Un ballottaggio “sballottato”

Come era facile prevedere (vedi qui e altri post di questo blog) il ballottaggio per l’elezione del presidente dell’Afghanistan non si terrà o se mai si dovesse svolgere non sarà che un proforma. Diventato quest’estate, a sorpresa, l’avversario più quotato del presidente Karzai, arrivato al secondo turno grazie alla revisione del voto che – durata più o meno due mesi – ha tolto a Karzai causa brogli oltre 5 punti percentuale, il Dr. Abdullah questa mattina si è ritirato dalla competizione. Nei giorni scorsi aveva chiesto la rimozione dei funzionari coinvolti nei brogli oltre al presidente della commissione elettorale. Non ritiene che ci siano le condizioni per un processo elettorale affidabile.

In realtà tecnicamente Abdullah non può ritirarsi nè ha chiesto ai suoi sotenitori di boicottare il voto ma la sua uscita di oggi ha un forte valore politico perchè toglie a Karzai la possibilità di riaccreditarsi politicamente. In particolare gli americani hanno voluto il ballottaggio affinchè Karzai ne potesse uscire rilegittimato dopo i brogli estivi che hanno minato un presidente già a corto di autorità ed autorevolezza. Un ballottaggio che tutti sapevano non si sarebbe svolto ma – si ipotizzava – grazie ad un accordo di coabitazione al potere tra i due, dando così spazio al nuovo (Abdullah) e ad i suoi tagiki ma garantendo una continuità più credibile a Karzai e ad i suoi pashtun. Od almeno a questo avrebbe lavorato, dietro le quinte, la macchina della diplomazia internazionale nelle ultime settimane.
Nessuno, però, si sarebbe aspettato l’uscita di Abdullah; uscita che non poco ha fatto arrabbiare gli americani (vedi il commento di Hillary Clinton con o senza Abdullah, non si toglie credibilità al voto).

Perchè Abdullah si è ritirato? Il quadro è talmente confuso è che l’unica certezza di cui disponiamo è che Karzai continuerà ad essere presidente per altri cinque anni. Anche se si votasse in condizioni normali (fraud-free) è chiaro che Abdullah, fosse solo per motivi etnici, non partirebbe avvantagiato e il favorito rimasto comunque Karzai.
E allora Abdullah potrebbe essersi ritirato per provare a salvare una trattativa (arenata, altrimenti avrebbe prodotto risultati giorni fa) per un governo di co-abitazione oppure perchè di trattativa non c’era più speranza e bisognava salvare la faccia. Di certo ha prodotto un danno forte soprattutto agli americani, che ricordiamolo hanno posposto ogni decisione sull’invio di nuove truppe proprio al dopo elezioni, perchè la nuova strategia del generale McCrhystal può essere vincente solo se c’è un governo credibile e non corrotto.

Cosa succederà adesso? In questa situazione nebulosa è difficile dirlo. L’Onu invoca una soluzione “legale” ovvero leggi “politica”, la commissione elettorale e il comitato di Karzai dicono che si voterà lo stesso per un voto farsa che metterebbe a rischio, di nuovo,  altre vite – con i talebani che minacciano un’ondata di attacchi. C’è da considerare che nonostante le rassicurazioni e gli appelli di Abdullah non è escluso che si arrivi a violenze di piazza soprattutto nel nord, con i suoi sostenitori arrabbiati con il governo. Comunque sia, se non si trova una soluzione politica a perdere saranno tutti: la famiglia Karzai si arrichirà per un altro po’ di anni mentre gli viene meno la terra sotto i piedi con i talebani che avanzano; Abdullah da astro (ri)nascente passerà per un’inaffidabile. Gli occidentali non sapranno più con chi dialogare e la guerriglia si avvantaggerà – come ha fatto sin’ora – dell’odio della popolazione verso un governo corrotto.

Per  fortuna in Afghanistan, le sorprese sono sempre possibili – non necessariamente positive – ma possibili anche in maniera clamorosa.
Mi viene in mente l’intervista ad Ashraf Ghani, girata dopo il voto, nella quale il candidato più illuminato del panorama politico afghano mi disse che l’unica soluzione non poteva che essere un accordo politico. Peccato che per fare gli accordi – aggiungo oggi – bisogna essere almeno in due e pensarla più o meno alla stessa maniera.

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