Dopo Londra…

Non è possibile sapere quali effetti concreti produrrà la Conferenza di Londra, ma quella del 28 gennaio verrà ricordato come l’incontro diplomatico più produttivo sull’Afghanistan dai tempi di quella di Bonn. Segnato da un senso di urgenza e dalla necessità di trovare una via di uscita, la conferenza si è conclusa con l’accordo su alcuni punti chiave (vedi qui il documento finale).

Non sono stati raccolti i 500 milioni di dollari (si è arrivati a circa 170) chiesti da Karzai per il suo fondo per la “reintegrazione”, ovvero (vedi un post di questo blog) “comprarsi” un po’ di talebani (comandanti di medio livello e “soldati semplici”) offrendo loro lavoro e una sistemazione (corregendo gli errori del fallimentare programma di riconciliazione nazionale svolto sin’ora senza risultato) ma il fondo è stato istituito lo stesso, sotto il nome di “Peace and Reintegration Trust Fund”. Gli americani ne stanno fuori ma i comandanti militari sul campo saranno dotati di fondi allo stesso scopo. Si è deciso, inoltre, di organizzare (in primavera?) una Grand Peace Jirga a Kabul. Da questo articolo del NY Times si capisce che nel suo appello (“We must reach out to all of our countrymen, especially our disenchanted brothers”) Karzai sia andato un po’ oltre l’accordo preso con gli Stati Uniti (che trattare vogliono ma non possono scoprirsi troppo sul fronte interno, quello delle critiche Repubblicane) azzardando l’idea della conferenza di pace a Kabul.
Chiamati in causa come canali di mediazione, i canali di sempre: quelli attraverso i quali sono arrivati milioni di dollari alla guerriglia anti-sovietica e che hanno contribuito a creare il fenomeno dei talebani – leggi Arabia Saudita e Pakistan. Assente al summit (ed è un danno alle strategie di pace) il sempre più isolato Iran, che non si è presentato a Londra come aveva fatto a Trieste facendo di fatto naufragare parte del summit dei ministri degli esteri del G8, nel giugno scorso.

In realtà, sul fronte delle trattative (tentate ormai da un paio di anni) ci sono già un paio di novità: un incontro a fine gennaio alle maldive (protagonisti gli uomini di Heckmatyar) e uno l’8 gennaio (smentito dai talebani) a Dubai tra l’inviato dell’Onu, Kei Eide, di ritorno da New York, e i talebani stessi. E’ stato già chiarito che il mullah Omar non verrà tolto dalla “lista nera” degli americani (la linea di demarcazione per evitare di dire che gli ultimi nove anni di guerra sono stati inutili è non trattare con talebani e afghani in genere coinvolti con Al Qaeda). Secondo il britannico The Guardian, il leader talebano Mullah Omar sarebbe però pronto a rompere i rapporti con il network terroristico e i combattenti stranieri “di” Bin Laden. Se su Hekmatyar (possibilista sulle trattative e “sensibile” ai soldi) il discorso da fare è ben diverso, sui talebani la vicenda delle trattative è ben complessa. I talebani potrebbero accettare solo se hanno la stessa percezione delle truppe occidentali, ovvero che si combatte, si continua a combattere ma non si vince, perchè nessuno può vincere – altrimenti, se sentono di poter vincere, perchè dovrebbero trattare? Inoltre il grosso problema è la mancanza di una leadership unica sul fronte talebano.
Altro aspetto da considerare è la possibile reazione dei tagiki (e delle donne, con ricaduta sui più sensibili alleati internazionali). Insomma se l’accordo si dovesse mai fare con i talebani (prevalentemente pasthu) e li si reintegra nella vita politica afghana qualcosa nella costituzione dovrà cambiare ovviamente in senso restrittivo, islamista, e questo potrebbe portare ad una nuova lacerazione nel paese con scenari da guerra civile. Secondo stime Nato, citate dall’AP, nel 2004 in Afghanistan c’erano solo 400 talebani, oggi sarebbero 30.000.

La conferenza ha poi trattato anche altri due punti: il passaggio dalla fine del 2010 di alcune province sotto il controllo dell’ANA-ANP, ovvero delle forze di sicurezza locali (il famoso processo di afghanizzazione del conflitto) e una serie di attività anti-corruzione, a cominciare dall’istituzione di un’autorità indipendente che intervenga sul fenomeno sul quale hanno battuto di recente, e non poco, gli Stati Uniti. Un quarto del prodotto interno lordo afghano finisce in mazzette, secondo uno studio Onu pubblicato da poco.

A proposito, che ci sia bisogno di pace ce l’hanno ricordato i numeri,
poco dopo la conferenza di Londra. Gennaio è stato il mese peggiore dall’inizio del conflitto (2001) per le truppe occidentali, 44 le vittime in totale, e pensare che con le elezioni di agosto – secondo le stime – si sarebbe toccato l’apice in termini di scontri e vitime, seguito – si ipotizzava – da un decremento. Per i numeri sulle vittime militari in Afghanistan vedi qui. Secondo l’onu, i morti civili nel 2009 sono stati 2412.

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