7 mesi e 10 giorni, David Rohde racconta il suo sequestro

Ad alcuni mesi dalla sua liberazione il giornalista del New York Times, David Rohde, rapito dai talebani e tenuto prigioniero per sette mesi (la maggior parte dei quali in Pakistan) racconta la sua drammatica esperienza finita in maniera rocambolesca e segnata dal silenzio richiesto ed ottenuto dal suo quotidiano ai media di tutto il mondo (come lo stesso NY Times proverà a fare nel settembre scorso con il rapimento di un altro suo giornalista, Stephen Farrell, finito purtroppo in maniera ben diversa ovvero con la morte di molti, incluso il suo producer afghano Sultan Munadi).

Il racconto è diviso in cinque puntate, oggi è stata pubblicata la prima, a questo indirizzo, al testo si accompagna anche una versione multimediale del racconto – per vederla basta cliccare qui. La storia è interessante non solo per fare chiarezza sulla sua rocambolesca conclusione (su cui sono stati espressi dubbi – in pratica, si diffuse la voce che era stato pagato un riscatto, a smentire l’ipotesi della fuga – fatto molto grave vista l’attitudine americana a non pagare riscatti) ma perchè è uno straordinario documento. Apprezzabile la condotta del NY Times in tutta la vicenda, dal silenzio sul sequestro alla scelta di pubblicare il tutto solo a mesi di distanza. Una scelta che – nella speranza che non serva mai – dovrebbe servire di lezione anche nel nostro paese.

Dall’Italia, segnalo un’altra storia un altro racconto di un giornalista rapito in Afghanistan. La storia è quella del fotografo Gabriele Torsello, famoso per il suo obiettivo “sensibile” alle vicende degli ultimi in particolare in quella parte di Asia. Il suo racconto a Speciale Tg1, questa sera alle 23.30

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