Il ritorno di Alberto

 

Alberto Cairo, da Kabul, a Milano
Alberto Cairo "circondato" dalla folla al termine del convegno

 

Forse sono un caso unico, ma se mi dite “Alberto Cairo” la prima cosa che mi viene in mente non sono le centinaia di migliaia di protesi e le cure fisioterapiche per un numero incalcolabile di afghani amputati per via di mine ed esplosioni di ogni sorta, che quest’uomo speciale ha realizzato e contribuito a realizzare. Per me, sovvertendo l’ordine logico delle cose, Alberto Cairo è in primo luogo un grande narratore delle vicende afghane non solo il responsabile dei centri ortopedici della Croce Rossa Internazionale in Afghanistan. Il suo “Storie da Kabul” è la lettura che consiglio a tutti quelli che vogliono iniziare ad avvicinarsi al pianeta afghano, un libro non di storia ma di storie (cosiddette) minori, storie della gente afghana.

Sabato, ho incontrato Alberto ad un convegno della Croce Rossa Italiana sull’Afghanistan, alla Bocconi di Milano. Come tutte le persone modeste, di quelle che pensano di dire banalità (me l’ha confessato poco prima che introducessi il suo intervento) Alberto ha ipnotizzato la platea con i suoi racconti. Del resto era il primo convegno della CRI a cui partecipava nonostante da vent’anni lavori per l’organizzazione di Ginevra.

Nel suo intervento, Cairo ha raccontato la storia di Mahmud, l’uomo afghano pluri-amputato che si autodefinì “avanzo d’uomo” parlando con Cairo, chiedendo un lavoro alla Croce Rossa, dove andava per avere un paio di gambe “nuove”. “E’ stato un incontro che mi ha fatto capire che non esistono avanzi di uomo, che gli avanzi di uomo li creiamo noi”. L’incontro con Mahmud ha cambiato il modo di lavorare della Croce Rossa che da quel momento in poi impiega amputati per la produzione delle protesi. “La terapia non è l’obiettivo, è solo un mezzo. Il vero scopo è il reinserimento sociale”. Alberto ha anche detto la sua sulla cooperazione militare, i Prt (“che ciascuno faccia il suo mestiere”) e sul suo rapporto con il Paese (“non si può pensare a lasciare l’Afghanistan, te lo porti sempre appresso”). Tra le altre cose, ho notato come Alberto – rispondendo ad alcune domande – abbia sottolineato la collaborazione sul campo con Emergency, assieme ad altre organizzazioni. Mi è sembrato un modo per sottolineare come le incomprensioni di qualche anno fa siano acqua passata.

A proposito, “Mosaico Afghano” è il titolo del suo nuovo libro uscito, sempre per Einaudi, pochi giorni fa. Una lettura che mi accingo a fare.Per saperne di più sull’attività principale di Alberto Cairo, che appunto non è quella di scrittore, segnalo questo breve reportage girato qualche settimana fa a Kabul dalla mia amica (sono in conlitto di interessi?) Sally Sara dell’australiana ABC, per le immagini straordinarie come sempre di Wayne McAllister.


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