Guerra, pace, terrorismo: quando le parole contano

Le parole non sono neutre, non sono un mero accessorio soprattutto quando si parla di argomenti controversi e dibattuti come il conflitto afghano. E’ la riflessione che più di tutte mi viene in mente mentre abbiamo di fronte uno dei peggiori attacchi contro le truppe italiane, quello del Gulistan, costato la vita a quattro alpini della Julia mentre un quinto è stato praticamente miracolato dall’onda d’urto.

Scegliere una parola piuttosto che un’altra per parlare della stessa cosa, può spingere l’opinione pubblica a spostarsi da un alto o dall’altro. Il ministro La Russa, intervenendo subito dopo la strage, ha definito “terroristi” coloro i quali hanno condotto l’attacco contro gli alpini della Julia. E’ una terminologia scelta in passato, in circostanze analoghe, anche da altri leader politici come George W. Bush. E’ chiaro che chi sta a casa si sente più confortato dal sapere che i nostri militari combattono contro terroristi e non contro generici “insurgents”, dà più senso alla loro presenza a migliaia di chilometri da casa ed a spese milionarie per tenerli laggiù.

Nelle “note di linguaggio” Nato, quelle su cui vengono costruiti i comunicai ufficiali, il nemico è stato definito in diversi modi negli ultimi anni: prima ACF (anti coalition forces, ovvero forze ostili alla coalizione) poi AAF (forze ostili all’Afghanistan) ora prevale la definizione “insurgent”, malamente tradotta in italiano come “insorti” che io – personalmente – preferisco rendere come “ribelli” o “guerriglieri”. Terroristi è una definizione utilizzata raramente dai militari anche perchè, tecnicamente, dovrebbe riferirsi solo agli uomini di Al Qaeda che sono una minoranza nella galassia delle forze ribelli, composte da: talebani “veri e propri”, “haqqanisti”, hig-s, uomini dei servizi pakistani, trafficanti e signori della droga, bande locali. Una galassia che conosciamo poco e male. Fazioni che, con interessi e sfumature diverse, hanno tutti lo stesso scopo: mandare via gli stranieri.

Il conflitto in Afghanistan continua ad essere definito “missione di pace” ma evidentemente se la pace resta il suo scopo, quella che si combatte in Afghanistan è una guerra a tutti gli effetti, come definirla altrimenti se laggiù si combatte ormai ogni giorno? Chiamarla “missione di pace” mette a posto la politica con il dettato costituzionale e il sentimento prevalente nell’opinione pubblica che una guerra non la sosterrebbe mai mentre fa sempre più fatica a sostenere la missione afghana. La differenza dirimente potrebbe essere il fatto che le nostre truppe non svolgono azioni offensive, ed è vero solo in parte se solo si considera quello che – per motivi tristissimi – sta trapelando sulle operazione della segretissima task force 45. Operazioni che non possono non essere considerate offensive come nel caso dell’avio-incursione costata la vita al povero tenente Romani il 17 settembre scorso. Ma anche pensando alle operazioni per “costruire” bolle di sicurezza intorno alle fob come accaduto, per esempio, a Bala Morghab, pur condotte assieme alle forze afghane, si fa fatica a considerle operazioni non offensive.
Difficile, inoltre, capire la verità quando – è accaduto oggi – un capo talebano nella provincia di Badghis, nostra zona, viene arrestato da “coalition forces” come dice il comunicato Nato e nessuno sa se quelle forze della coalizione erano anche italiane o no.

Da qualche parte ho letto – forse era un libro di Ahmed Rashid – che ogni paese che mette le mani nel vespaio afghano si ritrova destabilizzato al suo interno. Lasciando da parte i chiari esempi della storia, guardando solo agli ultimi mesi penso alla caduta del governo olandese e alle dimissioni del presidente tedesco. Non so fino a quando tutte queste contraddizioni della missione italiana in Afghanistan potranno essere “compresse” e “gestite” dal mondo politico italiano senza ulteriori effetti collaterali. Sin’ora si è capito che dobbiamo tenere fede ad un “accordo” con gli americani almeno fino al 2011, ma sappiamo anche che le truppe afghane non saranno (sulla carta?) pronte a sbrigarsela da sole prima del 2014. Sarebbe apprezzabile se il mondo politico italiano (maggioranza e opposizione) provasse a capire cosa fare della nostra missione in Afghanistan prima che il film visto in questi giorni si ripeta; prima di ritrovarci a sentir parlare di Freccia, Lince, bombe sui caccia, missione di pace e così via di fronte a nuove vittime. Purtroppo sin da ora sappiamo che i caduti del Gulistan non saranno gli ultimi. Quanto vorrei essere smentito in questa mia amara ma, purtroppo, facile previsione…

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