccontano un altro punto di vista su un grande fatto di cronaca, perchè ti insegnano che c’è sempre un’altra storia da racconta, un’altra angolazione, un altro punto di vista anche quando si parla di fatti, raccontati e straraccontati; vivisezionati dai media. “20 sigarette…” è una di quelle storie e merita di essere viste nonostante le ingenuità del film e dell’ambientazione, una carenza di “tecnicismo” che chi conosce le missioni militari non può non notare ma che poco toglie anzi forse aggiunge alla scorrevolezza del racconto.

Mi aspettavo un film banalmente contro la guerra, in maniera stereotipa considerando anche che Amadei, all’epoca, veniva da una formazione cosiddetta “antagonista”. Al contrario ho trovato il racconto di una persona che passa dalla Roma dove è anche facile “essere contro”, alla prima linea dell’Iraq del sud. Un ragazzo capace di aprire gli occhi e scoprire le complessità degli “odiati” militari, le “sfumature” della missione di pace/guerra e si fa affascinare dall’idea di un mondo nuovo, di quel deserto mitizzato da Rolla. Un tema così forte – questo – che nel film che forse resta persino sviluppato poco, salvo la contestazione finale che un rivoluzionario “da divano” scaglia contro l’autore, che fosse solo per l’invalidità lasciatagli dall’attentato è un monumento vivente all’assurdità del conflitto. Amadei in questo dimostra di non aver rancori nè contro chi non ha saputo prepararsi al peggio nè contro chi quel peggio l’ha causato; non si veste delle bandiere degli iracheni buoni e dei militari cattivi, che pure nel film ci sono. Semplicemente racconta la sua scoperta, da un centro sociale romana ad una base operativa nel deserto iracheno, la sua voglia di sapere, di vivere, di fare il cinema che l’ha proiettato nella peggiore strage per una missione italiana all’estero.

Il Caronte del viaggio di Aureliano attraverso pregiudizi e luoghi comuni, si chiama Massimo Ficuciello, tenete della riserva, inquadrato nella cellula pubblica informazione della Brigata Sassari, che morirà in quell’attentato e che viene descritto con una grande umanità e un affetto che solo chi “è morto” con qualcuno può provare. Ficuciello traghetta l’autore in questa sua esperienza di vita, di scoperta, ed il film (come l’omonimo libro su cui si basa) è anche un omaggio ad un ragazzo di cui – chi l’ha conosciuto – continua a parlare in maniera straordinaria.

“20 sigarette a Nassirya” è un film contro la guerra ma senza retorica, lo proietterei nelle scuole per la sua capacità di raccontare con “leggerezza” (quella del testimone diretto) le assurdità del conflitto, , senza ciarpame ideologico, senza scavare trincee politiche o innalzando barriere che separano i buoni dai cattivi come se davvero fosse possibile tagliare il mondo in due. Illusione che accomuna i guerrafondai di tutti i colori.
Ne ho scritto su questo blog, perchè penso che il film – pur involontariamente, implicitamente – sia un contributo al complesso dibattito sul “racconto” delle missioni italiane all’estero; racconto sempre sospeso tra la retorica de “i nostri ragazzi” e un certo vetero-anti-imperialismo, modalità che non rendono giustizia nè alle ragioni di chi indossa la mimetica nè di chi veste i colori dell’arcobaleno e soprattutto che non aiutano chi sta a casa a capire “perchè siamo lì” o “perchè non dovremmo esserci”.

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