Sopravvivere a Kabul

Venditore di giocattoli, un venerdì a Kabul mr©09
Venditore di giocattoli, un venerdì a Kabul mr©09

Quando ho ricevuto questo invito dal governo afghano, nonostante si tratti di un’iniziativa di per sè lodevole, non sono riuscito a trattenere un sorriso “amaro” per la carica surreale che portava in sè.

Il primo dicembre, il GMIC (The Government Media Information Center) svolgerà un corso di una giornata per chi lavora in Afghanistan nel mondo dell’informazione ovvero “media personnel (reporters, cameramen/woman and field producers)”. Il corso è intitolato “Hostile Environment Awareness Training”.

The course will cover topics such as Protective Personal Equipment, Mine Awareness, Emergency Medical Treatment and Security Assessment. The training will be conducted by a international s professional security organization in a suitable location in Kabul. Il corso durerà dalle 8.30 alle 16.45 ed il pranzo verà offerto dall’organizzazione, gratuitamente come del resto l’inter iniziativa.

Nascere e crescere in Afghanistan è di per se un corso di sopravvivenza. A primavera gli ospedali sono pieni di bambini che, passato l’inverno, tornano fuori, all’aperto, a giocare e perdono una mano, un occhio, una gamba per colpa di una vecchia mina, oggetti con i quali si comincia da subito a fare i conti, spesso scambiati per giocattoli. Da trent’anni (che in Afghanistan sono due generazioni) gli afghani sono abituati a passeggiare in mezzo ai bombardamenti, agli attacchi con rpg, a maneggiare un Ak-47 e (aggiunta recente) a ritrovarsi vicino un’autobomba o un kamikaze, insomma a dover fare “Security Assessment”. In quanto al Emergency Medical Treatment beh quella è un’altra storia in una paese dove l’acqua potabile è un bene per pochi (non a caso si beve il tè, ovvero acqua bollita e sterilizzata) e la sanita nemmeno esiste. Non parliamo poi dei giornalisti afghani, ognuno di loro è un eroe per quanto si espone e per quanto rischia la vita, molto spesso a beneficio delle grandi testate internazionali i cui giornalisti occidentali (parlo da testimone oculare) è sempre più difficile trovare nelle strade delle città afghane, alle conferenze stampa di Kabul, insomma dove accadono i “fatti” mentre se ne stanno barricati nei loro compound.

Questo corso è una bella idea, peccato che sia così surreale per via di tutto quello che lo circonda. Surreale per surreale agli afghani sarebbe il caso di fare un corso di “vita felice” o di “come godersi la vita”, beh questi sono argomenti su cui di sicuro non sono preparati, per nulla.

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