Il (grande) gioco intorno al Mullah Baradar

Ho aspettato circa un mese prima di commentare, con questo post, la notizia dell’arresto del mullah Baradar, il capo militare dei talebani, considerato molto vicino al mullah Omar (mi astengo dalle numerazione tipo numero due dell’organizzazione o dalla definizione di braccio destro, visto che queste organizzazioni hanno sempre dimostrato di avere molte braccia). Ho aspettato perchè la notizia aveva ed ha del clamoroso troppo per non prendersi del tempo per provare a capire cosa fosse successo davvero. Le rivelazioni degli ultimi giorni sono un aiuto in questa direzione. Ma andiamo con ordine.

A metà febbraio il NY Times apprende della notizia dell’arresto ma, su richiesta della Casa Bianca, ne ritarda la pubblicazione. Dopo lo scoop del giornale newyorkese, il 17 febbraio, le autorità pakistane confermano la cattura – inizialmente definita dalla stampa americana come un segno della nuova collaborazione tra Cia e ISI, i rispettivi servizi segreti dei due Paesi (per approfondire vedi qui). Successivamente viene fatta circolare la versione (che suona davvera come un modo per metterci una pezza diplomatica) di un arresto tutto sommato nato per caso. La cattura – tra l’altro – avviene (casualmente?) durante l’offensiva di Marjah, l’ “opening salvo” come la definisce il generale McChrystal di un’operazione su più aree critiche del Paese, destinata a durare mesi.
Negli stessi giorni vengono arrestati altre tre quadri intermedi dei Talebani, sempre in Pakistan, come i governatori “ombra” delle province di Baghlan e Kunduz. Successivamente, il 7 marzo, l’Ap diffonde la notizia dell’arresto di Adam Gadahn, il portavoce statunitense di Al Qaeda, notizia poi smentita ma che se confermata avrebbe confermato un totale cambio di scenario in Pakistan.

Il Pakistan è il padre politico e finanziario (con la tasca dei sauditi e dei contribuenti americani) del movimento dei talebani, ed è questa una verità storica ormai inconfutabile. E’ altrettanto certo che i capi dei talebani e di Al Qaeda (Bin Laden incluso, se ancora vivo) si nascondano in territorio pakistano e che nello stesso territorio ci siamo i campi di addestramento dove il movimento è rinato militarmente nel post-2001. Lo chiamiamo sospetto ma è una quasi-certezza quella che l’ISI, i servizi pakistani, sappiano precisamente dove siano i loro nascondigli, finora (quasi  mitologicamente) immaginati tra le montagne al confine tra i due paesi mentre poi si scopre che Baradar viveva a Karachi. Sin’ora i pakistani, nella loro controversa alleanza con gli Stati Uniti non hanno mai fornito piena collaborazione, se non forse sul versante dei cosiddetti talebani pakistani che tanti problemi stanno creando al governo di Islamabad, per cui questa serie di arresti poteva rappresentare una svolta radicale, storica, in questo complicato rapporto. Ma non è così stando alle rivelazioni di Kei Eide.

L’ex-inviato Onu per l’Afghanistan, in un’intervista di fine mandato alla Bbc del 19 marzo, racconta che l’arresto di Baradar ha interrotto le trattative segrete tra Nazioni Unite e Talebani. E’ la conferma di prima mano all’indiscrezione diffusa dalla Ap il quindici marzo che raccontava di un Karzai furioso dopo l’arresto di Baradar, suo contatto tra i Talebani, anche per la poca chiarezza del ruolo americano nella vicenda. Baradar, secondo le fonti citate dall’Ap e vicine a Karzai, sarebbe stato disponibile a partecipare alla jirga della pace ad aprile.
Secondo Eide: “The effect of [the arrests], in total, certainly, was negative on our possibilities to continue the political process that we saw as so necessary at that particular juncture,” – ovvero l’arresto ha chiuso un canale di comunicazione e mandato all’aria un anno di lavoro – “The Pakistanis did not play the role that they should have played…. They must have known who they were, what kind of role they were playing, and you see the result today” – ovvero nuove ombre sui pakistani dei quali è anche difficile vedere una strategia univoca (l’ISI segue chiaramente una propria politica fuori dal controllo e dalle intezioni del debole governo Zardari). E’ ipotizzabile che vogliano alzare il prezzo del caos afghano e chiarire che senza il loro intervento qualsivoglia trattativa non sia nemmeno immaginabile. Intanto, sullo sfondo della vicenda, continua il braccio di ferro sull’estradizione di Baradar in Afghanistan – dove gli americani avrebbero totale accesso al prigioniero, cosa che non starebbe accadendo durante la sua detenzione in territorio pakistano.

Ma lo scenario delle interpretazioni ha anche tutta una serie di sotto-varianti, per esempio quella che gli americani abbiano deliberatamente voluto fermare il canale diretto di Karzai per evitare che le trattative si aprissero prima delle prossime operazioni militari nel Paese, pensate per “ripulire” aree chiave come Kandahar e Kunduz – (fresca la rivelazione di un alto ufficiale tedesco su una prossima offensiva anche nel nord). Per meglio capire i rapporti tra Karzai e Baradar si veda questa analisi che cita , oltre al rapporto tribale tra i due, anche un episodio successivo all’ingresso di Karzai nel paese nel 2001.
Da ultimo c’è anche la possibilità che il mullah Omar contrario ad ogni tipo di trattativa abbia “impacchettato” Baradar e in qualche modo abbia favorito il suo arresto.

Il grande gioco è così grande che non se ne riesce a vedere la fine diceva “qualcuno”…

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