Una diga in alto mare

Ognuno ha le sue passioni in fatto di viaggi, io ammetto che la diga Kajaki è nelle prime posizioni della mia personalissima lista di luoghi da visitare nel mondo. E da qualche giorno lo è ancora di più.

No non sono un appassionato della serie “megacostruzioni” su Discovery, quella diga più che un esempio di ingegneria estrema è uno dei simboli delle grandi contraddizioni dell’Afghanistan di oggi e della presenza occidentale nel Paese

Erano gli anni ’50, quando la provincia di Hellmand era considerata “la piccola america” perchè qui si concentravano gli aiuti statunitensi, in un quadro di generale disinteresse americano per il resto del Paese (nelle mani dei sovietici, in fatto di ricostruzione ed aiuti) e per tutta quell’area asiatica. All’epoca nessuno avrebbe mai potuto immaginare che mezzo secolo dopo questa provincia sarebbe diventata il campo di battaglia chiave per gli americani in Afghanistan nonchè la roccaforte e cassaforte (vista la produzione di oppio) dei loro nemici, i talebani.

Proprio in quegli anni la diga venne costruita dalla cooperazione americana, USAid, sfruttando le gole tra montagne pietrose, segnata dal bacino idrico del beluchistan. Poi tra il passare del tempo e i bombardamenti americani del 2001, c’è stato bisogno di ripararla e soprattutto è arrivato il momento di montare la sua turbina numero due per la quale venne lasciato uno spazio nella sala macchine, nel progetto originario. Una mossa che avrebbe consentito di portare elettricità (in totale) a quasi due milioni di afghani, facendo toccare loro con mano il senso della presenza occidentale e della ricostruzione nel paese.

Piccolo particolare, non trascurabile: la diga di Kajaki è nel distretto di Sangin ovvero nel cuore del territorio talebano dove anche muovere uno spillo occidentale o filo-governativo è un’impresa.

Non a caso il trasporto alla diga dell’enorme “turbina due” (alla fine dell’estate 2008) verrà ricordata come l’operazione logistica più importante svolta dalle truppe britanniche, dalla seconda guerra mondiale in poi: un convoglio lungo quattro chilometri con quattromila soldati impegnati nell’operazione e un’incessante copertura aerea. Un’operazione chiave per vincere il supporto della popolazione locale.

La zona della diga è però sistematicamente teatro di combattimenti e pochi giorni fa la ditta cinese che ha vinto l’appalto per l’aumento di potenza ha lasciato il campo, notte tempo, mentre si è ormai capito che il più banale trasporto su camion di un bel po’ di tonnellate di cemento, quelle necessarie a finire il lavoro, è irrealizzabile viste le condizioni di sicurezza e quindi i lavori (che sarebbero dovuti finire già nel 2007) sono in stallo totale.

Sarà sicuramente contento il generale McChrystal che della ricostruzione e dei benefici percepiti dalla popolazione locale ha fatto il cuore della sua strategia per vincere in Afghanistan, importante parte della quale è stato l’aumento delle truppe appena approvato da Obama

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