La lezione di Tora Bora – “Rewind”

All’epoca – erano l’autunno del 2001 – i bombardieri americani falciavano i talebani a centinaia e di lì a poco sarebbero finiti (ricamati con la loro scia di bombe) sui tappeti made-in-china venduti in molti negozi afghani: icona di un trionfo.
Con un pugno di uomini delle forze speciali sul terreno per fare “laser painting” degli obiettivi e tanta forza aerea a bombardare seguendo quelle tracce laser, la dottrina Rumsfeld di “economy of force” si stava dimostrando un successo totale – uno “stato canaglia” (anche se forse all’epoca questa definizione non era stata ancora coniata) veniva sconfitto a costi ridotti e in meno di un mese. Insomma guerra da discount, con la qualità di un negozio di grandi marche…

In questo quadro da riscossa post-11 settembre (o almeno così era stata venduta al mondo, oscurando i dubbi di molti sui pericoli di ogni campagna afghana) era sembrata poca roba il fallimento di Tora Bora. Un nome che molti ricordano per la sua musicalità (sembrava quasi scelto apposta dagli uomini del marketing della Casa Bianca per fare da palcoscenico al trionfo finale) e per l’assedio all’estremo rifugio di Bin Laden, conclusosi con (quasi sicuramente) la fuga di Bin Laden al termine di un assedio con più giornalisti sul campo (un centinaio) che militari americani (una settantina).
Di Tora Bora di recente si è tornare a parlare perchè quella sconfitta, all’epoca liquidata come un dettaglio (“…e poi mica era certo che lì ci fosse Bin Laden” – la scrollatina di spalle di fonti dell’amministrazione Usa) è diventata un modello da analizzare per capire il fallimento militare statunitense nel paese. Il senatore (democratico ex-candidato anti-Bush) John Kerry di recente ha denunciato la “sconfitta” di Tora Bora, attraverso il rapporto della commissione parlamentare affari esteri; definita come un fallimento della strategia di “economy of force”. Un assist al presidente Obama che di lì a pochi giorni avrebbe presentato la sua escalation militare e l’aumento di truppe nel paese (qui, l’intervento di Kerry sull’LA Times). In realtà si è parlato molto di questo rapporto perchè per la prima volta c’è un’ammissione ufficiale del fatto che Bin Laden sia scappato all’epoca e non morto in qualche oscuro recesso della montagna. A me, però, la storia sembra interessante per motivi più vasti.

Ma al di là della politica
, per rileggere Tora Bora oggi c’è una grande occasione, il saggio scritto da Peter Berger per The New Repubblic, Bergen è l’analista sul terrorismo della Cnn, autore anche di alcuni libri (uno di questi disponibile anche in italiano).  Chi non conosce le difficoltà del terreno dell’Afghanistan orientale (il complesso di grotte si trova nella provincia di Nangharar) e a maggior ragione chi lo conosce dovrebbe leggere questo saggio. Quella di Tora Bora è una storia esemplare delle difficoltà afghane (in generale, compresa la corruttibilità delle truppe locali e l’odio inter-etnico e tra fazioni) e di come l’atteggiamento americano (mi riferisco alle scelte strategiche della Casa Bianca) abbiano trasformato una guerra vinta facilmente nell’incubo di oggi.
E per chi volesse saperne di più, c’è “Kill Bill Laden” scritto da Dalton Fury, pseudonimo di un commando della delta force che a Tora Bora ha combattuto. Il libro è uscito alla fine del 2008 ben prima di Bergen e Kerry, ma forse all’epoca l’Afghanistan interessava ancora a pochi. Purtroppo…

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