Il fattore D

I meccanismi dell’informazione sono davvero “curiosi”, a volte. Dopo l’ondata di rivelazioni di wikileaks, sul NY Times appare un articolo (targeted killing is new U.S. focus in Afghanistan) che suona come un chiaro segnale verso l’esterno che all’interno (ovvero nel ristretto novero dei collaboratori del Presidente americano) stia passando sempre più la linea di Joe Biden, il vicepresidente che non ne voleva sapere della surge, dell’incremento delle truppe in Afghanistan, e che invece pensava ad una strategia molto mirata. Articolo che – non guasta mai – dà una visione diversa dell’andamento del conflitto rispetto all’ondata quotidiana di brutte notizie, un po’ della serie “stiamo perdendo sul terreno, ma stiamo decimando i vertici talebani”…tanto che i quadri intermedi dell’organizzazione non vogliono più saperne di promozioni.

A seguire, sempre cronologicamente parlando rispetto alle rivelazioni di wikileaks, arriva la copertina-shock di Time magazine che ha fatto il giro del mondo: il ritratto di una giovanissima donna afghana, mutilata su decisione di un tribunale talebano per le sue disobbedienze familiari (qui, le reazioni all’uscita del settimanale). Una copertina che forse resterà nella storia dell’Afghanistan proprio come quella del Nat Geo magazine scattata da Steve McCurry ormai circa vent’anni fa.
Bene, per anni, negli ultimi anni, è stato pressoché impossibile per i giornalisti “piazzare” storie del genere su pubblicazioni e telegiornali ed era rimasta solo la RAWA (l’organizzazione delle donne rivoluzionarie afghane – organizzazione sostanzialmente di tipo maoista) a parlare di donne stuprate, donne auto-immolatesi ovvero quasi sempre finite con ustioni di terzo grado su tutto il corpo dopo aver provato a sfuggire alle angherie del marito e del padre con una latta di benzina e di un fiammifero. Non che la condizione delle donne non sia migliorata in questi anni in Afghanistan, ma è stato un miglioramento circoscritto alle aree urbane, in particolare alla capitale, ma se n’è parlato sempre di meno anche per via di quel curioso fenomeno dell’informazione per cui ad un certo punto una certa notizia “stanca” e diventa come un dejavù.
Sia ben chiaro, non sto dicendo che la scelta di Time non sia meritoria (seguito a ruota da altre testate americane come lo stesso NY Times, vedi qui – storia di copertina sull’IHT) ma è strano che si torni a parlare del “fattore D(onna)” ovvero della condizione femminile in Afghanistan proprio ora che c’è un conflitto (e una strategia) allo sfascio e si tratta di mettere insieme i cocci, tirando avanti almeno fino al 2014 (stando al calendario di Karzai per il controllo del territorio da parte delle truppe governative). Tutta questa storia mi ricorda la seconda metà degli anni ’90. All’epoca lo scenario era diverso: gli Stati Uniti, dopo il ritiro russo dall’Afghanistan e il crollo del comunismo, avevano totalmente abbandonato il paese e successivamente preso a considerare i talebani quasi come un elemento di stabilizzazione dopo la guerra civile (oleodotti inclusi). Eppure anche allora, la mobilitazione delle donne americane (compresa Hillary e la Albright) e l’immagine simbolo del burqa servirono a riportare almeno un po’ di attenzione americana sul Paese. Immagini che diventarono poi una delle giustificazioni principali (quasi come quelle dell’11 settembre) dell’operazione Enduring Freedom.

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4 pensieri su “Il fattore D

  1. nico

    In che senso? Considera che lo spirito del post non era quello di analizzare la condizione femminile in Afghanistan ma dell’utilizzo che se ne torna a fare sui media, dopo che per anni era stata in qualche modo dimenticata…Che ne dici?

  2. mariangela

    Questo l’avevo capito.
    Se sia stata, e sia tutt’ora, strumentale all’intervento militare straniero l’informazione sulle donne afghane e la loro condizione, nn credo sia un problema.
    Accanto agli ‘obiettivi’ della notizia, ci sono pur sempre dei contenuti (quasi sempre almeno) e delle interpretazioni (variabili).

  3. nicopiro

    Some critics questioned the tone of the Time cover arguing that it was using emotional blackmail and gender politics to justify continued US involvement in Afghanistan.

    Forse la mia posizione è spiegata meglio da questo brano di un articolo della Bbc pubblicato ieri che racconta di come la ragazza afghana sia stata sottoposta, con successo, ad interventi di chirurgia plastica negli stati uniti.
    L’articolo è qui http://www.bbc.co.uk/news/world-south-asia-11530849
    Nessuno ha mai pensato di mettere in dubbio la condizione delle donne afghane, qualcuno pero’ ha provato – secondo me – a strumentalizzarle o meglio ad utilizzarle per alimentare un dibattito politico tutto interno agli Usa

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